Ignorantocrazia: rivalutando la cultura pop

Ignorantocrazia, Gianni Canova
(Bompiani, 2019)

Gianni Canova è un intellettuale che io ho sempre apprezzato: lo ascolto volentieri, mi piace ciò che dice e come lo dice, in un momento storico nel quale alla forma non viene mai dato il giusto valore e spazio. La forma è bella, anzi: la forma è bellezza.

Ignorantocrazia è l’ultimo saggio di Canova uscito per Bompiani. Fatta eccezione per l’accorta e accorata introduzione sullo stato pietoso dell’analfabetismo funzionale (definizione molto in voga ultimamente) in cui versa il nostro Paese, il testo è una raccolta di saggi – molto accademici – su quattro arti: il fumetto, il romanzo, la televisione e il cinema. Ognuna di queste quattro arti viene analizzata attraverso l’esempio di un’opera ai tempi considerata “pop”. Tex, i noir di Giorgio Scerbanenco, la serie La Piovra e i film di Ettore Scola (il quale non ho mai considerato realmente pop, ma tant’è).

Nella sua introduzione, Canova si scaglia contro lo stesso sistema universitario del quale fa parte per portare alla luce la mancanza di alfabetizzazione dei giovani: una mancanza di capacità di riconoscere la struttura, la simbologia e la grammatica basilare di qualsiasi linguaggio (non solo quello verbale, ma anche cinematografico, televisivo, romanzesco e artistico in genere).

Insomma, l’università è forse evoluta in senso accademico, ma non in senso divulgativo. L’università non riesce a raggiungere lo scopo pedagogico ad ampio raggio che dovrebbe perseguire, considerando anche il grande numero di iscritti all’istruzione superiore. Ha ragione, sottoscrivo ogni singola parola: forse perchè faccio parte della generazione deficitaria di questi strumenti e, allo stesso tempo, faccio parte – seppur in modo marginale, essendo una dottoranda in UK – proprio della cerchia accademica di cui sopra.

Il vero problema dell’elaborato, a mio modesto parere, è proprio l’andamento accademico dei saggi che seguono l’introduzione. Se Canova si fosse fermato alle prime trenta pagine, il saggio sarebbe stato impeccabile nei presupposti. Se però, a seguire di questo preambolo, vengono presentati dei saggi accademici di lettura difficile e di digestione altrettanto ardua, allora viene spontaneo chiedersi: dove è il ruolo della divulgazione in tutto questo?

I saggi proposti come critica positiva della pop-art in ambito mediatico (fumetto, romanzo, televisione e cinema sono dei media, mettetela come volete) riescono a essere fruibili solo da un pubblico in grado di comprendere in modo dettagliato la grammatica interna di tali mezzi di comunicazione. È difficile che una persona, magari amante di Tex da bambino, riesca realmente ad apprezzare il saggio proposto da Canova.

Non so se questa possa essere una critica costruttiva all’elaborato del Professore Canova; quello che però è certo è che questo lavoro ha due risultati, uno conscio e l’altro inconscio. Il primo, quello sottolineato nell’introduzione e portato da Canova come una bandiera, è stato mostrare che anche la pop-art ha una sua dignità interna, e che non esiste niente di più rozzo come lo snobismo per l’arte popolare o il cinema di genere. I saggi, attraverso la loro ricostruzione accurata e la loro analisi minuziosa, riescono a portare il lettore nel vivo delle strutture interne delle opere e danno prova di quanto lavoro ci sia stato dietro delle pietre miliari della cultura popolare italiana.

Il secondo risultato, quello collaterale e meno voluto, è di avere esasperato ancora di più la separazione tra accademia e divulgazione: l’introduzione lasciava presagire un saggio di più ampio respiro, con una grammatica leggera e colloquiale, che lasciasse tutti basilarmente edotti – o quantomeno consapevoli – dell’importanza di Tex o Ettore Scola.

Quello che invece emerge è una serie di saggi che potrebbero leggere solo gli addetti ai lavori, escludendo – ancora una volta – coloro i quali non sono riusciti, o non hanno voluto avere una visione più specifica degli argomenti trattati. Se un libro viene scritto per porre l’accento sulla mancanza di educazione artistica del popolo italiano, come mai poi il quadro generale che ne emerge è quello di un saggio elitario e poco accessibile al popolo?

Non dico che un lavoro “complesso” non debba esistere più, assolutamente: il contrario. La complessità dovrebbe incontrare quante più menti possibili, a dimostrazione che la complessità non è difficoltà. Se ci si lamenta che il popolo italiano non ha la grammatica simbolica sufficiente a comprendere una mostra d’arte, uno spettacolo teatrale o un film di Sorrentino, allora – per l’amor di Dio – cominciamo a scrivere qualcosa che possa essere davvero una grammatica essenziale, utilizzabile dai più.

Non basta solo l’introduzione, ma tutto il saggio dovrebbe servire.

Clelia Attanasio

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