Strongmen: un saggio socio-politico riuscito per metà

Strongmen, a cura di Vijay Prashad
(Nottetempo, 2019 – Trad. di G. Lagormarsino e G. de Marchis)

strongmen-d570Donald Trump negli Stati Uniti, Vladimir Putin in Russia, Recep Tayyip Erdoğan in Turchia; e ancora, il Primo Ministro indiano Narendra Modi e Rodrigo Duterte delle Filippine, fino all’ultimo arrivato in Brasile: Jair Bolsonaro. Sono alcuni dei capi di Stato delle nazioni più potenti del mondo, ma, in fondo, lo sono pure tanti altri; eppure, questo manipolo di personaggi sembra essersi fatto notare in modo particolare, negli ultimi anni, e non grazie a meriti governativi o diplomatici.
Sono escrescenze locali causate da un fenomeno globale che soffia i suoi aliti venefici già da un po’ di anni, ma che solo ora possiamo essere in grado di discernerne in modo chiaro, e procurare i dovuti allarmi: gli uomini citati sono tutti emissari di una nuova, terribile forma di nazionalismo.

Strongmen, una raccolta di saggi curata dall’intellettuale indiano Vijay Prashad, tenta di dare una visione di insieme della faccenda, e spiegare come, in un’epoca in cui tutto (dalle comunicazioni ai costumi, dai movimenti di denaro ai mercati) esiste in funzione di una dimensione internazionale se non globale, alcuni popoli abbiano sentito di nuovo il bisogno di affidare la propria vita a leader che attuano il proprio pensiero nella chiusura dei confini, nella violenza e nella segregazione.

Sebbene i propositi che stanno dietro la realizzazione di questo libro siano tanto nobili quanto di vitale importanza, la prima parte di questa raccolta mostra già alcuni tratti problematici. Lo stesso Prashad prende per primo la parola in modo rovinoso, esordendo nell’introduzione con «i mostri sono tornati»; è un’asserzione, questa, che può e dovrebbe sollevare questioni di tipo ideologico e morale. Qualsiasi antropologo, per esempio, aborrebbe l’uso della parola “mostro” (e non ne abuserebbe, come tende a fare l’autore), impropria e dannosa perché causa dissociazione dalle cause naturali e inganna la consapevolezza collettiva, relegando problematiche politiche e sociali (che riguardano ognuno e da ogni persona partono) a una dimensione dis-umana e sollevando dalle responsabilità l’essere umano. Troppo facile, infatti, etichettare leader politici pericolosamente anticostituzionali e criminali verso i diritti umani come «mostri», generati da qualche forza diabolica che esiste al di sopra degli uomini.

No, Trump e simili sono stati votati da uomini e donne perché hanno creduto nelle loro parole, nei loro comportamenti e nella loro personalità oscura, e ogni loro sostenitore (nonché ogni detrattore che ha taciuto quando c’era bisogno di dissentire) ha la sua fetta di responsabilità. Non è un caso che anche Primo Levi amonisse contro questo tipo di semplificazione, e insieme a lui tutte quelle persone che hanno trascorso la loro vita cercando di restituire una testimonianza storico-reale che aiutasse a comprendere la dimensione umana del nazismo al fine di prevenire il suo ripresentarsi. Eppure, Prashad sembra preferire la retorica facile e suggestiva della mostrificazione alla possiblità di intavolare un discorso più profondo e corretto.

A sua volta anche Eve Ensler, già autrice della celebre opera teatrale I monologhi della vagina, si esprime su Donald Trump attraverso un discorso fondato sulla stessa logica di de-umanizzazione del collega indiano. In questo modo, riduce la complessità della figura dell’uomo più potente della terra a un virus (e anche qui, non è mai chiaro se il virus sia Trump stesso o la sua politica, o qualcosa di altro), ma, proprio sfociando nel campo semantico della malattia, crea una separazione netta e scioccamente manicheistica della questione: sostenitori/oppositori, malati/sani, quindi cattivi/buoni e immorali/sensibili. Una scure che si abbatte senza remore di pensiero sulla questione, mentre sarebbe potuta essere un’ottima chance per affrontare il discorso su Trump in modo più critico e svincolato dal tam-tam mediatico che da sempre prevale.

La Eisner ha inoltre la tendenza a inserire nel suo brano anche degli attacchi ad personam, che rendono ancora più problematico valutare l’oggettività e la razionalità delle sue riflessioni. Il suo saggio tende al virtuosismo narrativo e manca della profondità necessaria per porre interrogativi seri e spiegare con il dovuto distacco la sua America.

Eppure, non tutto di Strongmen è da scartare. Tralasciando l’incolore parentesi su Putin (il sexy e machissimo marito della madre Russia, ma lo sappiamo già), particolarmente pregiato è lo scritto della femminista filippina Ninotchka Rosca sul leader connazionale Rodrigo Duterte – l’unico saggio che, inoltre, presenta delle ottime note nella pagina finale, in nome di una completezza oggettiva. Dello stesso tenore anche il contributo del grande romanziere turco Burhan Sönmez, l’unico capitolo di quelli più “occidentali” a suscitare insieme interesse e sgomento riguardo alla persona di Erdoğan e al suo progetto di rendere la Turchia un redivivo Impero Ottomano, e lui il suo sultano.

Al di là della critica strettamente fatta al testo e ad alcuni suoi contenuti, Strongmen può essere uno strumento utile per cominciare ad affacciarci sulla storia del mondo di ogni giorno, acquisendone consapevolezza e capacità di interpretarne i fatti. Soprattutto, non è un libro rincuorante: i segnali del presente e dell’immediato futuro, filtrati attraverso queste sei importanti autorità analizzate, sono tetri e devono allarmare al fine di scongiurare ciò che nella nostra storia è già capitato. E non serve aspettare che un Bolsonaro, o nel nostro caso un Salvini, faccia terra bruciata con le sue politiche di odio, censura e sangue per iniziare a fare qualcosa contro questa deriva che sembra spandersi a macchia d’olio su tutto il globo.

Michele Maestroni

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