Immaginario fiabesco e apocalisse in Alessandro Bertante

Pietra nera, Alessandro Bertante
(nottetempo, 2019)

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Pietra nera è il secondo volume di una trilogia, ma non è necessario saperlo. Non ho letto Nina dei lupi, primo capitolo della saga di Piedimulo, e questo non mi ha precluso la possibilità di appassionarmi a Pietra nera e di comprendere e apprezzare la storia che viene raccontata.
Non ho usato casualmente i termini “appassionarmi” e “storia”: ciò che subito emerge dal romanzo è la grande abilità narrativa di Bertante, capace di raccontare una storia pura, di narrare finanche con un respiro epico e dovizia di dettagli tumultuose scene di battaglia, di assedi, di duelli. L’opera è composta dunque da una trama avvincente, un ritmo frenetico e una lingua che agevola la lettura. Si tratta di caratteristiche che spesso, secondo un pregiudizio tutto italiano, fanno tacciare un romanzo di anti-letterarietà – vai a capire perché, poi – e di altre fantasiose definizioni (L’amica geniale è diventata per molti una soap opera, ad esempio). Bertante – grazie a Dio – non si lascia persuadere da simili fandonie: Pietra nera è un romanzo tanto avventuroso quanto letterario.

Il protagonista delle vicende è Alessio: ha vent’anni, tanti quanti sono trascorsi dall’inizio della Sciagura che ha distrutto (o forse cambiato) il mondo. Giovane valoroso, cacciatore, “figlio di lupi”,  viene messo in viaggio da sua madre Nina con una missione precisa da svolgere a Pietra Nera e che si comprenderà solo nel finale. Nel suo viaggio s’innamorerà, sfiderà barbari predoni, raggiungerà villaggi assediati, incontrerà streghe capaci di vedere il futuro e traghettatori di dantesca memoria, visiterà castelli e città in fiamme, supererà boschi, valli e paludi, combatterà branchi di cani ed armate in battaglia.

Qui si inizia a delineare la peculiare ambientazione di Pietra nera. Siamo a tutti gli effetti nel genere distopico post-apocalittico (per buona pace di Bertante che rifiuta questa definizione[1]): l’umanità è stata distrutta da un’epidemia che ha risparmiato poche persone e in cielo sono apparse strane macchie che ancora continuano a ingabbiare il sole. La società è collassata, riportando l’uomo a uno stato quasi selvaggio, di simbiosi con la natura e gli animali (il culto dei lupi e delle foreste, ad esempio) e di totale alienazione da una civiltà ormai crollata e inesistente.

Verrebbe quasi da dire che ci troviamo al cospetto non tanto di una distopia tout-court, quanto di una post-distopia. Sono passati come detto vent’anni dalla Sciagura e l’umanità ha raggiunto un nuovo equilibrio in un nuovo mondo. La nuova quotidianità, il nuovo stile di vita sono abiti che ben aderiscono ai personaggi, soprattutto i più giovani. Anzi, Alessio arriva persino a pensare con terrore al mondo vecchio dominato dalla frenesia e dalle tecnologie. Quello che a noi sembra un luogo cattivo (dys-topos) è ormai diventato non proprio un luogo buono (eu-topos), dato che il pericolo si annida ovunque, ma comunque un luogo su misura di chi lo abita, proprio come il nostro mondo, pur imperfetto e lungi da essere definito utopico, sia adatto alle nostre esigenze.

La brillante intuizione di Bertante sta nel collocare un’opera post-apocalittica in un immaginario fiabesco che si estrinseca da una parte in uno scenario “medievaleggiante”  (castelli, cavalieri, armate, boschi, predoni) e fantastico (si pensi al personaggio della strega masca o ai riti magici di guarigione messi in pratica da Alessio); dall’altra nella presenza di elementi che, stando a quanto Vladimir Propp enunciava in Morfologia della fiaba (1928), sono costituenti il genere.
Sono presenti i principali personaggi: l’eroe (Alessio), la principessa (Zara, non principessa in quanto tale ma in quanto donna amata dall’eroe), il mandante (Nina che è in parte anche donatore), diversi aiutanti che prestano soccorso all’eroe lungo il suo viaggio, così come diversi antagonisti (anche se il principale potremmo dire che sia Dante/Alberto).
E ricorrono anche numerose delle 31 funzioni enucleate dal filologo russo: l’allontanamento, la partenza, il divieto e la sua trasgressione, le lotte e le prove, finanche la marchiatura dell’eroe e il suo arrivo in incognito, ecc.

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Numerosi sono i temi sollevati dall’opera (interessantissimo quello dell’orfanilità che emerge tra le righe, così come quello del rapporto tra passato e futuro), ma tra tutti vorrei soffermarmi su quello della memoria storica. Coperto dal manto superficiale di una narrazione avventurosa, serpeggia infatti una riflessione, fors’anche una critica alla società italiana di oggi, che trova la sua espressione nel personaggio del Capitano Altieri, che Alessio incontra in un castello di una città devastata che sembrerebbe a tutti gli effetti Milano.

Altieri racconta come, nel vecchio mondo, veniva spesso dileggiato per il suo interesse nei confronti della Storia. Adesso, egli dice, nessuno s’azzarderebbe mai a pensare una cosa del genere. Il ricordo del passato, la cultura storica sono infatti nel nuovo mondo un bene prezioso in quanto scarso. Il nuovo mondo è privo della storia, e il passato non è raccontato né tramandato. Per queste ragioni, il Capitano si prefigge lo scopo di tramandare la conoscenza storica, perché senza consapevolezza del passato non è possibile protendersi verso il futuro. “Per poter sperare in un futuro, dobbiamo lasciare una traccia tangibile dietro di noi” (p. 143) dice infatti.
E continua parlando di com’era la società quando è arrivata la Sciagura: racconta di immigrazione, razzismo, fascismo, tutti chiari riferimenti all’attualità italiana, a dimostrare che ciò che stiamo vivendo oggi, nelle opinioni dell’autore, è già parte integrante del crollo, un crollo che è iniziato prima ancora dell’epidemia e delle macchie nel cielo.

“Mentre il mondo stava crollando giorno dopo giorno, noi prendevamo il sole ai tavoli dei bar all’aperto sorseggiando prosecco e gin tonic” (p. 201). Siamo noi, quelli di cui parla Altieri.

Lungi da qualsiasi intento pedagogizzante, Alessandro Bertante incastona una critica precisa e schietta della nostra società in un romanzo avventuroso, post-apocalittico e fiabesco insieme. Siamo noi coloro i quali restano indifferenti a un mondo che sta precipitando sempre di più. E soprattutto stiamo dimenticando il passato, ripudiamo la conoscenza della Storia, qualcuno propone addirittura di eliminarla dai programmi scolastici, di renderla un’opinione, e altre fesserie varie.
Non ci accorgiamo d’essere su una barca alla deriva verso una direzione smarrita. Il passato, la Storia sono in grado di dirci dove siamo diretti e dove dobbiamo dirigerci. Senza il passato, non possiamo ambire al futuro. Senza il passato, non ci potrà essere che un futuro di distruzione.

Ma una speranza emerge vivida dal romanzo. Se è vero che siamo condannati a cadere in un precipizio, è vero anche che dopo sapremo riemergere. Ci sarà una rinascita, una ricostruzione. Il mondo potrà pure finire, ma ne incomincerà un altro.

Pietra Nera è, come ho cercato di mostrare, un romanzo ricco di peculiarità interessanti e notevoli.
Di contro non posso tacere quello che a mio parere è una pecca dell’opera. Il lettore si avvia all’epilogo con grandi aspettative per quel che accadrà a Pietra Nera. Il finale, tuttavia, risulta ridondante per l’ennesima battaglia e sbrigativo per la rivelazione. In generale, sottotono, ma non in senso assoluto, bensì in relazione al ritmo molto alto che Bertante mantiene lungo tutto l’arco della narrazione. Per dirla barbaramente, è come se avesse reso così fine il palato del lettore al punto che, a chiudere la cena, si è portati ad aspettarsi – e quasi si pretende – non un’unica porzione di dessert pur buono, bensì un intero buffet di dolci – e magari pure griffato Massari.

Forse le ragioni sono da imputare al fatto che l’opera avrà un seguito all’interno della trilogia, ma se l’intenzione era di scrivere con Pietra nera un romanzo da poter leggere indipendentemente rispetto agli altri, bisognava rispettare le buone premesse e le alte aspettative create già in questo volume.

Giuseppe Rizzi


[1] https://www.illibraio.it/alessandro-bertante-pietra-nera-1013629/

2 risposte a "Immaginario fiabesco e apocalisse in Alessandro Bertante"

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