Il silenzio di Laura: un’esplosione di sottintesi

Il silenzio di Laura, Paula Fox
(Fazi Editore, 2018)

 

il-silenzio-di-laura-673x1024“Le famiglie si stringono fra di loro in una morsa di ferro che definisce. In qualche modo, bisogna rompere la morsa”. Ecco qui, in una frase tanto semplice quanto lapidaria, il senso di tutto il romanzo.
Per trovarlo – il senso – bisogna continuare nella lettura per un bel po’ e non arrendersi, ma alla fine ci si arriva. Il silenzio di Laura descrive perfettamente l’esplodere dei rancori che si possono nascondere all’interno di una famiglia.

Il romanzo comincia alla vigilia del viaggio in Africa di Laura e suo marito Desmond; i due protagonisti attendono l’arrivo di Clara, la figlia di Laura avuta dal precedente matrimonio; Carlos, fratello di Laura, e Peter, un editor amico di Laura. Ciò che sembra un innocente incontro in un albergo di New York, presto si tramuta in una lunga nottata fatta di frecciatine, sottintesi, rabbie e voglie represse che sembrano essere sempre sul punto di culminare in una lite furibonda, ma che poi si sedano e implodono, lasciando un senso di tensione e inquietudine lungo tutto il romanzo.

Paula Fox sembra amare l’iperbole: l’anti-climax, protagonista assoluto di questo romanzo, viene portato alle sue estreme conseguenze, dove paradossalmente i dialoghi non parlano di nulla e i pensieri dei personaggi nascondono verità inconfessabili, generando un vortice di incomunicabilità della quale il silenzio di Laura citato nel titolo è solo il simbolo più alto.

Paula Fox scrive in modo affettato, quasi fastidioso: i dialoghi sono ampollosi e al limite della formalità sterile. Non nasconderò che ho avuto difficoltà agli inizi ad accettare un simile stile di scrittura; mi appariva fasullo, pleonastico, forse addirittura aleatorio. Poi ho compreso che era intenzionale. Una superficialità voluta pervade tutto il racconto, un planare vacuo sugli argomenti e i problemi esistenziali dei personaggi, che parlano moltissimo senza mai dirsi nulla di rilevante, se non quando messi alle strette. Ed è proprio in quel momento che si creano i malintesi peggiori: il silenzio, in questa famiglia disfunzionale, fa molti meno danni di alcune parole dette con il solo scopo di ferire o colpire l’altro. In questo romanzo a far da padrona non è solo l’incomunicabilità dei propri sentimenti, ma una sostanziale incapacità di dare e ricevere dei feedback emotivi.

Come ho detto, l’avvio del romanzo è stato difficile, soprattutto perché non potevo aspettarmi uno stile di scrittura così faticoso – per me ovviamente – da leggere. Una volta entrata nell’ottica che i dialoghi “non parlano”, ho cominciato a comprendere la grande capacità di Paula Fox di creare due ambienti distinti nella narrazione: quello extra-psicologico e quello meramente psicologico. Infatti, i due linguaggi mutano completamente, nonostante una certa tendenza al “dire troppo” permanga in entrambi i casi.

La mente umana è affascinante quanto i paesaggi urbani che Paula Fox ama tanto e descrive così bene. In definitiva, in questo romanzo ho ritrovato le atmosfere di un grande film – Carnage – e il senso profondo di ciò che diceva Tolstoj: “tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”.

(Clelia Attanasio)

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