Appunti sulla precarietà

Confidenza, Domenico Starnone
(Einaudi, 2019)

978880624356HIGHo aperto Confidenza con un po’ di timore; avevo in mente di farci un articolo a forma di elenco, in cui isolare un paio di consigli di scrittura possibilmente utili. L’autore è uno dei più importanti che abbiamo in Italia, da qualche anno ha conosciuto un notevole rilancio anche a livello internazionale: mi sentivo come nell’atto di entrare in un luogo sacro. Poi ho letto il romanzo. Non mi sono ricreduto, sia chiaro. Ma sono rimasto stupito da quanto poco si prestasse al lavoro di estrazione che avevo messo in programma. Spiegherò perché. L’elenco poi l’ho fatto, comunque, e comincia da qui.

Densità. Volendola definire: è quella capacità di scrivere romanzi di cento pagine che contengono romanzi da cinquecento. La scrittura di Starnone è limpidissima, soprattutto nelle prime battute: mette in chiaro senza troppi giri di parole dove vuole arrivare. C’è un uomo che confida alla sua donna un segreto terribile. Poi si lasciano. Ma lei rimane sempre presente. Seguiamo buona parte della vita dell’uomo con la consapevolezza sotterranea che ogni cosa può crollare da un momento all’altro: la donna conosce quel segreto, è l’unica a conoscerlo, da un capitolo all’altro può farlo esplodere insieme a tutta la vita dell’uomo.

Stiamo in tensione dall’inizio fino alla frase finale. In mezzo a questi due poli Starnone ci mette di tutto: a volte pagine di pensieri che scaturiscono guardando alla finestra, a volte la sintesi di anni in un paio di righe. Un sacco di vita che scorre ad alta velocità – di tanto in tanto frena un poco, scala la marcia, poi riprende ad accelerare. Che ce ne frega che l’uomo si sposa con un’altra, che ha una figlia, poi due, poi tre, che scrive un libro e si guadagna un piccolo spazio nel panorama intellettuale italiano? Sono fatterelli che si accumulano rapidamente mentre la bomba, sotto di noi, continua a ticchettare. E allora qualsiasi dettaglio ci fa strabuzzare gli occhi, diventa un indizio fondamentale per capire quando arriverà l’esplosione.

Spietatezza. Non è che sia facile scrivere un romanzo in questo modo: tutto costruito sulla fragile tensione tra due poli. E la cosa davvero sorprendente è che Starnone ha rinunciato a davvero qualsiasi altro strumento narrativo che poteva impiegare per spingere la lettura in avanti. Ha rinunciato completamente, per dire, all’empatia. Troverete a stento tra queste pagine qualcosa che vi commuoverà, una strizzata d’occhio ai vostri sentimenti. Non c’è nessuna concessione al dolore: solo lo spavento di un disastro che incombe. È come giocare una partita a scacchi cercando di vincere esclusivamente con un pezzo. L’unico vero tirante è quella bomba sotto di noi.

E allora la bellezza sostanziale di questo romanzo sta non tanto nelle cose che succedono o nelle emozioni che può suscitarci, ma nel modo in cui le sicurezze e le insicurezza quotidiane del protagonista si intrecciano tra loro pagina dopo pagina e ci ricordano le nostre. La geometria variabile della percezione di sé. La tensione continua generata dalla percezione che gli altri hanno di noi. È come se Starnone avesse deciso di spogliare la narrazione di tutto, per ridurla a testimonianza di quella battaglia che per tutta la vita conduciamo con noi stessi e con gli altri. Naturalmente, non lo fa mettendosi lì a raccontare la propria esperienza di maschio occidentale, ma ci scava dentro con circospezione, silenziosamente, senza mai distaccarsi dai confini della fiction. Questo basta, in fondo, a metterci una paura tremenda.

Precarietà. Qui arriva secondo me la vera scollatura di questo romanzo. Un ragionamento che alla fine mi ha inquietato. Proprio l’attenzione naturalista ai processi mentali, alle sfumature psicologiche, al rapporto con noi stessi, all’incapacità di considerarci imperfetti, fa in modo, alla fine, che la struttura del romanzo crolli su se stessa. Per cento pagine seguiamo il racconto della vita di quest’uomo, poi all’improvviso voltiamo pagina e sta parlando sua figlia, trent’anni dopo. E ok, la cosa ci spiazza un po’, perché il romanzo è quasi finito e ci chiediamo che senso abbia inserire all’improvviso questo secondo punto di vista; ma tutto sommato non fa niente, ci fidiamo di Starnone e andiamo avanti così. Pochissimo dopo voltiamo pagina e la voce cambia di nuovo: il romanzo si chiude con un paio di pagine dedicate alla donna che all’inizio di tutto aveva raccolto quella confidenza terribile. La bomba che ticchettava.

La funzione di questo cambio di punto di vista non sta, come classicamente siamo abituati a concepire, nel desiderio di raccontare un unico fatto da più prospettive. È ovvio: se così fosse sarebbe stato seminato pagine e pagine prima. Si vede che a Starnone non gliene frega proprio niente. Invece tira fuori queste altre voci all’ultimo, le rende inconciliabili con quella principale, in modo che siano non un completamento del racconto ma i punti di apertura di ulteriori spiragli. Come se da lì il romanzo potesse prendere il volo, districarsi in mille frazioni autonome senza trovare mai una chiusura.

Lo ammette Starnone in un’intervista recente con Christian Raimo (la potete trovare qui): che ultimamente ha costruito i suoi “edifici narrativi in modo sempre più instabile, forse per un sentimento crescente della precarietà”. In sostanza fa adagiare il lettore sulla sospensione dell’incredulità, poi di colpo, intenzionalmente, lo fa cadere. “I miei racconti franano. E la frana si verifica anche per un bisogno strutturale di verità (estetica, sociologica politica, esistenziale) che tecnicamente provo ad ottenere prima lavorando goduriosamente alla sospensione dell’incredulità e poi dissolvendola con qualche sofferenza”. È esattamente questo, non saprei descriverlo meglio.

E qui spiego il mio disagio annunciato all’inizio. A me, da giovane sprovveduto, convinto da sempre che la letteratura debba cercare una qualche perfezione, una forma conchiusa – perché scrivere in fondo è prendere il disordine della vita e ridurlo a meccanismo finito e infallibile, è prendere la vita liquida e trasportarla allo stato solido (e forse questa credenza in fondo è sempre stata una specie di consolazione: il tentativo di dirmi che tanto è solo una questione di trovare il meccanismo giusto) – a me questa cosa, il fatto che la letteratura debba mostrarsi non solida ma precaria, mi spaventa, non so a voi. In qualità di scrittore, mi ha messo paura – esattamente come mi ha messo paura in qualità di uomo leggermi, in questo romanzo, completamente scarnificato. Quindi, signor Starnone: tanto di cappello.

Pierpaolo Moscatello

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