Uccidendo la realtà – il mosaico della follia di Laiseca

Uccidendo nani a bastonate – Alberto Laiseca
(Edizioni Arcoiris, 2017)

Ci sono due sole persone che possono leggere un libro simile. Il primo tipo: una persona enciclopedica. L’altro tipo: tutti gli altri.
La persona enciclopedica vedrà saziata la sua sete di stimoli e citazioni, trovando riferimenti ad arte, letteratura, filosofia e storia. Il resto della gente, semplicemente, vedrà saziata la sua sete di fantastico e provocazione. Ciò che accomuna queste due tipologie di lettori è che, finito il libro, saranno entrambi molto confusi.

Uccidendo nani a bastonate ha una struttura a cerchi concentrici. L’universo di riferimento è uno, ma ogni storia riprende un personaggio, una situazione o è una costola delle storie precedenti. È un testo che non si lascia comprendere sin nelle più piccole intenzioni, ma ha il privilegio di lasciarsi comprendere nella sua motivazione principale: la provocazione.

Già il titolo, che rimanda al racconto Hop-Frog di Poe, lascia immaginare il desiderio de-costruttivo del libro. Non distruttivo, quanto piuttosto un tentativo di prendere i pilastri della nostra storia, sradicarli dai loro contesti sociali e culturali, e infine ri-assemblarli per creare un mostro delirante. Laiseca è così capace di creare un mondo totalmente nuovo ma assolutamente familiare: non solo verosimile, ma un mondo dentro il quale non ci sentiremmo estranei.

Le tematiche trattate nei racconti sono politiche, religiose, sociali e spesso risultano disturbanti per le modalità con cui vengono trattate. Il lettore si ritrova catapultato in dialoghi deliranti, rapporti di causa-effetto apparentemente illogici, eppure – alla fine dei racconti ma anche alla fine dell’intera lettura – non si fatica più a comprendere perché tutto appaia così “folle”: i personaggi incarnano motivazioni interiori profonde, spesso taciute o annegate nel senso comune (ecco chi sono i nani).

Durante la lettura si può addirittura sentire un senso di fastidio, rabbia, una voglia irrefrenabile di aggredire i protagonisti. E infatti è lo stesso Laiseca a dirlo, nella prefazione: «Procuratevi un’arma (un bastone di frassino, un’accetta o qualsiasi altra cosa) e inoltratevi allegramente nella selva di questi tredici racconti».
Se nel racconto Hop-Frog di Poe era il nano ad uccidere il re, qui siamo noi ad armarci per uccidere i nani: personaggi folli, cattivi e meschini, caricati di odio e pazzia, metafore disarmanti che non sempre si riescono a comprendere fino in fondo.

I racconti che più colpiscono, nel senso in cui può colpire Laiseca (allo stomaco quindi, oltre che alla testa), sono sicuramente i racconti di stampo nazista. Racconti che, pur collegati al quadro generale dell’intero testo, sono ancor più connessi tra loro fino ad arrivare alla Soluzione finale.

Il dato illogico che caratterizza l’intera opera di Laiseca è forse la chiave di lettura migliore per accettare di non poter seguire sempre il filo. O meglio: è possibile seguire la storia, immaginare gli scenari e i personaggi (nani malefici e pestiferi), ma una cosa che è assolutamente impossibile fare è distinguere il reale dal fantastico, la logica dei personaggi dal loro delirio.
Nel bel mezzo dell’avventura, a un certo punto il lettore dovrà accettare di abbandonare i punti di riferimento e lasciarsi condurre. Non è il lettore qui a comandare, ma è la schizofrenia interna a questi racconti a imporre il senso.

Ho difficoltà a definire quest’opera una raccolta di racconti, considerando che ogni racconto non è slegato dagli altri ma – soprattutto – è chiaro che l’intenzione dell’autore non fosse quella di creare brevi racconti indipendenti, quanto piuttosto di comporre un mosaico nel quale ogni tassello potesse essere ammirato in sé, ma assumesse senso compiuto solo nel quadro generale.
In questo non vedo un difetto, anzi: credo che questa sia la modalità più saggia e alta per utilizzare l’espediente narrativo del racconto. Un romanzo che riesca a riprodurre uno spaccato della realtà non è così impensabile; una raccolta di racconti che costruisce un mondo è più complesso da immaginare.

Leggendo l’opera e cercando disperatamente di definirla, mi è venuto in mente un solo termine: pensiero magico. Una definizione che si usa in ambito psichiatrico. Adesso, volendo slegare immediatamente il termine da qualsiasi giudizio medico, direi che il romanzo è esattamente questo: un meraviglioso pensiero magico che racconta, con l’occhio di chi non teme il non-senso, il nostro mosaico socio-culturale.

Clelia Attanasio

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