Descartes e la solitudine, tra mente e corpo: intervista a Daniele Ramadan

Ho conosciuto Daniele Ramadan grazie al suo romanzo Solo, il falso inedito di Descartes. L’esperimento letterario portato avanti dal progetto Vite Riflesse – collana di libri per i tipi di Mimesis Edizioni in collaborazione con l’Università di filosofia di Firenze – credo trovi in questo romanzo un esempio davvero intelligente di come letteratura e filosofia possano unirsi, il che è un’impresa sempre difficile. L’intervista che ho chiesto a Daniele Ramadan, che trovate in questo articolo, è nata grazie ai mille spunti filosofici che regala il suo lavoro.

C.A.: Anzitutto, ci tengo a ringraziarti molto per avermi concesso questa intervista e farti i miei più sentiti complimenti per il tuo lavoro.

Nella lettura del testo, ho potuto evidenziare alcune macro-tematiche: in questa breve intervista, mi piacerebbe parlare principalmente di queste, con poche domande che ti diano però lo spazio di approfondirle o specificarle. Prima, però, vorrei chiederti della genesi di questo romanzo. Com’è comparsa l’idea del romanzo, e della collana di cui fa parte? Ma, soprattutto: qual è stato il processo di costruzione della psicologia di Descartes? Quali studi hai compiuto, oltre a quelli prettamente storico-filosofici?

D.M.: Il piacere è tutto mio, di poter dialogare con te e con i lettori de “il Rifugio dell’Ircocervo”. La collana nella quale si inserisce questo mio ultimo romanzo si chiama “Vite Riflesse”, edita per i tipi di Mimesis. Nasce dalla ricerca di un gruppo di giovani studiosi di filosofia – tra i quali mi annovero – guidati da Roberta Lanfredini, docente presso l’Università di Firenze e donna di grande sensibilità verso i giovani. Il punto di partenza di tutto il progetto può essere riassunto in una domanda: esistono delle esperienze di vita vissuta alla base del pensiero dei grandi filosofi? Non mi riferisco a delle canoniche biografie del tipo nasce-cresce-muore. L’intento ambizioso è quello di far emergere un vissuto sempre in relazione alla filosofia. La narrativa è stata identificata come strumento originale per rendere al lettore questo intreccio vita-pensiero, che è vita, in ultima istanza. La narrativa, ossia l’arte di raccontare gli eventi e non di spiegarli, non solo è più intensa della forma saggistica tipicamente usata nella ricerca filosofica ma a fortiori si è rivelata anche il mezzo ideale di ricerca per quegli aspetti nascosti, poco più che riflessi – appunto –, nel pensiero. Intendo dire che non ho potuto veramente comprendere alcune sfumature di Cartesio finché non le ho fatte vivere nero su bianco e a quel punto mi sono quasi stupito io stesso dei risultati, tanto da considerarli come nuovi punti di appoggio per lo studio della filosofia cartesiana. Ciò che mi sono preposto è dunque il romanzo ibrido il quale si richiama al romanzo filosofico.

Non ti nego che la bibliografia e la ricerca alla base del libro siano state cospicue per poter trattare argomenti così importanti, poiché Descartes è considerato il padre dell’“io” moderno e quindi in un certo senso anche del concetto che oggi abbiamo di noi stessi. Da lui prendono incredibilmente vita quelle tematiche attuali e futuristiche come l’intelligenza artificiale, i dibattiti sulla mente computazionale, i robot, i computer, la fantascienza, le distopie. Il grande spunto è come questi concetti contemporanei si possano ricondurre a quelle esperienze, che racconto nel libro, vissute da un solo uomo 400 anni fa. Sorprendente, no? Tuttavia, nonostante lo studio preparatorio, un libro del genere vuole essere fruibile sotto forma di romanzo da tutti i lettori. Gli elementi di cui si compone infatti tingono l’ordito di noir, in piena linea con l’estetica barocca del 1600 la quale prediligeva la meraviglia attonita. È proprio l’uso della narrativa che permette di costruire l’impalcatura psicologica di Cartesio. La sensibilità letteraria ha avuto come fine la comprensione e la restituzione del personaggio, foggiandolo dalla fucina delle fonti. Nel connubio tra filosofia e letteratura si cerca infatti di dare spazio alla narrazione piuttosto che alla filologia. Quest’ultima non la si deve citare pedantemente, bensì tradurre nelle parole e nelle esperienze del filosofo, il quale diventa un vero e proprio eroe – o anti-eroe – letterario.

C.A.: Descartes diciannovenne è alla continua ricerca del suo sé; a volte identifica il suo sé col corpo stanco, come fonte di tutte le sue domande; altre volte invece identifica il sé con la sua mente e le nozioni che essa ha ricevuto. Il Corpo e la Mente, due delle macro-tematiche del romanzo, sembrano non trovare mai un vero connubio definitivo: come possono coesistere?

D.M.: È tutto vero, l’angoscia per il mancato sodalizio tra la mente e il corpo è onnipresente. Lo spunto che mi piace dare al lettore – ma non solo, anche all’ambiente filosofico – è questo: la filosofia cartesiana ha inizio interamente su un letto di collegio, quando Descartes era un giovane malato e trascorreva in solitudine la maggior parte della giornata, allettato, a volte sottoposto al salasso, con la finestra socchiusa per favorire il ricircolo dell’aria. È normale, per chi non possa affidarsi interamente al proprio corpo egro, cercare un appiglio saldo in qualcos’altro. I libri dei gesuiti? Cartesio praticherà una vera e propria apostasia nei confronti di quell’educazione inveterata, ricevuta al collegio, come per tutta la cultura della sua epoca. Lo stesso vale per l’inganno del mondo sensibile, per ciò che ci comunicano i sensi riguardo agli oggetti che ci circondano: questi rivelano la loro fallacia e perciò sono da emendare. Immaginate di vederlo lì, in una solitudine meditabonda, sdraiato nel letto con la finestra socchiusa: il pensiero che ha appena avuto è stato un sogno, sono state le voci provenienti dal cortile a suggerirglielo, oppure l’ha letto poco prima in uno dei libri che ha con sé tra le coperte? Per Descartes, la veglia, il sonno e il dormiveglia diventano le suggestive metafore del vero e del verosimile. Cosa è reale? Cosa non lo è?

Proprio il desiderio costante di discernere una realtà chiara e distinta dall’infingimento dell’esistenza è ciò che porterà il filosofo ad avere sempre una visione duale del mondo. E questo non vale solo per la mondanità, ma anche per se stessi. C’è qualcosa che è reale e qualcosa che non lo è, eppure quest’ultimo ci inganna massimamente poiché sembra tale. I due livelli sono sublimati nella res cogitans, ovvero il mio “io” pensante, e nella res extensa, la materia di cui si compone il mondo, compresa la mia stessa corporeità. La dicotomia mente-corpo si inscrive in questa ricerca del reale. Il tema è forte in Cartesio e lo è oggi più che mai. Il dualismo eponimo sta alla base di tutto il dibattito contemporaneo delle scienze cognitive per questo motivo: l’aporia irrisolta è la seguente: come può una sostanza immateriale come la mia mente relazionarsi e persino “guidare” una sostanza materiale come il corpo?

C.A.: L’altra macro-tematica di cui vorrei parlare con te è quella della solitudine, evidentemente il filo conduttore di tutto il testo, dal momento che essa dà anche titolo alla tua opera. È essa che genera il solipsismo sotteso a tutto il pensiero cartesiano, ed è sempre la solitudine che si impone come fantasma sempre presente in tutta la biografia del filosofo. Quale delle due genera l’altra? O meglio: è la natura tendenzialmente solipsista della mente di Cartesio a fomentare la sua solitudine, o è la sua solitudine a generare un circolo vizioso che si ripercuote – quasi inevitabilmente – nella ragione di Cartesio?

D.M.: In Descartes le cose sembrano andare di pari passo, solitudine e solipsismo si rimandano costantemente, è stato proprio questo rapporto a costituire il fascino della ricerca. Della solitudine nella camera del collegio ho già accennato in precedenza, aggiungo soltanto che dell’educazione dei gesuiti Cartesio conserverà la pratica della meditazione, basata sugli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola, come cura del corpo e come metodo per la trovare la coscienza. Già questa meditazione basterebbe a suggellare sin da subito la clausura del pensatore nella propria mente. Ad ogni modo si può andare oltre perché esistono altri momenti esplicativi della vita che acclarano l’intreccio tra l’esperienza e il pensiero.

Quando Cartesio lascerà i gesuiti, intraprenderà un lungo viaggio nel cuore dell’Europa che assumerà i connotati di un’autentica discesa dantesca negli Inferi del suo tempo. Mi riferisco alle guerre di religione tra Cristiani, ai personaggi solitari e esoterici con cui si intratterrà, a quegli automi stupefacenti nel giardino di Heidelberg, al freddo perenne della piccola glaciazione. Anche il viaggio, come la camera del collegio in precedenza, diventerà l’epifania del procedimento scettico perpetrato da Descartes: egli si riconoscerà come lo Spettatore, ovvero colui che, distaccato, pratica l’osservazione senza mai scendere nell’esperienza esteriore. Ciò riconferma l’allontanamento dagli altri uomini e dal mondo, il chiudersi in una sorta di sancta sanctorum che è sempre identificato con il proprio pensare. Ma sarà anche un rifugio concreto, quando, durante il viaggio, rimarrà bloccato in una periferia nel cuore della Germania, a causa di una forte bufera di neve. Alloggerà nella cosiddetta “stufa”, una casa riscaldata alla maniera tedesca che, al contrario del classico camino, garantisce un adeguato calore e un perfetto isolamento poiché la stufa viene riattizzata in un’altra stanza. Proprio qui, vita, metodo, esoterismo, teologia, filosofia arriveranno all’ennesima epifania. Insomma, è proprio a causa della tendenza di Cartesio a rifugiarsi continuamente nel suo pensiero che la praxis si fonde con la teoria.

In linea con lo scetticismo intrinseco all’anabasi – che si rivela allo stesso tempo una catabasi – è la concezione che Cartesio ha della ricerca della verità. La formula “Mundus est fabula”, mutuata dai poeti antichi, restituisce il criterio cartesiano di verità, qualcosa cioè da far emergere dal continuo inganno del mondo circostante. Per assurgere a questo bisogna dunque agire in modo scettico e mettere in dubbio ogni cosa, persino la propria esistenza. È un percorso duro, non adatto ai più, i quali si perderebbero. Lo vedete di nuovo il parallelismo tra il viaggio vero e quello concettuale? In entrambi è pericoloso smarrirsi, entrambi porteranno alla verità. Ecco che nasce il dubbio iperbolico, il quale, con perfezione matematica, distrugge in un gorgo oscuro tutto il mondo come lo si è sempre conosciuto. Immaginate di annullare ogni vostra conoscenza, rimarrebbe qualcosa in fondo alla tenebra? Cartesio riesce a trovare una certezza che identifica con la propria res cogitans, ovvero l’“io” pensante – la mente, se si preferisce chiamarla così. È evidente, infatti, che nell’atto di dubitare io stia pensando: penso di dubitare. Questa è l’unica verità sicura quandanche tutto intorno a me fosse un inganno. Io penso, io esisto. Il solipsismo senza via di uscita arriva dal momento che non è possibile trasferire la stessa certezza matematica, con cui ho dimostrato l’esistenza del mio pensiero, all’esistenza di un’alterità, a una mente altra, a un soggetto diverso da me stesso. Per Descartes, tutto il mondo che circonda il soggetto pensante assumerà infatti il rigore di una macchina ineludibile, la res extensa. Si tratta cioè di pura materialità plasmata dall’infallibilità della geometria analitica.

Distrutto il mondo precedente con il dubbio, trovata l’unica realtà in se stesso, costruirà infine un nuovo mondo sulla foggia di una macchina perfetta. Essa costituisce il punto d’arrivo sia della solitudine che del solipsismo. La macchina è abitabile da una sola mente: la propria. Un mondo mono-mentale dove non si riescono mai a valicare le barriere imposte dal proprio “io”. Gli altri sono riconducibili a automi, a corpi di res extensa vuoti di una res cogitans, i quali semplicemente si muovono all’interno di questo meccanicismo. La narrazione è carica poiché, sembra incredibile ancora una volta, ma in Cartesio si possono rintracciare le basi della distopia odierna. Il parossismo della macchina-mondo giunge proprio quando il filosofo va in esilio volontario in Olanda. Qui, tra i paesaggi solitari del freddo nord, bucolici e borghesi allo stesso tempo, si darà a una ripetuta anacoresi che chiamerà senza mezzi termini “mon ermitage”. Non è un caso, non può esserlo. In ogni passaggio, l’uguaglianza tra esperienza, procedimento metodologico e filosofia sembra davvero perfetta, è un rimando continuo.

C.A.: La successiva domanda che vorrei farti è forse collegata alla precedente. Sin dalle primissime pagine è evidente che tu, come autore, abbia la tendenza a “motivare” la filosofia di Descartes attraverso eventi, traumatici e non, della vita del filosofo. È certamente questo lo scopo del tuo romanzo. La mia domanda quindi è: potrebbe esistere il genio maligno, se Cartesio non avesse dovuto subire la menzogna su sua madre; se la sua salute non l’avesse costretto a letto, avrebbe mai Cartesio percepito questa preponderanza del pensiero sul soggetto?

D.M.: Non è stata una tendenza premeditata ma un’ipotesi di ricerca. Si è trattato di un disvelarsi progressivo del personaggio che è avvenuto in maniera naturale una volta rintracciatene le esperienze, fonti alla mano. La vita di Cartesio è latrice del suo pensiero, ma è così intimamente intrisa della stessa filosofia da risultarne indistinguibile. Non porrei quindi la questione in termini di una causalità – prima l’uovo o la gallina?, aristotelicamente – ma di un naturale disvelamento di entrambi i termini.

C.A.: Questo mi porta inevitabilmente alla domanda conclusiva: se questo processo per Cartesio è vero, si può estendere questa dinamica alla filosofia tutta? In altri termini: se la psicologia e la biografia di un filosofo hanno un ruolo così preponderante, te la sentiresti di dire che le vicende di una vita sono legate a doppio filo con l’astrazione metafisica del pensatore che vive proprio quella vita (e nessun’altra)? Se ne potrebbe fare una sorta di regula? Hai in mente progetti simili a quest’ultimo, magari riguardanti altri filosofi?

D.M.: Apertis verbis, non c’è pretesa di trovare una regola filosofica. Piuttosto mi farebbe piacere lasciare te e i lettori con l’ultimo spunto. Si tratta di un’affascinante citazione della filosofa spagnola Maria Zambrano: “Non tutti gli esseri umani hanno una biografia. Un uomo di azione, un guerriero, un politico, la possiedono al massimo livello; le loro vite sono i loro fatti. La biografia di un poeta o di un romanziere ha sempre gettato le sue ombre più equivoche sulla sua opera. Non è difficile da comprendere; la poesia e la letteratura sono mezzi o modi in cui la vita di certi esseri si chiarifica e diviene al contempo oggettiva, trasparente. È possibile scorgervi l’oscurità e la paura, a volte la disperazione, che hanno portato, chi le ha patite, a incontrare la libertà per mezzo della parola. Ma, fra tutti gli esseri che creano, nessuno ha meno vita del filosofo. La biografia del filosofo si trova integra nel suo pensiero. Non sembra lasciar impronta, né fantasma alcuno”.

La vita del filosofo è diluita interamente nel suo pensiero così che è la morte, piuttosto, a sembrare precipua oppure i due piani si intrecciano in maniera indiscernibile? C’è differenza. Nel primo caso il filosofo diventa un individuo messianico, nel secondo ritorna alla dimensione di essere umano. Ma, in definitiva, credo che la decisione spetti soltanto al lettore. Quanto a me, Descartes ha segnato l’inizio dei miei studi, volti alla Teoria della Conoscenza attualizzata alle tematiche del prossimo futuro. Ho comunque intenzione di continuare a coltivare la mia passione per la narrativa. Infatti, ho nel cassetto il romanzo di una vita perduta in tutti questi dilemmi cartesiani riscontrabili in una società distopica dell’imminente futuro – Matrix e Blade Runner ne sono degli esempi. La nostra generazione si sente figlia di un disastro imminente, psicologico, ambientale o sociale poco cambia. Ho in mente il romanzo dell’esistenzialismo 3.0, ma questa è un’altra storia. Solo è in libreria da poco, quindi per ora continuo a dare degli spunti su Cartesio che possano servire da introduzione al domani!

C.A.: Ti ringrazio ancora per il tuo tempo.

D.M.: Sono io che ringrazio te, ti faccio i complimenti, e mando un caro saluto all’Ircocervo e ai suoi lettori.

 

Clelia Attanasio

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