Un’indagine sull’essere umani: “Fantasie di stupro” di Margaret Atwood

Fantasie di stupro, di Margaret Atwood
(Racconti Edizioni, 2018 – trad. G. Cenciarelli)

9788899767198_0_0_0_75Nell’ultimo anno sono stata spesso sul punto di iniziare a leggere una delle opere di Margaret Atwood, ma l’intenzione non è mai andata a compimento.
Prima di poter leggere L’altra Grace sono stata catturata dalla serie tv, L’assassino cieco ha riposato sul mio comodino per circa un mese senza che riuscissi a dedicargli il tempo necessario e nonostante non avessi ancora letto Il racconto dell’ancella sapevo a riguardo abbastanza da aspettare il momento giusto per affrontarlo, quello in cui sarei stata in grado di sopportarne l’impatto.

Perché potessi finalmente incontrare le parole della prolifica autrice canadese è stata necessaria la raccolta di racconti Fantasie di stupro, recentemente edita da Racconti Edizioni nella traduzione di Gaja Cenciarelli. Mi aspettavo ingenuamente atmosfere distopiche o lontane nel tempo, ero vagamente preparata sui temi, non immaginavo invece di poter restare sorpresa.

I quattordici racconti di questa raccolta sono, infatti, facilmente descrivibili come spiazzanti. Ho dovuto per prima cosa ricredermi sulle mie aspettative: tutte le storie hanno un’ambientazione contemporanea, la maggior parte si svolgono in Canada e ognuna sembra, più che raccontare una vicenda, voler fare una domanda a chi la legge.

I personaggi di Margaret Atwood sono  prevalentemente donne insoddisfatte della propria vita e la loro irrequietezza prende spesso forma proprio sotto forma di domande: Agli altri succedono cose reali, […], perché a me no? [p. 175], si chiede Annette, la protagonista di Articolo di viaggio, mentre la Julia di Le vite dei poeti riesce ad individuare con lucidità il centro del suo malessere:

Ma qual era il suo errore? Pensare che la sua anima potesse salvarsi, senza dubbio. Solo grazie alle parole. [p. 257]

Spesso le domande disseminate dall’autrice di racconto in racconto sono meno esplicite, si nascondono in una descrizione apparentemente slegata dal contesto o in un dettaglio ripetuto con insistenza e assumono la forma di vere e proprie provocazioni.

Questo è evidente nel racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui quattro colleghe passano la pausa pranzo a discutere delle proprie fantasie di stupro con un misto di malizia e riluttanza. Estelle, la voce narrante, ascolta i discorsi delle colleghe, più simili al desiderio di un’avventura proibita con un affascinante sconosciuto che alle atmosfere cupe e angosciose della violenza, e li smonta con implacabile ironia, anche in questo caso, però, priva di certezze e risposte:

Cioè, come potrebbe un uomo fare una cosa del genere a una persona con cui ha appena chiacchierato a lungo, una volta che capisce che anche lei è un essere umano, che anche lei ha una vita, non riesco a immaginare come possano andare fino in fondo, sai? Insomma, so che succede ma non lo capisco, questa è la parte che non riesco proprio a capire. [p. 129]

Tra le parole di Margaret Atwood è sempre nascosta un’indagine, a volte in maniera così sottile che alla fine di un racconto si ha la sgradevole sensazione di non averci capito nulla – è quello che mi è successo, ad esempio, con Ballerine. In ognuna delle storie, tuttavia, ci sono immagini e frasi che continuano a tormentare il lettore e a costruire un percorso nella sua mente anche dopo l’ultima riga, fino a convincerlo che, dopo tutto, non c’era niente da capire se non un dettaglio su cui riflettere.

Come già accennato, i personaggi di questi racconti sono persone comuni, con piccole ansie, dispiaceri e paure da affrontare, eppure il dolore di ognuno di loro è sviscerato in maniera delicata e decisa, al punto da spingere il lettore a concludere che le persone comuni non esistono: ogni essere umano ha una prospettiva unica e insostituibile sul mondo che merita di diventare letteratura.

L’autrice indaga i sentimenti umani senza pietà e senza sconti, neanche l’amore può esistere in forma pura e semplice. Così la disillusa protagonista di Gioielli per capelli ricorda i propri amori giovanili:

Di persona, la tua ironia era impenetrabile, ma da sola, io potevo sguazzare senza interruzioni nel mio destino romantico e tragico. Non ho mai capito perché la gente considera la gioventù un periodo di libertà e gioia. Probabilmente perché hanno dimenticato la propria. [p. 144]

Nulla dunque è al sicuro dalla complessità e dall’ambiguità, il non detto soverchia quello che le parole riescono a esprimere. Tuttavia, la parte nascosta agli occhi non è necessariamente ansia, paura e angoscia ma può essere forza e perseveranza, o almeno è quello che ho letto – o forse ho deciso di leggere – in Dare alla luce, il racconto che chiude la raccolta. Concludo quindi con i pensieri della protagonista Jeannie subito dopo aver partorito una bambina, o forse se stessa:

Jeannie capisce che, se il palazzo è così (un solo tocco potrebbe distruggerlo, un incresparsi della terra, perché nessuno ci ha fatto caso, perché nessuno lo ha protetto da incidenti del genere?), allora anche il resto del mondo dev’essere così, tutta la terra, le pietre, la gente, gli alberi, tutto dev’essere protetto, accudito, curato. L’enormità di questo compito la sconfigge; non sarà mai all’altezza; e allora cosa succederà? 
[…] Dopodiché le portano la bambina, solida, sostanziosa, compatta come una mela. Jeannie la esamina, è completa, e nei giorni che seguiranno anche lei verrà sopraffatta da altre parole, i capelli le si scuriranno lentamente, smetterà di essere ciò che era e sarà sostituita, poco a poco, da qualcun’altra. [p. 303]

(Loreta Minutilli)

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