Di nuovo in libreria il mondo di dettagli di Paula Fox

Quello che rimane, Paula Fox

(Fazi Editore)

quello che rimane_copertinaCirca un anno fa, l’eclettica e prolifica Paula Fox si spegneva a Brooklyn dopo una lunga e avventurosa carriera che l’ha consacrata come una delle colonne portanti della letteratura americana del Novecento.

Per comprendere quanto la sua opera sia stata fondamentale per la formazione della successiva generazione di scrittori statunitensi basta leggere l’appassionata prefazione di Jonathan Franzen a Quello che rimane, edito, come gran parte della produzione della Fox, da Fazi Editore e tradotto da Alessandra Cogolo.

Quello che rimane – traduzione italiana del titolo originale Desperate characters – è stato pubblicato nel 1970 e dalla prefazione di Franzen è chiaro quanto questo libro abbia segnato la sua vita di lettore e autore. Scrive infatti:

“La prima volta che ho letto Quello che rimane me ne sono immediatamente innamorato… mi sembrava assolutamente superiore a qualsiasi romanzo di scrittori come John Updike, Philip Roth e Saul Bellow, contemporanei a Paula Fox. A più di dieci anni di distanza, e dopo averlo letto ormai decine di volte, lo amo ancora di più.”

Per apprezzare quest’opera quanto Franzen è necessaria una buona dose di concentrazione. Quello che rimane, infatti, è un romanzo che non tollera un lettore distratto: se lo si legge senza calarsi completamente nella sua atmosfera un po’ tesa e un po’ inquieta, infatti, c’è un alto rischio di leggere solo la cronaca di un weekend di fine inverno per una coppia dell’alta borghesia newyorkese alle soglie della mezza età.

In realtà nessun giorno è mai solo un giorno e questo Paula Fox lo sa bene: per questo le ore raccontate nel romanzo racchiudono con sapienza le vite intere dei coniugi Sophie e Otto Bentwood.

Il romanzo si apre quando Sophie Bentwood viene morsa da un gatto randagio che aveva deciso di nutrire. La donna rifiuta di recarsi subito in ospedale e mentre il morso continua a gonfiarsi e la paura di avere la rabbia aumenta, Sophie si confronta con il resto del mondo, da cui è attratta e respinta allo stesso tempo.

Una serie di segni apparentemente insignificanti ma rivelatori sembra voler comunicare ai Bentwood che nel mondo nuovo che i rapidi cambiamenti economici e sociali stanno plasmando non c’è spazio per loro: il morso del gatto, una pietra lanciata in una finestra, una casa devastata, l’ostilità di una famiglia di gente semplice. Persino comprare un tegamino per le omelette, innocente obiettivo di Sophie il sabato mattina, è impossibile senza restare feriti e dover tornare sui propri passi.

Sophie Bentwood è divisa fra l’amore per la propria casa, le proprie cose e i propri privilegi e il bisogno di rinnegarli e disfarsene; così, quando verso la fine del romanzo afferma: Dio, se ho la rabbia, sono uguale a tutto quello che c’è fuori, le sue parole appaiono cariche più di speranza che di panico.

Otto Bentwood, al contrario, è per la maggior parte del romanzo un personaggio granitico e compatto come il suo nome. Nonostante la rottura con il suo socio d’affari e amico di una vita e le ombre del suo rapporto con Sophie, di rado Otto si scompone e le sue esplosioni di vita sono quindi tanto rare quanto travolgenti e definitive.

Il matrimonio tra Sophie e Otto è ricco di crepe, non detti e presentimenti, eppure il quadro che ne emerge non è quello di una coppia infelice: la rappresentazione della loro vita di coppia è al contrario completa e sincera, Paula Fox non teme di mostrare le ombre dell’amore.

Un risultato così netto e intenso viene raggiunto grazie ad una prosa precisissima e chirurgica, dove ogni azione è descritta con una ricchezza di particolari fredda e densa di significato e nessuna parola è posizionata casualmente.

Il segreto per racchiudere un mondo intero in tre giorni e meno di duecento pagine è quindi far caso ai dettagli: non c’è bisogno di verbose digressioni o riflessioni didascaliche per comunicare, è sufficiente osservare il colore di un pezzo d’arredamento, annusare bene l’aria, guardare fuori dalla finestra perché un intero contesto sia chiaro e lampante. Gli oggetti ci parlano, e Paula Fox ci insegna ad ascoltarli.

(di Loreta Minutilli)

in copertina: una scena del film Desperate characters (1971) tratto dal romanzo

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