L’animale femmina: un inno contro lo misoginia

L’animale femmina, Emanuela Canepa

(Einaudi, 2018)

“Un romanzo compiuto, maturo, di esemplare nitidezza nella struttura e incisivo nella lingua”: con queste parole la giuria del Premio Calvino 2017 ha decretato all’unanimità la vittoria di L’animale femmina, recentemente pubblicato da Einaudi. Nell’opera della Canepa, una certa ingenuità tecnica viene controbilanciata dalla piena maturità contenutistica, che consente all’autrice di dare corpo a un tema denso e difficile come la misoginia in una struttura narrativa efficace e convincente.

8602247_3146070L’incipit è di per sé l’elemento più debole del romanzo, che rischia di sminuire fin dal principio un testo altrimenti molto denso, realistico e ben concepito. La protagonista, Rosita Mulè, è una studentessa di medicina fuorisede, che tenta ogni giorno di vincere contro la povertà e di trovare del tempo per concentrarsi sulla preparazione degli esami. La sera della vigilia, anziché godersi l’uscita anticipata dal lavoro, decide di andare a casa di uno sconosciuto per restituirgli il portafoglio – un bene poco prezioso recuperato casualmente da Rosita poco tempo prima. Il portafoglio in questione appartiene alla domestica di un facoltoso avvocato che, apparentemente interessato a premiarla per il suo nobile gesto, le offre un lavoro nel suo studio legale. Si entra così nel cuore vero del romanzo, fondato sul rapporto ambiguo e perverso tra Rosita e Ludovico Lepore, l’avvocato misogino che l’ha salvata dalla povertà.

Il percorso intrapreso dalla protagonista per arrivare a questa importante svolta è invece a tratti un po’ debole. Il problema non risiede tanto nell’espediente ideato dalla Canepa per giustificare l’incontro – forse anonimo e casuale, ma pur sempre plausibile – quanto nel modo in cui questo viene raccontato. La prima parte de L’animale femmina, un po’ lenta e povera nel contenuto, cerca di far entrare il lettore nel romanzo attraverso un approccio per lo più descrittivo, che vuole delineare l’ambiente e la storia di Rosita in modo da poter dar poi per scontate molte informazioni – su sua madre, sulla povertà, sulla sua vita presente e passata. Tutte le potenzialità introspettive del tempo presente si perdono così nei ricordi di Rosita e nelle descrizioni delle sue difficoltà quotidiane, creando l’effetto di un rapido riepilogo. Non che sia di per sé sbagliato riportare l’antefatto, ma considerando la ricchezza della seconda parte dell’opera, forse poteva essere gestito meglio.

Fortunatamente Rosita inizia a lavorare per l’avvocato Lepore abbastanza in fretta, e da quel momento il romanzo si trasforma in un’indagine delicata ma forte sulle donne e sugli stereotipi che le riguardano. La prospettiva più significativa e disarmante è quella di Lepore stesso, misogino nell’anima, che non odia le donne al punto tale da non riconoscervi dietro delle capacità, ma che le riduce comunque a creature standardizzate, prevedibili e banali. Ha creato un suo bestiario mentale sulle diverse specie di animali femmine, e la vittima dei suoi deliri misogini è proprio Rosita, che in quanto “vergine sacrificale” – la razza in cui Lepore ritiene di poterla catalogare – è troppo gentile e accondiscendente per opporvisi. Eppure il silenzio di Rosita è determinato in primo luogo dal terrore di perdere tutto quello che Lepore le ha dato: un lavoro, la sicurezza economica, il tempo per studiare. Rosita è vittima di Lepore quanto tutte le donne che lo circondano, dall’indifesa domestica all’altrimenti forte collega dello studio legale. Ma fino a che punto è possibile sopportare l’umiliazione per mantenere un lavoro e una sicurezza?

Allo stesso tempo, l’autrice accompagna il lettore nel passato di Lepore, mettendo in luce tutte le motivazioni che sottendono lo sviluppo di un atteggiamento così maschilista. Questo secondo arco narrativo è pienamente convincente: non ci sono antefatti descrittivi, si entra nel vivo della storia con leggerezza e il suo sviluppo è interessante, ben strutturato e convincente.

Lo stile è un crescendo di raffinatezza. Il problema è che questa eleganza retorica è presente anche nei dialoghi tra personaggi, i quali sembrano essere tutti in ugual misura dotati di un talento discorsivo straordinario. Non c’è differenza nel modo in cui i diversi personaggi si esprimono, ma non si tratta nemmeno di uno stile neutro, quindi talvolta alcuni discorsi risultano essere poco realistici. Se non si considera questa piccola pecca, lo stile dell’autrice è veramente affascinante.

Come prevedibile in un romanzo d’esordio, L’animale femmina ha quindi i suoi pro e i suoi contro. Le imperfezioni dell’opera sono comunque perdonabili in nome del realismo e della delicatezza con cui viene trattata una tematica complicata come la misoginia.

 

(Anja Boato)

 

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