Le affacciate: quando non si è indispensabili

Le affacciate, Caterina Perali
(Neo Edizioni, 2020)

C’è una particolare consuetudine che da sempre disciplina il mondo del lavoro: tutti sono utili, nessuno è indispensabile. Questa norma non scritta aleggia sulla testa di qualsiasi lavoratore dipendente come una spada di Damocle fantasma: non si vede ma è sempre lì pronta a far male, e quando la lama cala spesso è impossibile schivare il colpo. Le affacciate, ultimo romanzo di Caterina Perali uscito per Neo Edizioni, comincia proprio da questa spiazzante presa di coscienza.

Nina vive a Milano – la ormai non più Milano da bere – in un quartiere vicino al Bosco Verticale, complesso residenziale caratterizzato dalla presenza di piante, alberi e arbusti distribuiti sulle facciate soleggiate delle abitazioni. La torre di appartamenti fa ombra ai pensieri di Nina, che trascorre le sue giornate stesa sul letto a contare i chiodi incastonati nelle travi di legno sul soffitto. È stata licenziata dalla società di eventi per cui lavorava più di dodici ore al giorno, e adesso non ha più niente da fare se non affondare gli occhi dentro di sé, e ascoltarsi. 

Era abituata a essere sempre reperibile, sempre pronta a rispondere a qualche email dell’ultimo minuto, ma adesso Nina è spiazzata dal silenzio del telefono e dal tempo che si ritrova tra le mani, questo tempo vuoto e improduttivo che la costringe a pensare ossessivamente a cosa può essere andato storto nella sua vita, a come poter ricominciare; ma i pensieri sono tutto fuorché lucidi: la libertà è un abbraccio amico che non scalda, l’isolamento una fortezza accogliente dentro cui rinchiudersi a leccarsi le ferite:

«Sono tornata libera. Libera da quell’ufficio, libera dai badge, dalle scrivanie, dalle note spesa, dalle richieste assurde, dall’ansia da prestazione, dalle riunioni alle sei del venerdì sera. Posso tuffarmi di testa nel mondo, seguire le onde di Peniche e surfare, imparare il walzer viennese e guardare le stelle. E invece, la mia unica reazione è stata quella di alzare i muri e mettere i secondini a guardia. Ho imposto loro di essere pronti a sparare, di non permettere a nessuno di scavalcare e di lasciarmi finalmente sola, a contare i chiodi, fissando per sempre le venature delle mie travi».

Lo sconquasso emotivo e il «terremoto di certezze e identità» che Nina prova dopo aver perso il suo lavoro è molto simile a ciò che si esperisce dopo una lunga relazione; non a caso, la faccia dell’ex Lorenzo fa molto spesso capolino nella sua mente, ricordandole con nostalgia sensazioni ormai perdute. Ma ciò che nel romanzo maggiormente si intuisce è che il licenziamento segna, per l’Io di Nina, una radicale apertura verso quel senso di vuoto esistenziale che per anni aveva tenuto a bada grazie a un lavoro totalizzante e l’uso/abuso dei social network.

I social smaterializzano la nostra vita permettendoci di mostrare il nostro miglior Io possibile; il loro effetto anestetizzante nei confronti di quei quesiti esistenziali che richiederebbero davvero la nostra attenzione – la libertà, l’isolamento sociale, l’assenza di scopo – è estremamente potente. E noi lasciamo che sia così, perché ciò ci permette di non sentire, perché ci fa comodo, anche se solo in apparenza: i social sono «Un gioco di ruolo anche per noi, diventate a nostra volta vittime della fragilizzazione delle relazioni, come diceva Bauman».

Ma quando il nostro Io subisce una dura botta come un licenziamento, che ci obbliga a rimetterci interamente in discussione, quale uso si fa dei social? È bene mostrarsi indifesi e vulnerabili o è meglio fingere, proteggendo così il nostro miglior Io possibile? Nina scioglie questo dubbio decidendo di nascondersi dietro la barriera dell’irreale: su Facebook lascia credere che stia ancora lavorando, e in un primo momento anche alla sua cara amica Anna, con cui chatta per commentare l’ennesimo atto terroristico, l’ennesimo barcone naufragato in mare, decide di non rivelare niente.

Subissata dai dubbi e in preda all’incertezza, Nina è alla disperata ricerca di qualcuno che le permetta di alleggerire il peso del suo senso di fallimento. Comincia così a interessarsi alle vicende della sua vicina di casa, la signora Adele, e a due sue amiche: Teresita e Svetlana, rispettivamente ribattezzate da Nina la smilza, la leopardata, la donna forzuta. Sono persone che Nina non reputa socialmente rilevanti, eppure sono la presenza più autentica con cui può, in questo momento, entrare in contatto.

E dall’incontro con Svetlana, serba trapiantata a Milano, emerge un altro tema molto importante del romanzo: l’idea che sia possibile decifrare, attraverso lo stereotipo e il cliché, chi si ha di fronte senza conoscerlo davvero. Nina si aspetta di essere accudita dal dolore della storia di Svetlana giacché fungerebbe da antidoto al suo vuoto esistenziale («Mi parlerà da sopravvissuta e io non vedo l’ora»); ma per Nina appoggiarsi alle sole apparenze altro non è che l’ennesimo meccanismo di difesa volto a proteggere il suo Io spezzato, in un vortice di incomprensione che forse si acquieterà solo alla fine del libro.

«Sono qui, in questo gineceo spettinato, che mi accetta quasi come le travi del mio bilocale. Presto saprò quanti morti ha visto Svetlana caderle davanti, quanto odio e ingiustizia le sono schizzati davanti agli occhi. Aspetto che il suo accento balcanico mi raggeli il sangue con storie di guerra, polvere e macerie. Cerco sensazioni forti. Ne voglio sempre di più e più velocemente.
E mentre spero di piangere tutta la disperazione della mia identità spezzata, commento sui social l’inguaribile abito della gallerista per cui, nel bluff della mia vita online, ho organizzato un evento ieri sera».

Con uno stile particolarmente asciutto e ficcante, Le affacciate riflette su tutti questi temi senza risultare retorico o banale, cosa non semplice. Riesce ad andare in profondità creando un’amalgama ben bilanciata di scorci di vita che ci riguardano molto da vicino. L’unico difetto, se si può reputare tale, è che per la densità degli argomenti trattati la storia avrebbe potuto prendere più aria con l’aggiunta di qualche pagina nella parte finale; nel contempo, ciò non scredita i meriti del romanzo né la qualità stilistica della scrittura.

Angela Marino

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