“I quattro libri” e una chiacchierata con Yan Lianke

Yan Lianke è ritenuto uno degli autori più celebri e trasgressivi del panorama cinese contemporaneo. Tra le sue opere principali ricordiamo Servire il popolo, Il sogno del villaggio dei Ding e I quattro libri, pubblicato in Italia da nottetempo.

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Fonte: nottetempo

Costruito assemblando gli estratti di quattro opere (un trattato filosofico, un’opera di stampo religioso, una cronaca e l’autobiografia di uno Scrittore), il romanzo racconta le traversie di alcuni intellettuali internati in un campo di rieducazione, e del Bambino che guida la Sezione, nel periodo della Grande Carestia (1959-1961).

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Lianke durante il suo tour di promozione e di intervistarlo presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con la mediazione dell’interprete Martina Codeluppi, che ringraziamo.

Nei suoi lavori hanno grande rilevanza la politica e la storia della Cina novecentesca. Quando e perché ha scelto di trattare questi temi?

Penso che siano due degli aspetti più importanti della mia vita. Spesso, quando guardo al passato, mi concentro sul problema della fame e sulla Rivoluzione: tutti e due, insieme alla morte, erano temi fondamentali nella vita quotidiana. Una delle cose che preferisco fare è dunque sfruttare la Rivoluzione come pretesto per parlare dell’interiorità, dell’anima e della morte. E questo, alla fine, significa parlare di politica.

Veniamo ora a I quattro libri. Il suo romanzo è composto dagli estratti di quattro libri molto differenti l’uno dall’altro. Perché ha scelto un formato così particolare?

Non volevo che da questo romanzo emergesse un solo punto di vista. Volevo che la storia fosse costituita da una pluralità di voci, perché nella vita quotidiana non ascoltiamo mai una singola voce. Basta camminare per Venezia per sentirne moltissime: non soltanto quelle delle persone, ma anche quelle dell’acqua, degli uccelli…
Il problema è che ogni scrittore tende a utilizzare soltanto una voce, la propria, mentre le storie che racconta sono formate da molte voci e da diversi punti di vista. Così, ho scomposto la narrazione in quattro fonti per trasmettere questa polifonia. Si tratta di una tecnica che avevo già utilizzato in altri romanzi, ad esempio in Shouhuo (Godersi la vita. Inedito in Italia, ndr), e che è emersa anche nella traduzione dell’opera.

La storia si svolge negli anni Cinquanta, all’epoca del “Grande Balzo in Avanti”. Oggi cosa rappresenta, per lei e per i suoi connazionali, questo periodo storico?

In realtà, noi utilizziamo l’espressione “Grande Balzo in Avanti” per identificare il periodo storico che comprende la rieducazione degli intellettuali, ma poche persone sanno ciò che è accaduto in quegli anni. Quando uno di questi periodi viene dimenticato si crea una spaccatura nella memoria storica del Paese, e compito dello scrittore è colmare questo vuoto.
Io ho voluto mostrare la bellezza e l’umanità, ma mi sono reso conto che la letteratura è composta anche da altri elementi, perciò ho voluto intrecciare la Storia con l’umanità e la bellezza di questo periodo problematico.

Non conosciamo il nome dei protagonisti. Perché?

Questa scelta è legata al fatto che in Cina l’individualità è concepita in maniera complessa. Spesso il singolo cittadino viene definito non dal nome che ha, bensì da ciò che fa: il professore, il contadino, e così via. Caso esemplare è l’esistenza di un termine specifico per definire il contadino che si trasferisce in città per diventare operaio. Ciò fa comprendere come l’identità individuale scompaia nel momento in cui si diventa parte di una categoria precisa, aspetto che io ho voluto fare risaltare nel romanzo.

Nel romanzo, il Bambino che dirige la Sezione 99 viene spesso mostrato mentre brucia grandi classici. Anche i suoi romanzi più celebri (non solo I quattro libri, ma anche Servire il popolo e Il sogno del villaggio dei Ding) sono stati colpiti dalla censura. Ciononostante, lei non ha smesso di scrivere. Perché e per chi continua a farlo?

In realtà io non ho mai smesso di scrivere, nonostante i miei romanzi non siano stati pubblicati, perché non posso non scrivere, non posso fare altro. Scrivo da quando avevo 18 anni, ora ne ho 60 e so che è questo lo scopo della mia vita. La mia quotidianità non avrebbe senso, se non scrivessi.
Per di più, continuo a scrivere perché riguardando le mie vecchie opere trovo sempre qualcosa che non mi soddisfa. Sono come un atleta che salta in alto: quando raggiungo un nuovo record voglio superarlo, ma per riuscirci mi si impone di continuare a scrivere.

Le idee quindi sono inarrestabili, nonostante censure e oscurantismi?

Alla mia età ho raggiunto una maturità e una libertà di pensiero che da giovane non avrei potuto avere, perché all’epoca mi mancava il coraggio di esprimere certe idee. Certo, dopo le riforme di apertura, all’inizio degli anni Ottanta, la Cina ha intrapreso un nuovo cammino e, anche se non viviamo in un Paese perfetto, oramai non si può tornare ai tempi della Rivoluzione Culturale.
Io, d’altra parte, so di essere un autore che ama tantissimo la letteratura e allo stesso tempo so che la letteratura non può arrivare dappertutto: non ha il potere di cambiare la società, per esempio, e tuttavia può agire sull’individuo e sulla sua coscienza. Non penso di cambiare il mondo attraverso ciò che scrivo, quindi non sento nessuna pressione e non ho bisogno di autocensurarmi. Ho raggiunto una libertà intellettuale tale da farmi pensare: “pubblicato o non pubblicato, sono libero di scrivere, e i lettori di leggere o di non leggere”.
La censura, più che controllare il mio pensiero, mi ha dato un’inaspettata libertà.

Il Bambino del suo romanzo subisce l’influenza della religione cristiana. Perché ha scelto di farlo aderire a un’ideologia apparentemente “lontana” da quella della Cina dei nostri giorni?

La religione cristiana in Cina non viene percepita così “lontana” come si potrebbe sembrare. La letteratura religiosa, e specialmente la Bibbia, è considerata la più grandiosa in assoluto. Può darsi che la forma della Bibbia sia lontana dalla cultura cinese, ma i suoi contenuti sono assolutamente attuali: tutti conoscono le storie che contiene, ed è questo che, alla fine, l’ha resa un capolavoro della letteratura. Non si può dire lo stesso, invece, del mondo occidentale: non tutti conoscono il contenuto dei testi sacri buddisti.

I prigionieri da “rieducare”, messi l’uno contro l’altro, si abbandonano a violenze e sopraffazioni. È possibile che anche la società odierna, individualista e competitiva, ci stia portando a una simile perdita di solidarietà e umanità?

Penso che la Cina odierna abbia già, per certi aspetti, una forte affinità con quel periodo: nella cultura, nell’economia e in altri settori è legata alla Cina di quegli anni. Tuttavia, sebbene il rapporto tra società e umanità sia complesso, la situazione è molto migliorata rispetto al passato. Non si arriva certo più ai livelli della Grande Carestia raccontata nel libro.

Alla sezione 99 non è possibile criticare le decisioni dei “piani alti”, anche quando si dimostrano inattuabili. È la prova che la propaganda è in grado di provocare una frattura profonda non soltanto fra detentori del potere e lavoratori, ma anche fra fantasia e realtà?

In realtà non ho prestato attenzione a questo aspetto, perché mi sono concentrato soprattutto sulla costruzione dei personaggi. Ero sicuro che, una volta messi insieme i loro punti di vista, il romanzo sarebbe diventato maggiormente ricco di spunti e significati. Non intendevo fare una narrazione di stampo politico, bensì rappresentare le relazioni fra i personaggi e creare un romanzo polifonico.

Abbiamo parlato della Cina del secolo scorso. Considerando il suo vissuto e la sua esperienza di scrittore, qual è la sua opinione, invece, della Cina odierna?

La Cina sta diventando un Paese sempre più complesso. Non sarà mai più come la Cina di quarant’anni fa, quando è cominciata l’apertura. Penso spesso alla società in cui vivo e, grazie alla mia esperienza di scrittore, posso dire che è molto più ricca e complicata rispetto al passato. Non c’è nessuna nazione con un vissuto simile al nostro! Nessuna nazione ha mai raggiunto un tale livello di complicatezza, nessuna nazione ha mai vissuto le contraddizioni della nostra: la popolazione le affronta ogni giorno, il che provoca un’ansia indicibile. Ed è su questo, sull’animo umano, che deve agire la letteratura. Questo è il compito degli scrittori.
A volte, scherzando, dico: “Questo non è di certo il periodo migliore per la Cina”, però è il periodo che sta fornendo le migliori fonti di ispirazione per la letteratura. E io, ovviamente, devo approfittarne.

(A cura di Sonia Aggio)

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