Atlante delle meraviglie

Atlante delle meraviglie, Danilo Soscia
(Minimum Fax, 2018)

 

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Arriviamo subito al dunque: i racconti di Danilo Soscia sono davvero un atlante delle meraviglie – un titolo quanto mai idoneo e perfetto.
Leggerli equivale a compiere un trip immaginifico nei secoli e nelle latitudini, da Itaca a Rio de Janeiro, dall’Unione Sovietica a Betlemme, dal Giardino dell’Eden alla Repubblica Popolare Cinese, e ancora Cuba, Panama, Parigi, Tunisi, e anche lavanderie a gettoni, carceri, allevamenti di conigli, sontuosi palazzi, porcili, campi di battaglia…
Non a caso il sottotitolo recita: Sessanta piccoli racconti mondo (un numero particolare, forse non casuale, per una raccolta, dato l’evidente riverbero di Buzzati).

Siamo ora uomini comuni e ora eroi, uomini illustri, animali e divinità. Incontriamo Abramo e Isacco, Dio e Satana, Che Guevara e Odisseo, Rimbaud e Gauguin, Marco Polo e Jurij Gagarin, San Francesco e Adolf Hitler, Arianna e Teseo, Agamennone e Cassandra, Adamo ed Eva, Nietzsche e Wittegnstein, fino ad arrivare a Martin Lutero e Antonio Gramsci, solo per citarne alcuni, sia chiaro.
Soscia ci porta sul retropalco della storia, a mostrarci quel che sta dietro e non davanti alla macchina da presa, ed è rimasto fuori dalla fotografia del passato storico, del mito e della leggenda.

Chi ha raccolto il corpo del primo uomo nello spazio dopo che Jurij Gagarin si è schiantato in volo? Chi ha ascoltato le ultime, deliranti parole di Marco Polo? Cosa si dicevano Hitler e i suoi gerarchi quando svestivano i panni di uomini politici? Con quali parole Adamo ed Eva si rivolgevano a Dio? Cosa ha ispirato in Gauguin il Cristo Giallo? E Nietzsche ha mai scritto una folle lettera al Papa?
E al tempo stesso troviamo uomini comuni del passato, del presente, di tempi imprecisati, che affrontano lutti, separazioni o incredibili, oniriche situazioni, come l’incontro con un licantropo, l’incomprensibile violenza in una lavanderia, eccetera eccetera.

Oltre agli uomini, gli animali rivestono un ruolo interessante, così umanizzati pur nella loro natura bestiale; e anche gli stessi uomini sono a loro volta animalizzati. Come i maiali che parlano a San Francesco, come i compagni di Ulisse trasformati in porci, così l’uomo che viene ingozzato con un imbuto in gola al pari delle oche per ottenere il foie gras. Uomini e animali, quindi, nel solco della tradizione classica a cui Soscia attinge molto, appaiono a chi vi presta attenzione quasi interscambiabili, condividenti il medesimo destino, paritari nelle emozioni e nelle sofferenze.

Sono racconti abbastanza brevi – tre, quattro, cinque pagine – spesso metaforici, spesso pari ad apologhi, che ci catapultano in un frammento di vita, in una scheggia di mondo, in un istante quasi casuale del tempo. Tendenzialmente sono privi di un inizio così come di una fine, in medias res; e spesso in apparenza anche privi di un senso o che esso ci sia eppure intellegibile e impossibile da carpire, o ancora che il senso si annidi in un particolare nozionistico che l’autore dà per assodato, in una vicenda storica o mitica che si assume risaputa. Il suo raccontare è colto, la sua prosa precisa.

Più semplicemente pare quasi che per Soscia l’unico senso sia incantare e meravigliare col puro racconto il lettore, il quale sta lì a leggere (ascoltare) e consapevolmente dev’essere pronto ad accogliere qualsiasi cosa che venga proposta, per quanto incredibile, assurda, stravagante, impensabile possa essere. Racconti che infatti lasciano interdetti, sorpresi, allibiti, divertiti, indifferenti, compiaciuti, di cui intuiamo la particolarità il più delle volte solo nell’ultima parola. Un fulmen in clausula capace di stravolgere tutto e offrirci un’interpretazione del tutto diversa da quella di cui eravamo convinti.

La menzogna narrativa si fa realtà, la realtà una menzogna. Il delirio, il coma diventano il razionale. Come in un sogno, il vero e il fittizio si fondono, confondono, compenetrano. Eva e Adamo creano Noé, Marco Polo non ha mai viaggiato, Lazzaro non risorge, Gesù entra in Gerusalemme sul dorso di un maiale, il dedalo di Cnosso non era un labirinto, Cassandra non profetizzava, Hitler sì ed era pure il Dio dei conigli.  La storia, così come il mito e le Sacre Scritture sono presentate quindi secondo una prospettiva stravolgente, rivoluzionaria, eppure lo straordinario qui viene, come predicava Buzzati, burocratizzato, così da apparire naturale, reale.

Insomma, in Atlante delle meraviglie, Soscia è un illusionista che tira fuori dal suo cilindro letterario una meraviglia dopo l’altra, attraverso una scrittura di potente fantasia allucinogena capace di mistificare la realtà.

– Giuseppe Rizzi –

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