“Gli dei notturni”: racconti onirici per narrare il Novecento

Gli dei notturni, Danilo Soscia
(minimum fax, 2020)

gli-dei-notturni-2242Due anni fa, appena terminata la sorprendente lettura di Atlante delle meraviglie (minimum fax, 2018), ebbi modo di scrivere: «Soscia è un illusionista che tira fuori dal suo cilindro letterario una meraviglia dopo l’altra, attraverso una scrittura di potente fantasia allucinogena capace di mistificare la realtà». Ero rimasto incantato soprattutto dal modo in cui sapeva riscrivere, reinventare la storia, come un evangelista apocrifo, narrando di personaggi reali, da Hitler a San Francesco, da Che Guevara a Gagarin, da Nietzsche a Gauguin.
Ho dunque accolto con un entusiasmo spropositato la recente pubblicazione della sua nuova raccolta di racconti, questa volta incentrata interamente su uomini e donne reali, attraverso cui fornire un affresco pittorico e inedito del ventesimo secolo.

L’obiettivo di Soscia questa volta trascende la consueta raccolta di racconti: Gli dei notturni vuol essere una silloge di biografie oniriche, ovvero, come tenta di spiegare la quarta di copertina, «biografie rappresentante nella loro completezza ermafrodita,  del tutto vere e del tutto fasulle». Un intento che appare subito estremamente affascinante, seppure di non limpida definizione. Si può dire, per chiarire, che ciò che il lettore si trova davanti, più che quaranta racconti, sono quaranta squarci all’interno delle traiettorie di vita di altrettanti personaggi, dai quali affacciarsi ora per assistere a un loro sogno, ora per partecipare a un loro flusso di pensieri, ora per assistere a un evento particolare ma il più delle volte marginale, inconsueto, fantasticato della loro esistenza.

E dunque Aldo Moro passa il tempo della sua prigionia a guardare Ufo Robot in televisione e Giulio Andreotti confessa i suoi sogni a un prete in un cimitero di Roma; Ho Chi Minh riflette sul senso dell’arte poetica e Sylvia Plath sul mito di Dedalo e Icaro; William Burroughs dialoga con un gatto vagamente bulgakoviano mentre Amedeo Modigliani con la zingara del suo omonimo quadro, e ancora possiamo leggere la voce e i pensieri di tanti altri protagonisti del secolo scorso, da Ronald Reagan a Saddam Hussein, da Pasolini a Bukowski, da Charles Manson a Cesare Lombroso, da Marilyn Monroe ad Anna Magnani, da Hannah Arendt a Eva Braun, da Elsa Morante a Virginia Woolf.

Danilo Soscia si conferma un autore di rara potenza immaginativa nelle idee tanto quanto nello stile. Non c’è un solo racconto che anche soltanto rischi di incespicare nella banalità. L’estremo lavoro di ricerca dietro a ciascuna storia, la cura incredibile dei dettagli, rivelano la propria presenza come colpi di mortaio.
Eppure il vigore immaginativo di Soscia si fa qui così impetuoso da rompere gli argini. Sembra quasi che l’autore, mosso dalla tentazione affascinante di rispondere all’interrogativo (letterariamente interessantissimo) di quale sia la possibile biografia onirica di questi personaggi, di quale contesto fedele e al tempo stesso ricercato e originale questa possa avere, abbia finito per prestare un’eccessiva fedeltà all’assunto che fa esprimere a Kawabata: «Ogni sogno è un racconto senza finale, e pertanto privo di senso» (p.56) Questa aderenza alla insensatezza del sogno, per quanto indubbiamente coerente, ha forse fatto perdere di vista il lettore e il piacere della lettura, come un regista che, nel preparare uno spettacolo teatrale, si fosse concentrato ad allestire una scenografia che suscitasse stupore e meraviglia, curata fino all’ultimo particolare, ma avesse finito per trascurare l’oggetto narrativo della rappresentazione.

Il modo equilibrato in cui, in Atlante delle meraviglie, stimolo intellettuale, ricerca, originalità e sentimento conducevano a un racconto effettivamente molto gradevole, con un perfetto rapporto tra intenti ed esiti, non trova un corrispettivo nei racconti forse eccessivamente ermetici – se così possiamo definirli – che compongono questa raccolta, i quali paiono molto spesso privi del piacere stesso di raccontare una storia. L’intuizione peculiarissima che dovrebbe sostenere ciascuno di essi si sfalda come pane inzuppato d’acqua, e le “ipnografie” non mantengono una forma netta, solida, e pertanto non aderiscono alle pareti del contenitore-racconto, come un liquido che si espande in ogni direzione. Di conseguenza i racconti hanno difficoltà a entrare in risonanza con il lettore sia attraverso la componente emotiva sia attraverso lo stimolo intellettuale. Ma questi, in generale, sono i rischi di qualsiasi raccolta che abbia un obiettivo programmatico specifico, per comporre la quale è l’autore ad andare in cerca dei racconti e non i racconti a bussare alla porta dell’autore.

Comunque ci sono uno o due paia di racconti che si svincolano felicemente da quanto appena illustrato, per il modo in cui si coniuga un’intuizione brillante a una chiara, egregia esecuzione, come nel caso di Amedeo Modigliani e ancor più – è il racconto che tra tutti ho preferito – di Moana Pozzi. L’ermetismo tipico della raccolta qui viene smorzato, come una spezia troppo piccante utilizzata nel giusto dosaggio, per raccontare il rapporto (onirico) tra la nota attrice pornografica e Dio, un Dio-uomo che abita in casa con lei, in dialogo con il quale Moana indaga il nesso tra l’amore carnale degli umani e l’amore divino, tra la pornografia e lo stesso Dio. Un racconto in cui una riflessione filosofica-teosofica interessantissima e intellettualmente parecchio stimolante viene incastonata in una cornice ammaliante e in una narrazione candida, poetica e commovente.

Giuseppe Rizzi

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