Il mondo attraverso lo Stereoscopio di Rodolfo Wilcock

Lo stereoscopio dei solitari, Juan Rodolfo Wilcock
(Adelphi)

 

lo stereoscopio dei solitari_copertinaQuelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira: ogni volta che incontro un libro di questo tipo mi riconosco un po’ di più in questa citazione di Salinger. Nel mio caso, il rimanere senza fiato è letterale: ho bisogno di chiudere il libro ogni quattro o cinque pagine e pensare a quello che ho letto, chiedendomi sempre più perplessa come è stata concepita una trama, una frase, un colpo di scena.

Ho provato questa sensazione leggendo Lo stereoscopio dei solitari, raccolta di racconti di Juan Rodolfo Wilcock edita da Adelphi il cui titolo aveva catturato la mia attenzione non appena l’ho scorto in libreria. Tuttavia, quando ho iniziato a raccogliere informazioni su Wilcock ho avuto sempre più dubbi sul fatto che davvero avrei voluto essere sua amica: il ritratto dello scrittore che emerge dalla sua biografia e dalla sua opera è quello di un misantropo, cupo, conservatore, assolutamente geniale e quindi incomprensibile.

La vita stessa di Wilcock è stata tormentata come un’opera d’arte: nato in Argentina alle soglie degli anni Venti e ben presto celebrato in patria come promettente poeta e narratore, strinse una grande amicizia con Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges. Nonostante ciò lasciò definitivamente l’Argentina a metà degli anni Cinquanta e si trasferì in Italia. La sua partenza fu così annunciata all’amico scrittore Héctor Bianciotti:

Se non te ne vai subito da questo Paese sei perduto per sempre. C’è una nave che parte per l’Italia tra venticinque giorni, non è cara. Io la prenderò.

Wilcock si stabilì nei pressi di Roma, continuò la sua attività di traduttore e critico letterario e fu autore di numerosi racconti e un romanzo mostrando una padronanza della lingua italiana che rende la lettura delle sue opere piacevole e deliziosa. Perché, allora, quello di Rodolfo Wilcock è un nome oscuro ed erudito in cui è difficile imbattersi?

Leggere Lo stereoscopio dei solitari mi ha aiutata almeno in parte a rispondere a questa domanda: in questa raccolta di racconti brevissimi, che l’autore definì un romanzo con settanta personaggi principali che non s’incontrano mai, si staglia nitida sullo sfondo la figura di uno scrittore geloso del suo mondo e del suo modo di guardarlo, critico, affilato, poco incline a comunicare con l’ambiente in cui era immerso. Non riesco ad immaginare Wilcock come qualcuno che ricerchi la fama: lo vedo piuttosto mentre scrive questi racconti con l’intento di avere uno stereoscopio personale attraverso cui guardare l’universo.

La criticità dell’autore nei confronti dell’ambiente letterario italiano di cui egli stesso era parte si evince da racconti come La lettrice, in cui una gallina è una indiscussa autorità della critica letteraria, mentre diversi altri racconti fanno più o meno velatamente da portavoce per la sua avversione alla modernità. Ne è un esempio Gli amanti,  che ha per protagonista una coppia innamorata che decide di isolarsi dal mondo, la cui avventura sentimentale cade rapidamente nel grottesco. Se si pensa che Lo stereoscopio dei solitari è stato pubblicato nel 1972, non è difficile individuare un riferimento al tema dell’amore libero tanto caldo in quegli anni.

Altri racconti – Medusa, L’aruspice, Il centauro, L’angelo, La sirena – hanno per protagonisti personaggi mitologici la cui poesia viene completamente svilita in un presente che non sa e non può accoglierlo: così la sirena soffre di depressione e tenta il suicidio, l’angelo cerca lavoro come prostituto tuttofare e l’aruspice deve confrontarsi con i costi vertiginosi della divinazione per viscere.

Nonostante i solitari di Wilcock siano, a parte poche eccezioni, tragicamente in balia di eventi e situazioni che cercano di distruggerli, il tono della raccolta non è angosciante ma tende piuttosto ad una comica malinconia: i racconti delineano un personaggio o una situazione apparentemente regolare e riga dopo riga la narrazione precipita a tutta velocità verso finali grotteschi e spiazzanti, la tristezza passa dunque in secondo piano mentre il lettore viene trascinato in un vortice di assurdo e bizzarria.

Chi era davvero Juan Rodolfo Wilcock? Nella seconda metà dell’opera, nella mia mente di lettrice ho iniziato ad associarlo al protagonista de Lo smemoriato, il mio personaggio preferito della raccolta. Concludo quindi con il finale del racconto:

Podolfo sta cercando di mettere insieme le diverse componenti del mondo ma senza troppo impegno il che si spiega se si considera la mediocre qualità sia delle componenti che dell’insieme. Tutto gli accade per la prima volta e Podolfo fatica a farsi un’idea chiara della maggiore o minore desiderabilità dell’accaduto. I suoi compagni lo trovano strambo, diverso: ingoia sassolini, cammina sul fuoco acceso, si siede sulle uova, abbaia insieme ai cani; al cinema non guarda lo schermo, ma gli altri spettatori; in chiesa si addormenta; non scende per le scale come tutti ma preferisce saltare dalla finestra; di notte guarda la luna o le stelle, con agghiacciante interesse; ha paura delle mosche e del latte; si rade la barba a strisce, morsicchia l’elenco telefonico, due o tre volte l’hanno visto passare attraverso una porta chiusa, aumenta continuamente di peso e di volume, si trasforma in ghepardo o in ogni caso riceve periodicamente la visita di un ghepardo nella sua stanza, a volte manda un profumo di ginestra così forte che bisogna aprire la finestra, fa dei buchi nel soffitto con la forza della volontà, insomma per ora sembra improbabile un suo ritorno alla normalità.

(Loreta Minutilli)

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