“Gli animali che amiamo”, un assurdo viaggio onirico tra strane bestie e profondità marine

Gli animali che amiamo, Antoine Volodine

(66thand2nd)

 

Gli animali che amiamo rappresenta innanzi tutto una grande sfida alle capacità del vocabolario italiano: non possiamo definirlo attraverso nessuna categoria riconosciuta, lungi dal trattarsi tanto di un romanzo quanto di una raccolta di racconti, non è un saggio e nemmeno una poesia, ma un’improbabile miscellanea di tutte e quattro le forme letterarie. L’opera di Volodine è un viaggio onirico, un delirio quasi coerente, una carnevalesca sfilata di bestie, un assurdo trattato sulla fine dei tempi e un presagio apocalittico impresso su carta.

In alcuni capitoli si racconta di elefanti che non vogliono ingravidare donne umane e sovrani crostacei immobilizzati a degli scogli; altri contengono brevi saggi storici sulla brutale caduta di una dinastia marina o elucubrazioni mentali di scrittori incarcerati riguardanti l’origine e il futuro dei tempi. Pillole letterarie che alle volte sembrano irrazionali e altre fin troppo coerenti, da leggere come un romanzo per cogliere il senso dell’insieme ma complete anche nella loro singolarità, pur essendo difficili da apprezzare senza una visione più ampia.

È stato Volodine stesso a suggerire un termine che possa aiutarci a inquadrare la sua scrittura: post-esotismo, corrente letteraria innovativa che fino a oggi sembra contare come unico esponente Volodine stesso, insieme ai suoi vari eteronimi (perché ridurre la stravagante pluralità del post-esotismo a un’unica mente letteraria, se si può fingere di essere quattro diverse persone con altrettante diverse personalità?). Per riprendere la definizione dell’autore, il post-esotismo è “una letteratura che viene dal nulla e va verso il nulla”, o in alternativa “una letteratura carceraria del ripensamento, della devianza e del fallimento”. Meglio ancora, significativa è la surreale dichiarazione di Volodine: “gli scrittori del post-esotismo si sono ostinati a continuare a esistere, nelle sezioni di massima sicurezza e in quella di clausura monacale definitiva che è la morte”. Per comprendere, almeno in parte, cosa sottendono le criptiche parole dell’autore, basta leggere Gli animali che amiamo.9788832970012-1

Nel corso della storia, spesso vengono ripresi gli stessi personaggi o situazioni simili tra loro. L’elefante Wong e le moleste attenzioni della donna umana che sogna di essere ingravidata, per esempio, aprono e chiudono l’opera come una cornice surreale. Eppure, nonostante le dinamiche dell’incontro siano simili e i personaggi presentino le stesse caratteristiche, sembra quasi che questi si siano conosciuti due volte senza avere memoria del precedente incontro. È impossibile dire se si tratta di due versioni distinte della stessa trama, o se Wong abbia in realtà incontrato due donne umane simili ma diverse, o ancora, come personalmente ritengo essere più probabile, se semplicemente non abbia alcun senso che il lettore si ponga certe domande, poiché l’intera opera non è altro che un sogno cosciente e ragionato che fa dell’incoerenza la sua più studiata razionalità.

Esattamente come in un sogno, in Gli animali che amiamo il lettore s’immerge sempre più nell’universo incoerente e complesso dell’impero onirico in cui prendono forma le storie. Si comincia con un racconto di facile lettura, logico e completo, per quanto stravagante nei suoi personaggi e nella trama di base. Il volume prosegue però in un crescendo di difficoltà e, attraverso un linguaggio letterario di volta in volta sempre più aulico e raffinato, si intraprende un percorso fatto d’immagini assurde, storie improbabili e salti logici (volutamente) non sempre riusciti.

Verso la seconda metà del libro si giunge sul fondo di quest’immersione onirica, con la cosiddetta Shagga del cielo penosamente infinito: raccolta di testi che trattano la tematica del “tempo dolente, che induce dolore prima, dopo e durante la morte”, ironicamente attribuiti alla prima generazione di quei famosi scrittori incarcerati che potremmo assimilare ai “post-esotisti”. È l’apice dell’assurdo, un’infinità d’immagini e riflessioni meravigliosamente descritte ma impossibili da comprendere. Sono parole che scorrono senza lasciare impronta nella memoria del lettore, che ormai può comunque trarre piacere dalla lettura perché avvicinatovisi con gradualità.

L’ultima parte dell’opera è un altrettanto graduale percorso di emersione dal sogno. Lentamente parole e immagini tornano ad avere senso, richiamano alla mente racconti precedenti e sembrano quasi completarli, fino a quando nell’ultima, perfetta frase di chiusura, il lettore si sveglia. Il libro è finito.

Alcune tematiche ricorrono più spesso di altre, a cominciare dal tema della decadenza, del fallimento, della lotta per la sopravvivenza in un mondo in cui diventa difficile anche comprendere perché ne valga la pena. E quindi parallelamente anche il tema della “discendenza” acquista un ruolo importante, nonostante venga trattato attraverso prospettive diverse e con sentimenti divergenti: alle volte la riproduzione è desiderata in quanto unico modo per permettere alla specie di sopravvivere, in altre è evitata perché assimilata alla morte di chi già esiste. Temi che sembrano essere molto cari a Volodine, e quindi forse al post-esotismo in generale.

Nonostante l’incipit leggero e le premesse un po’ divertenti e bizzarre con cui si presenta l’opera, Gli animali che amiamo è tutto fuorché una lettura facile. Spesso ardua da comprendere e pregna di connessioni sfuggevoli, non si presta a un generale consenso tra tutti i lettori. Chapeau alla traduttrice Anna D’Elia, che è riuscita a riprodurre gli arzigogolati giochi linguistici di Volodine e il suo linguaggio spesso fin troppo aulico, elementi che possono rendere difficile la lettura. Consiglio invece quest’opera a chi volesse sperimentare qualcosa di nuovo, vivere un breve sogno fatto di carta e inchiostro senza pretendere coerenza, logica o completezza — nonostante la sensazione che coerenza, logica e completezza ci siano, e che il lettore semplicemente non sappia coglierle.

 

(di Anja Boato)

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