Raccontare “la vergogna” di un trauma indelebile

La vergogna, di Annie Ernaux
(L’orma editore, 2018 – trad. di L. Flabbi) 

 

la vergogna“Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio”. È con questa sentenza lapidaria che Annie Ernaux avvia la narrazione della sua opera autobiografica. Il romanzo (se così lo si può definire) prende le mosse da un episodio di violenza domestica – mai sfociato in un vero e proprio omicidio, pur essendoci andato vicino – vissuto dall’autrice come uno spartiacque tra l’età infantile e la vita adulta.

Non è la prima volta che la Ernaux affronta le proprie esperienze private attraverso la letteratura. Le sue opere sono un delicato ibrido tra l’autobiografia strettamente personale e la narrazione storica universale. In Una donna ha raccontato della perdita della madre, Il posto è dedicato al padre, in Gli anni ripercorre decenni di storia francese attraverso le sue esperienze personali, e così via in un percorso letterario che in Italia conduce alla recente pubblicazione di La vergogna, vent’anni dopo la sua uscita in Francia.

Il 15 giugno 1952, la Ernaux ha assistito a un crudo atto di violenza subito dalla madre per mano del padre. L’impatto psicologico di questa esperienza l’ha spinta a reinterpretare le logiche e le leggi del suo mondo e ad affrontare con occhi nuovi la vita, schiacciata da un pervasivo senso di vergogna per quello che sa e che non può raccontare. L’autrice traccia un affresco della sua cittadina d’origine e del collegio in cui è cresciuta, raccontandoci entrambi gli ambienti con la prospettiva del “prima” e del “dopo”: prima della violenza, dopo la perdita dell’innocenza.

Prima il mondo sembrava girare in una direzione chiara e lineare, dentro le regole di una vita umile, tra il rispetto dell’autorità familiare e della religione. Dopo le regole di quel mondo pare non valgano più, ogni gesto ha un suo sottotesto, e la piccola Ernaux non è più degna di vivere a contatto con la purezza della gente e la superiorità del collegio religioso. È un dopo pieno di vergogna.

L’opera manca di una vera e propria struttura narrativa – d’altro canto non pretende nemmeno di raccontare concretamente una storia. Non si tratta né di un romanzo né di un’autentica autobiografia, quanto piuttosto di uno strumento artistico tramite cui l’autrice affronta il suo passato rendendolo pubblico. Il lettore è depositario di un segreto, l’amico che si assume l’onere di custodire la confessione intima di una persona profondamente turbata. E non può che rimanere in silenzio, seguire il ritmo delle parole, immaginarsi la piccola cittadina francese in cui l’autrice è cresciuta, l’ambiente austero del suo collegio, l’ottusità provinciale degli anni ’50. Non è richiesta immedesimazione, quanto piuttosto una spontanea e diretta empatia.

L’ambiente e le esperienze raccontate dalla Ernaux sono lontane dalla quotidianità del lettore medio: descrivono con naturalezza la provincia francese prima dei grandi cambiamenti sociali degli anni ’60-’70, costruendoci attorno un piacevole affresco che ha poco da spartire con l’immaginario contemporaneo. L’autrice accompagna così il lettore in un viaggio della memoria, richiama una quotidianità passata che fa parte della nostra storia e la descrive nelle sue sfumature più sottili. È la dimostrazione empirica che non serve narrare una storia per affascinare.

La vergogna è al tempo stesso una lettura leggera e una confessione pesante, parla della Francia degli anni ’50 e di violenza domestica, mettendo in luce tutta la difficoltà che una persona deve affrontare per venire a patti con i propri traumi.

Anja Boato

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