“Dei nostri fratelli feriti”, quando anche la giustizia miete vittime

Dei nostri fratelli feriti, di Joseph Andras

Fazi Editore

 

Dei-nostri-fratelli-feriti-coverQuando Fernand Iveton ha accettato di piazzare una bomba nella fabbrica in cui lavorava, la sua intenzione era solo quella di seminare scompiglio e compiere un gesto di grande valenza simbolica. Non sono mancate, nel corso della guerra d’Algeria, ordigni letali esplosi in ambienti civili. Fernand non era d’accordo, comunque: la sua bomba avrebbe distrutto solo qualche muro, attirato l’attenzione mediatica, intaccato l’ideale capitalista e promosso la causa dell’FLN (Front de Libération Nationale) e del Partito comunista. Quella bomba sarebbe esplosa per promuovere il sogno di un’Algeria libera dal dominio francese. Invece la polizia è riuscita a intervenire prima che Fernand finisse di piazzare l’ordigno.

 
Non solo incipit del potente romanzo di Andras, la disavventura di Fernand è di fatto la tragica, reale vicenda dell’unico europeo giustiziato nel corso della guerra d’Algeria. Era il 1956, in pieno clima di terrore, con vittime che cadevano su entrambi i fronti, e Fernand aveva progettato con alcuni suoi commilitoni un attentato che, in virtù dei suoi risvolti non letali, potrebbe essere definito “pacifico”. La bomba che avrebbe voluto far esplodere nello stabilimento deserto è stata intercettata dalla polizia, e da quel momento per l’attivista comunista è seguito un duro periodo di violenze e umiliazioni. Torturato dalla polizia francese, incarcerato, condannato a morte senza che ci fossero gli estremi legali, privato della grazia del Presidente della Repubblica, ucciso per soddisfare l’opinione pubblica. Giustizia è fatta!

 
Andras-Joseph_c_Rezvan-S._hfAndras recupera la controversa e oscura storia di Fernand per il suo debutto nelle librerie; un’opera cruda, forte, di grande impatto emotivo che convince la giuria del Premio Goncourt Opera Prima 2016, al punto da vincere il prestigioso riconoscimento. Andras ha però rifiutato il premio, sostenendo che “La competizione, la concorrenza e la rivalità per me sono nozioni estranee alla scrittura e alla creazione”. Una decisione che sicuramente contribuisce a suscitare curiosità nei potenziali lettori, quindi forse traducibile anche in una manovra di marketing abbastanza vantaggiosa, ma che di fatto sembra rispecchiare l’atmosfera e la personalità che traspare dalle pagine dell’opera in sé.

 
Più che un’opera letteraria, Dei nostri fratelli feriti è soprattutto una polemica, un’accusa incattivita al principio malleabile di giustizia, che da ideale universale su cui si regge l’imparzialità del sistema democratico si trasforma in strumento volto a piegare la realtà a piacere dei potenti. Fernand è diventato il Nemico per soddisfare il bisogno dei “buoni” di trovare un capro espiatorio da immolare. La sua vicenda reale viene certamente romanzata, in modo da tradursi in una lettura piacevole, ma i dettagli letterali dettati dalla fantasia dell’autore sono scarni, meri riempitivi di un attento lavoro di ricerca condotto in collaborazione con Jean-Luc Einaudi, attraverso cui è stato possibile ricostruire il più verosimilmente possibile la vita di Fernand e di chi lo ha affiancato nella sua lotta e nella sua crescita.

 
Le parole sono un flusso di pensieri che descrivono i fatti in modo crudo e diretto, senza fronzoli letterari e con pochi aggettivi, mentre i dialoghi vengono integrati nel corpo del testo senza punteggiature specifiche. Quasi come se l’autore avesse semplicemente descritto la vicenda così come dettata dall’istinto, allungando o abbreviando le frasi in base al pathos del momento. Uno stile che si sposa perfettamente con la storia narrata, dove ogni singola scena è essenziale. Le parole non si sprecano, e la lettura prosegue con grande rapidità.

 
Si alternano nel romanzo due archi narrativi che descrivono momenti diversi della storia di Fernand. Uno di questi segue ovviamente la dura pena che affligge il protagonista dal momento in cui la polizia lo sorprende in flagrante con la bomba. Qui si fondono insieme sofferenza, umiliazione, ma anche speranza: fino all’ultimo momento Fernand non cede al pessimismo e continua a credere nella giustizia francese. C’è poi tutta la fiducia dell’idealista, l’affetto umano e il sostegno reciproco che lega il protagonista ai suoi cari. La denuncia e la dura critica di Andras emergono in questi capitoli dolorosi e angoscianti.

 
Dall’altra parte però c’è anche un secondo arco narrativo, forse meno d’impatto, ma non per questo marginale. A un capitolo che descrive la sofferenza di Fernand in carcere, ne segue un altro che narra della sua felice storia d’amore con Hélène. La loro relazione si è sviluppata con naturalezza, un incontro fortunato e due personalità che si trovano in immediata sintonia, una storia d’amore che non ha nulla di straordinario – tranne ovviamente il fatto che Fernand sia un comunista destinato alla tortura e alla condanna a morte, e Hélène quella sua spalla forte, coraggiosa e fiera che, non potendo far nulla per liberare il suo uomo, combatte con ogni mezzo per garantirgli il massimo della dignità. In quest’arco narrativo emerge quindi tutta la dolcezza della vita al di là del trauma della guerra.

 
Dei nostri fratelli feriti è un romanzo che si legge molto rapidamente, eppure lascia la propria impronta, s’imprime nella mente del lettore e pretende di essere ricordato. Vuole essere diretto e vuole fare male, perché veicolo di un messaggio che può essere assimilato solo se esplicitato con durezza: che troppo spesso i singoli individui sono strumenti al servizio di una causa (Fernand è il Martire dei comunisti e il Nemico dei potenti, prima che una Persona), che il loro trasformarsi in simboli li priva di soggettività fino a ridurli a corpi e nomi, che la realtà può essere piegata dalle logiche contingenti. E che un ideale può essere abbastanza forte da non far mettere in ginocchio un uomo nemmeno di fronte alla morte.

 

 

(di Anja Boato)

 

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