Quando sopravvivere è l’unica speranza

Voragine, di Andrea Esposito

(il Saggiatore, 2018)

Mi racconta tante cose. Dice tutto al vuoto. Fa silenzio ancora e poi riprende a voce ancora più bassa ma sforzandosi di articolare i suoni per farsi capire. E adesso non può sentirmi e non lo sa ma io rispondo. Anche se non ho voce gli parlo dal mio vuoto.
Noi parliamo per non essere inghiottiti dal buio. Poi tacciamo e aspettiamo il buio.

Il vuoto è, metaforicamente e materialmente, il centro del romanzo d’esordio di Andrea Esposito, scoperto alla finale del Premio Calvino 2017 ed edito da il Saggiatore, e non a caso il titolo dell’opera è Voragine.

Questa parola esatta e tremenda descrive perfettamente il mondo privo di appigli evoragine_andrea esposito di punti di riferimento in cui il protagonista Giovanni si muove. La storia comincia alla periferia di una città deserta e devastata, che non viene mai nominata ma che il lettore è tentato di identificare con Roma, patria dell’autore.

Giovanni vive con il padre e il fratello in condizioni di estrema povertà, in cui la malattia e la follia fanno nido e prosperano. Il lavoro, l’amore e la famiglia sono concetti sfuggenti e l’unica cosa che conta è sopravvivere, non c’è spazio per l’empatia e chi, come il padre di Giovanni, non riesce ad abbandonare la spinta a riflettere e a interrogarsi sul perché delle cose è destinato ad essere inghiottito dal buio prima di tutti gli altri.

Il protagonista si ritrova rapidamente solo e inizia così la sua Odissea in una città deserta e ostile, in fuga da un rifugio all’altro con il solo apparente scopo di sfuggire alla fame, al freddo, alla malattia e alla violenza degli uomini.

La cifra distintiva dell’opera di Andrea Esposito è la sua prosa scarna, secca e ossessivamente precisa che funge con estrema efficacia da strumento per modellare il mondo spietato e violento che l’autore ha costruito. Voragine non è un romanzo introspettivo, ma riesce comunque a trasmettere emozioni di pagina in pagina usando le parole giuste nell’ordine giusto.

Con poche immagini ben evocate l’autore disegna tutto il rapporto di affetto tra Giovanni e suo fratello e l’odio per il padre, i personaggi che il protagonista incontra nel suo cammino si stagliano vividi sulla pagina e i cani randagi che dominano le strade della città finiscono per intimorire anche il lettore. Mentre si legge si ha freddo, si teme per la propria vita, si cerca disperatamente una via di uscita mentre la morte e l’assenza di senso si fanno strada nella trama.

Dall’inizio alla fine del romanzo, infatti, si intuisce un ulteriore e progressivo declino della civiltà: all’inizio c’è ancora una parvenza di ordine sociale, si va a lavorare, i funerali vengono celebrati, esistono i dottori. Quando Giovanni fugge da casa propria è un senza tetto, ma di pagina in pagina ci accorgiamo grazie a un sapiente uso dei dettagli che la norma nel mondo è diventata la condizione di Giovanni e che sono invece privilegiati quelli che possono ancora permettersi di dormire in una casa, o di dormirci vivi.

Il racconto di questa storia grigia e cupa, senza speranza e senza apparenti scappatoie, rischierebbe di diventare opprimente e poco interessante se la parte finale del romanzo  non fosse dedicata a ricostruire il processo che ha portato la civiltà nello stato di abbandono che l’opera descrive. Solo alla fine del romanzo, inoltre, il lettore ha gli strumenti per capire il senso del vagabondaggio di Giovanni e l’interesse nella sua avventura torna ad accendersi.

Andrea Esposito non lascia spazio alla speranza, ma il fatto stesso che l’epopea del protagonista nasconda un disegno e uno scopo e non sia solo una casuale fuga senza fine addolcisce la lettura e ci lascia supporre che non importa quanto brutale e crudele possa rivelarsi il futuro, resterà sempre almeno un essere umano che, nonostante tutto, continuerà a testimoniare.

(Loreta Minutilli)

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