Ricette semplici per storie complesse

Ricette semplici, di Madeleine Thien
(66thand2nd, 2019 – trad. di M. Baiocchi e A. Tagliavini)

 

519tUTBBSzLUna bambina osserva affascinata il modo in cui il padre cucina il riso. Lei è canadese, lui è immigrato dalla Malesia, e a dividerli c’è un abisso intergenerazionale, oltre che linguistico. Lei lo ama anche se lui è imperfetto: qualche volta estremamente violento, altre semplicemente suo complice. Un uomo capace al tempo stesso di fare miracoli in cucina, insegnando con pazienza come replicare i suoi piccoli capolavori culinari, e di frustare a sangue il suo stesso figlio.

Questo intenso racconto dà il titolo all’intera raccolta: Ricette semplici è la più breve e la più autentica delle storie narrate, una pillola di odio e d’amore che nella sua semplicità sembra assumere dei contorni quasi reali. Ciò è tanto più vero se si considera che la stessa autrice, Madeleine Thien, è figlia di due malesi emigrati a Vancouver. Ricette semplici  è stata la sua opera d’esordio, anche se in Italia l’abbiamo conosciuta prima attraverso i suoi successivi romanzi (per citare qualche titolo, basti pensare a Non dite che non abbiamo niente e l’Eco delle città vuote, entrambe edite dalla casa editrice 66thand2nd).

Questo primo racconto amalgama insieme quelli che saranno i temi principali della raccolta e, più in generale, della sua intera bibliografia: prima di tutto la famiglia e le sue intricate complicazioni, a partire dalla frattura generazionale tra genitori e figli, che spesso e volentieri si traduce in una lontananza fisica – qualcuno fugge sempre, nelle storie di Thien, che sia il figlio ribelle o il genitore inadatto al suo ruolo di padre o madre. Dall’altra parte, in molti racconti ritorna a più riprese anche il tema dell’incontro/scontro culturale, un leitmotiv intrecciato ai rapporti familiari attraverso la formula del genitore immigrato in contrasto con il figlio nativo.

È il caso del rapporto emblematico tra Miriam e suo padre, cuore dell’ultimo racconto della raccolta, La mappa della città. Lui, indonesiano, non è mai stato in grado di adattarsi al Canada. E così alla fine è tornato indietro, abbandonando la sua famiglia senza dire una parola, lasciando alla figlia un’infinità di ricordi con cui fare i conti. L’abbandono è alla base di ogni relazione familiare affrontata nella raccolta: che sia una madre che decide senza alcuna ragione apparente di abbandonare le figlie, una figlia che sceglie semplicemente di uccidersi per fuggire a un padre, o ancora una donna che si arrende alla necessità di lasciare suo marito perché non riesce a non fantasticare sul suo tradimento.

Dietro ogni abbandono c’è però un legame profondo, viscerale e indistruttibile, c’è l’eco di tutte le recriminazioni, dell’odio, della rabbia e dell’amore che offuscano i ricordi dei personaggi. In Quattro giorni dall’Oregon, una madre rapisce le sue stesse figlie per scappare da un marito che sembra non averle mai fatto nulla di male, se non privarla d’attenzioni. La voce narrante appartiene alla più giovane delle bambine, che affronta il trauma della separazione lasciandosi andare a un miscuglio infinito di sensazioni, un odio-amore costante verso la madre che le ha rapite e verso il padre che non è andato a cercarle.

A dispetto del titolo, i rapporti raccontati in questa raccolta non sono mai semplici. Lo sono le storie, nella loro genuinità e limpidezza, e lo è lo stile, sempre sottile e delicato, quasi una melodia. Madeleine Thien ha messo in scena una sfilata di traumi familiari con delicatezza e realismo. Alcune storie nascono su toni pacati per poi rivelarsi profonde e inguaribili ferite, altre invece si rianimano verso il finale, promettendo un futuro meno nero, lasciando all’amore familiare uno spiraglio di felicità. In ogni caso, l’autrice sembra quasi aver vissuto in prima persona ciascuno di quei piccoli traumi, e di averli raccontati per esorcizzare quello che tutti, bene o male, proviamo ogni giorno: il timore di rompere quel delicato equilibrio che tiene insieme personalità distinte, legate dal vincolo tutto sommato effimero della famiglia.

Anja Boato

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