L’amore e l’Islanda nelle parole di Stefánsson

Storia di Ásta, Jón Kalman Stefánsson
(Iperborea, 2018
– Trad. S. Cosimini)

 

Iperborea Asta

Storia di Ásta, uscito da poco nella traduzione dall’islandese di Silvia Cosimini, è il settimo romanzo di Jón Kalman Stefánsson pubblicato in Italia, preceduto da due trilogie. Con i libri di Iperborea si comincia sempre un po’ così, ci si innamora delle copertine. Impossibile resistere alla grafica dello studio XxY: minimalista, iconica, scandinava. Una di quelle eccezioni in cui si può dire che l’abito fa il monaco, o meglio, contribuisce, perché i libri Iperborea raramente sono una delusione. Sono fatti per restare, sia concretamente come oggetti, sia come parte costruttiva di un discorso culturale di lungo periodo. A volte troppo nordici per il pubblico italiano, riflettono le connotazioni di una terra selvaggia e meravigliosa, lontana dal pittoresco mediterraneo, e un rapporto con la natura ancestrale, intimo e profondo. E così è successo con Stefánsson, attirata all’inizio da una copertina, non ho poi resistito a divorarmi tutta la sua opera.

Come suggerisce il titolo, il romanzo racconta le vicende di Ásta, dalla nascita fino all’età adulta; ma anche la storia della sua famiglia, perché ognuno è anche figlio (inevitabilmente siamo figli) dei pregi e difetti dei propri genitori. Narra della madre di Ásta, Helga, donna bellissima e irrequieta, condannata all’infelicità e alla frustrazione, che scalpita in una vita che le sorride ma che le va stretta, e a modo suo  si ribella alla rassegnazione e alla ripetitività dell’abitudine. Narra di suo marito, Sigvaldi, un uomo buono, coscienzioso, gran lavoratore e innamorato della moglie. Eppure, come può un matrimonio arrivare a sfaldarsi, se c’è tanto amore? Così tanto amore da fare male. E l’amore può fare male? Si può amare con tanta intensità da rovinare tutto; tutta una storia, tutta una vita?

Nel romanzo si intrecciano tempi verbali e voci fino a confondersi: Sigvaldi, imbianchino di mezza età, disteso su un marciapiede dopo essere caduto dalla scala, ripercorre le gioie e i fallimenti del proprio passato; sua figlia Ásta scrive lettere a un grande amore ormai lontano, in un Paese al caldo in fondo all’Europa; Helga, diventata vecchia, offre favori sessuali nella disperazione del gelo delle notti islandesi; lo zio di Ásta, il poeta, cerca di capire la vita attraverso la letteratura e finisce sempre con un bicchiere di troppo insieme al fratello, “bevono e sono felici. La vita è una bestia”. A tenere insieme le fila del racconto la voce del narratore, a volte onnisciente, a volte calato nella storia, tantoché i punti di vista sfumano e si sovrappongono, a ricordarci che non esiste nessuna interpretazione obiettiva e assoluta della realtà.

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Sullo sfondo si alternano la Norvegia e l’Islanda. Paesaggi remoti, lontani dal resto del mondo, come sospesi in un bianco abbacinante e una luce che in cielo si espande fino a diventare granulosa. Paesi in cui coltivare la terra o pescare in mare sono lavori ancor più duri che altrove, dove la vita si riduce a tentare di uscire dall’inverno e procurarsi delle provviste, come scrive l’autore: “La storia d’Islanda si riassume in una lotta instancabile per salvare il fieno dalla pioggia”. Sembra quasi di sentire il fruscio del vento, il ghiaccio che scricchiola, tra villaggi sperduti dove la gente è avara di parole e non teme il silenzio. Stefánsson coglie la caducità della vita umana e la lotta quotidiana contro le tenebre, il bisogno di amore, ma anche la paura di amare.

Tuttavia, con gli scrittori molto bravi, il rischio è quello di abituarsi a un certo tenore di letteratura, ed è proprio quello che succede con Stefánsson. Qui l’unica pecca dell’autore è aver scritto un romanzo che va a toccare le corde più profonde dell’animo umano tanto da voler centellinare la lettura all’infinito, senza essere riuscito, però, ad eguagliare le opere precedenti. I toni lirici che lo hanno sempre contraddistinto vengono portati all’estremo, come se la poesia si dilatasse fino a diventare rarefatta, a discapito, a volte, della naturalezza.

Si ha la sensazione che certi passaggi siano soprattutto un esercizio di scrittura, bella scrittura, ma con un’assenza di spontaneità. I personaggi assumono ruoli più rilevanti rispetto ai romanzi precedenti e la trama ruba spazio al puro e semplice piacere di leggere, al gusto di abbandonarsi alle parole e al lirismo senza seguire troppo le dinamiche narrative. Rimane un’amarezza di fondo per la quotidianità che annoia o per le azioni eclatanti che non portano a niente, per gli eventi che alla fine sfuggono di mano, per il destino degli uomini che fanno e disfanno per poi arrendersi all’inesorabile scorrere del tempo; e il passo tra la vita e la morte, tra l’estate e l’inverno è così breve.

Nelle parole di Stefánsson ci si perde e ci si ritrova, in un gioco continuo di domande e risposte su cosa sono la vita e la morte. Come se dentro di noi lo avessimo sempre saputo che non c’è nessun senso a tutto questo, ma se ci fosse si potrebbe chiamare amore o letteratura e ci salverebbe dalla condanna all’infelicità. In definitiva, non è il romanzo migliore per avvicinarsi alla sua opera, ma se non avete mai letto le saghe islandesi di Stefánsson correte in libreria!

Caterina Marchioro

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