L’epopea di una Nazione nella storia di “Quattro madri”

Quattro madri, di Shifra Horn
(Fazi Editore, 2018 – trad. S. Kaminski)

quattro madri_copMi sono sempre considerata una lettrice onnivora, sarebbe una bugia, però, negare che ci sono dei generi e dei topos letterari a cui sono particolarmente legata. Uno di questi è la saga famigliare: è per questo che Quattro madri, l’opera d’esordio dell’israelita Shifra Horn pubblicata nel ’99 e recentemente ristampata da Fazi in una nuova edizione, ha subito catturato la mia attenzione.

In una Gerusalemme mutevole ma sempre fedele a se stessa, cinque generazioni di donne attraversano un secolo e mezzo di Storia crescendo le proprie figlie senza il supporto di mariti scomparsi nelle circostanze più diverse.
Il fantasma dell’abbandono coniugale non risparmia Amal, l’ultima nata, che cerca disperatamente di ricostruire la storia della propria famiglia per risalire all’origine della strana maledizione e scoprire notizie su suo padre, sul quale aleggia un fitto mistero. 

Amal sa che chiedere informazioni a sua madre Gheula sarebbe inutile: la donna non sopporta la curiosità di sua figlia nei confronti del padre. La giovane donna si rivolge quindi, a più riprese, alla nonna Pnina Mazal, che vive in una casa invasa dai gatti, e alla bisnonna Sarah, matriarca bellissima perennemente circondata da donne che chiedono la sua benedizione per diventare fertili.

Amal ottiene, così, la lunghissima storia della sua famiglia, a partire dalle vicissitudini che hanno portato la sua trisnonna Mazal a sposarsi a soli tredici anni fino alle circostanze della sua nascita. Se però la prima parte del racconto è ricca e particolareggiata, gli eventi si fanno più radi ed episodici man mano che la storia si avvicina al momento cruciale della gravidanza di Gheula.
A quel punto, però, il lettore potrebbe essersi già dimenticato della propria curiosità sul padre di Amal, preso com’era dalla storia avvincente e rocambolesca di Sarah e della sua famiglia.

L’autrice, infatti, costruisce un intreccio incalzante e ricco di colpi di scena, in cui le disgrazie che colpiscono le protagoniste assumono le forme più disparate e intricate.
Nonostante ciò, l’opera non cade mai nel banale grazie ad un sapiente uso dei dettagli e alla caratterizzazione dei personaggi.

Le donne della famiglia di Amal sono descritte per iperboli: sono, prima di tutto, esageratamente belle. Se l’insistenza su questo dettaglio potrebbe sembrare inopportuna nelle prime pagine – ad esempio, quando si parla degli eserciti di corteggiatori che hanno assediato Amal nel corso della sua vita – quando nel racconto compare la piccola Sarah, con i suoi capelli lunghissimi color dell’oro e la sua bellezza che la rende quasi un luogo di pellegrinaggio, ci si abbandona volentieri al gioco dell’autrice e all’eccesso tipico di un racconto orale, passato di bocca in bocca prima di giungere sulla pagina.

Oltre che bellissime, le donne della famiglia di Amal sono anche enormemente intelligenti: imparano a leggere da sole e la piccola Pnina Mazal, a soli tre anni, è in grado di conversare in cinque lingue.
È nel rapporto con la tradizione ebraica che questi personaggi diventano rotondi: qui la narrazione assume delle sfumature di realismo magico e la fatalità e la religione si intrecciano.

Il lettore viene guidato nel mikveh, il bagno rituale in cui una sposa deve immergersi prima del matrimonio e nel quale i capelli delle donne della famiglia non vogliono assolutamente affondare, impara a conoscere il viscido anonimato degli studenti della yeshivà, la scuola per rabbini, e inizia a dubitare che l’acqua di rose preparata da Sarah non abbia, dopotutto, davvero delle proprietà curative.

Solo nella parte finale dell’opera, a partire dallo scoppio della guerra, la Storia si intreccia in maniera tangibile e riconoscibile alle vicende delle protagoniste e intravediamo i cambiamenti che stanno scuotendo la città. Purtroppo è proprio in corrispondenza di questi eventi che la storia si fa meno dettagliata e sfuggono dei particolari che avrebbero potuto chiudere in modo più soddisfacente la vicenda.

Quattro madri è tuttavia una lettura piacevole e avvincente in cui la memoria del passato, simboleggiata dal sandouk, il sontuoso baule appartenuto a Mazal che passa di generazione in generazione, diventa un elemento imprescindibile per comprendere il presente. I colori e gli odori di Gerusalemme non vi abbandoneranno facilmente.

(Loreta Minutilli)

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