Il sincretismo cristiano-pagano nelle leggende islandesi

Di tutti i paesi scandinavi, probabilmente l’Islanda è quello che suscita – da sempre – più curiosità. Remoto, piccolo, dominato da una natura aspra, dal ghiaccio e dal fuoco, situato in un’area che la mentalità classica, mediterraneocentrica, ha reputato per lungo tempo inabitabile: una terra di prodigi e creature fantastiche, a metà strada tra le Isole dei Beati e un mondo escluso dalla civiltà europea.

Al di là dell’aura meravigliosa che la circonda, l’Islanda è anche stata, nei secoli, una sorta di laboratorio politico e culturale che ha destato molto interesse negli studiosi di diritto e letteratura. La sua storia è più recente di quella di altri paesi europei: l’isola fu scoperta e colonizzata nel IX secolo da comunità di origine principalmente norvegese*, ma probabilmente era già stata raggiunta nei secoli precedenti da monaci irlandesi; nel 930 i suoi coloni istituirono l’Alþingi (Althing), il Parlamento che permane ancora adesso, e si diedero delle leggi e un ordinamento politico assimilabile a quello di una repubblica oligarchica.

La popolazione dell’isola era in origine prevalentemente pagana. Come in tutta la Scandinavia, la cristianizzazione dell’Islanda avvenne più tardi che nel resto d’Europa, permettendo uno sviluppo maggiore delle tradizioni locali e un attaccamento duraturo alle stesse quali elementi dal forte valore identitario. È per questo che, quando l’Alþingi nel 999 o nel 1000 decise di adottare il Cristianesimo come religione ufficiale in seguito alla conversione di una parte degli islandesi e alle pressioni dal continente, tuttavia si continuò a consentire la pratica di culti pagani, originando anche curiosi casi di sincretismo**.

Partendo da questi presupposti, è facile notare come questa convivenza cristiano-pagana, assieme ad elementi più spiccatamente cristiani – paradossalmente, secoli dopo, quando l’Islanda passò sotto le corone prima di Norvegia e poi di Danimarca, fu la fede cristiana a diventare elemento identitario da difendere  davanti all’imposizione da parte danese del Luteranesimo – sia riscontrabile in alcuni topoi che ricorrono in un testo come l’Atlante leggendario delle strade d’Islanda (Iperborea 2017). 91Tn4-f0PqL

L’Atlante è un libretto assai ben fatto che, facendo viaggiare il lettore per tutta l’isola lungo la Hringvegur, la statale 1, racconta tappa dopo tappa, regione dopo regione, le leggende locali, per un totale di sessanta storie. Si tratta di storie straordinarie e variegate, nelle quali tuttavia si possono ritrovare motivi e tipi ricorrenti. Naturalmente, non possono mancare le creature fantastiche – troll, demoni, elfi, mostri marini, tritoni – che si muovono con particolare disinvoltura in un posto dove il paesaggio naturale è già di per sé incline a suscitare meraviglia, paura e stupore. Alcune di queste perdono il senno al solo sentire suonare le campane delle chiese, e scappano all’istante, liberando gli uomini dalla loro presenza.

Un’altra grande costante di queste leggende è la magia, e fin qui non ci sarebbe nulla di strano. La particolarità sta, invece, nel fatto che spesso a praticarla e a distinguersi nelle sue arti sono parroci e reverendi, e in ciò non viene vista alcuna contraddizione. Alla magia è associato l’uso delle rune, antica forma di scrittura epigrafica caricatasi nei secoli, con il venir meno della sua pratica in seguito all’adozione della scrittura alfabetica, di valore misterico e supposte facoltà magiche. È caratteristico anche il ruolo riservato alle donne, che sembrano in numerosi casi dotate di preveggenza e maggiormente sensibili degli uomini al pericolo e agli eventi soprannaturali.

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Alcuni mostri e creature che popolano il mare nei pressi dell’Islanda in un dettaglio della Carta Marina di Olao Magno

Nel susseguirsi di vicende incredibili, l’andare a messa ritorna come un ritornello necessario e ineludibile. La forza della preghiera, in alcuni casi, può arrivare a impedire le catastrofi naturali dovute a una delle frequenti eruzioni vulcaniche, come avviene nella leggenda n.36 (La messa del fuoco a Kirkjubæjarklaustur). Se un “miscredente” impedisce a un’anima pia di coltivare la sua fede e andare a messa, è possibile che l’Altissimo la premi salvandola in forma di corvo (tra l’altro, volatile associato a Odino) dalla frana che uccide l’altro, come si narra nella leggenda n.14 (La ragazza di Skíðastaðir e il corvo).

Se, invece, qualcuno di sua volontà decide di non andare a messa, probabilmente gli accadrà qualcosa di brutto o quantomeno di strano. Allo stesso modo, se ci sono un cristiano e un pagano che compiono la stessa impresa, e al termine di questa il primo ringrazia Dio per averlo assistito e il secondo afferma di aver contato solo sulle sue forze e non sull’aiuto divino, ecco che la terra si scrolla di dosso il miscredente “precipitandolo negli abissi marini”, salvando invece miracolosamente il fedele.

Un altro topos molto comune è quello degli agoni poetici. L’Islanda ha sempre avuto una tradizione poetica e letteraria spiccata; i poeti alle corti norvegesi provenivano soprattutto da quest’isola, ed è qui che la produzione letteraria scritta scandinava è stata più prolifica.  Gli agoni poetici in queste storie possono verificarsi fra persone comuni, fra mostri e uomini, o anche fra demoni o il diavolo in persona e sacerdoti; e questo tra i sincretismi è particolarmente pittoresco. Si tratta di sfide all’ultima parola molto impegnative, versificazioni ardite e raffinate, che si concludono tuttavia tra alti e bassi a favore delle “forze del bene”, che dimostrano di poter contare quindi anche su poeti migliori.

 “Successe quel che successe, il reverendo non raggiunse l’accampamento dei suoi compagni prima del mattino dopo, e quando si presentò aveva l’aria parecchio frastornata. In seguito raccontò di aver dovuto sostenere un duro duello con lo spettro, che era un versificatore esperto e per quanto il reverendo componesse versi nelle dieci lingue che conosceva, Flóðalabbi gli rispondeva per le rime in altrettanti idiomi, anzi, anche in uno in cui era più versato e che il chierico non conosceva. Alla fine il reverendo era riuscito ad avere la meglio […]”
(leggenda n.44, Lo spettro marino di Hvammsnúpur) 

Tra pii fedeli, parroci-stregoni e pagani a volte puniti, a volte no, le leggende islandesi costituiscono un’interessante miniera di informazioni sull’immaginario di questa piccola e fiera popolazione che si destreggia tra ghiacciai, burroni, vallate incassate tra monti scoscesi, laghi profondi, colate di lava e terremoti. E mi sembra che il peculiare sincretismo islandese venga degnamente sintetizzato in una frase della leggenda n.18: la vicenda è quella di un vescovo, detto “Gvendur il buono”, che venuto a conoscenza di una roccia dell’isola di Drangey che si diceva popolata da spiriti maligni e presso la quale moltissimi uomini perdevano la vita nel tentativo di raccogliere uova o catturare uccelli, tenta di risolvere il problema. Si arma di acqua santa e di benedizioni, e con canti e preghiere cerca di consacrare tutta Drangey, inclusa la famigerata e mortifera parete rocciosa. Nel farlo, però, viene bloccato da una mano pelosa e da una voce che gli intima:

“Basta benedire, vescovo Gvendur. Da qualche parte i cattivi dovranno pur stare”.

Il vescovo non insistette, e da allora la parete prese il nome di “Roccia dei pagani”.

 

Alessia Angelini


* i “Vichinghi”, che a dispetto dell’immaginario comune non vanno pensati come feroci barbari equipaggiati di elmi cornuti, bensì come gruppi che, per ragioni politiche ed economiche, si allontanarono dalla Scandinavia a partire dal sec. VIII alla ricerca di risorse nuove e rotte commerciali, e finirono in numerosi casi per insediarsi nelle aree raggiunte.
** Diverse fonti trattano di individui o comunità che adoravano, secondo l‘occasione, sia Cristo che gli dèi Æsir.

2 risposte a "Il sincretismo cristiano-pagano nelle leggende islandesi"

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