L’adolescenza in un tuffo lungo la Corniche Kennedy

Corniche Kennedy, Maylis de Kerangal
(Feltrinelli, 2018 – trad. M. Baiocchi)

corniche kennedyMaylis de Kerangal, già nota al pubblico italiano con Riparare i viventi, Nascita di un ponte e Lampedusa, è da poco arrivata in libreria con Corniche Kennedy sempre pubblicato da Feltrinelli. Il romanzo, uscito in Francia una decina di anni fa, è ora disponibile nella traduzione di Maria Baiocchi.

A Marsiglia, lungo la Corniche Kennedy, una delle strade panoramiche più belle della regione, tutti i giorni dei ragazzini si riuniscono su una scogliera a picco sul mare, “la Piatta”. Da lassù si tuffano in acqua e gridano la loro presenza, arroganti, spregiudicati, pieni di vita, con movenze pompose e artificiali, la gestualità tipica dell’adolescenza. Vengono dalle cités, sono nati nelle case popolari dei quartieri nord in famiglie sfaldate, figli di immigrati, con genitori in galera o disoccupati o che lavorano troppo. Hanno la povertà incollata addosso, già traditi e delusi. Soprattutto, non hanno niente da perdere.

Si sfidano tra loro, sfidano la vita, sfidano i poliziotti con il fischietto sempre pronto. Belli, spavaldi, invincibili come si è a quell’età, sfrecciano sui motorini con i capelli al vento per raggiungere “la Piatta”, forse perché “la misère serait moins pénible au soleil” come canta Charles Aznavour.

Poco lontano, da una finestra da cui si vede la scogliera, un poliziotto li osserva fino a farsi un cruccio di questi ribelli irriverenti, carichi di adrenalina, buffi e allo stesso tempo teneri. Finisce per prendersi a cuore il ragazzino più emarginato del gruppo, abbandonato da due amici che scappano spensierati ed esultanti con una busta di coca da rivendere, con il sogno di una vita in un altrove luccicante. Lo piantano lì, ferito, dolorante, sotto un sole spietato e sarà il poliziotto a trovarlo, a riportarlo a casa.

Nel viaggio in macchina, i due si studiano, si parlano, si conoscono, prima diffidenti poi resi complici da un hamburger in un parcheggio di periferia. Rimangono ognuno nel suo ruolo, dalla parte opposta della barricata, ma entrambi fragili, entrambi soli. Il ragazzino è sempre sbruffone, sempre allegro, ma di un’allegria che non convince più nessuno. Il poliziotto mastica il panino, anche se è sovrappeso, anche se ha la glicemia alle stelle; solo anche lui, platonicamente innamorato di una prostituta russa che è fuggita senza lasciare tracce.

È lontano dall’immagine del più famoso sbirro marsigliese della letteratura, Fabio Montale. Eppure c’è una certa poetica che accomuna il romanzo della de Kerangal con quelli di Izzo, il mare come emblema della felicità e una “sensualità delle vite disperate” che pervade gli affetti, la città e la vita. La coscienza profonda di una mancanza di soluzioni definitive, di completezza, di possibilità di superare per sempre il dolore; delle partenze altrui che svuotano le nostre esistenze.

Corniche

La de Kerangal ci offre un’immagine tangibile dell’adolescenza: dei ragazzini brucianti di vita e di rabbia, sospesi a mezz’aria prima di toccare l’acqua. Lo fa con una lingua generosa, un lessico ricco e meticoloso e una sintassi che travolge come un fiume in piena, tantoché a volte si sente l’esigenza di fermarsi, tornare indietro, rileggere per il piacere di immergersi fino in fondo, per assaporare ogni sensazione in tutte le sue sfumature. Per questo, l’omonimo film di Dominique Cabrera non può reggere il confronto. La trama si potrebbe dire che è superflua e riassumibile in poche parole, quello che conta è lo stile dell’autrice, la sua capacità di assorbirci nella pagina, come in un vortice.

Caterina Marchioro

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