Immagini impietose di un “Tropicario italiano”

Tropicario italiano, Fabrizio Patriarca
(66than2nd, 2020)

51RnAVoS7KLImmaginate le calde spiagge delle Maldive, il mare limpido di Bora Bora, i templi suggestivi di Bangkok. Pensate ai resort australiani, alle gite in barca nelle isole Mauritius, ai safari in Tanzania. E ricordatevi quell’odioso imperativo di dover godere al massimo di ogni esperienza, di ridere, essere felici, provare cose nuove e farsele piacere. Ricordatevi il lato oscuro della vacanza: l’obbligo della felicità.

Patriarca ha girato il mondo in Alitalia – dopo aver introiettato la cultura aziendale del padre, è difficile cambiare compagnia – e ne propone un affresco ironico e cinico. L’obbligo della felicità può essere lasciato alle spalle: è il momento di parlare di scottature e afa insostenibili, della bruttezza delle vie di Bangkok, dei colleghi di lavoro che ti perseguitano anche quando sei dall’altra parte del mondo, di cosa voglia dire portare due figlie ad Abu Dhabi, del perbenismo istituzionalmente sfruttato dei villeggianti di Zanzibar. Insomma, sfogare tutta l’infelicità del viaggiatore. Impresa in cui Patriarca si rivela un vero esperto, dopo anni di vagabondaggio tra un aeroporto e l’altro. Quello che ne deriva è un mix tra un diario di viaggio e una guida turistica per viaggiatori disillusi, in cui ogni capitolo è dedicato a un angolo di mondo tropicalizzante venduto all’immaginario collettivo come un “paradiso terrestre”. L’autore si rivolge in seconda persona a un Turista X che in realtà non è altro che sé stesso, quasi a prendersi in giro per tutto ciò a cui si è prestato nella speranza di godersi il soggiorno.

A rendere particolare Tropicario italiano è soprattutto lo stile con cui l’autore uccide l’idea della vacanza. Un lungo rantolo rabbioso, sofisticato nella scelta delle parole, ma stremato dalla fatica dell’esistenza, ricco di paragoni e definizioni sopra le righe: ecco quindi che l’ora di pranzo a Bora Bora diventa il momento «del matrimonio mistico tra mosche e ananas», mentre i surfisti australiani sono «eroi primordiali» o «poeti delle creste», sempre «intruppati a centinaia per prendere un’onda che non è mai quella giusta, perché altri se la shippano». Stesso discorso vale per le pagine dedicate a descrivere la città di Dubai come una sorta di megalopoli del trash pseudo-occidentale, schiava del capitalismo più becero. Gli esempi possibili sono a centinaia, perché l’intero romanzo è un susseguirsi di descrizioni impietose.

Il rischio di un simile progetto è quello di cadere nel ripetitivo – d’altro canto si tratta pur sempre di una serie di capitoli che descrivono con lo stesso tono luoghi tutto sommato simili, legati allo stesso immaginario. È evidente che la struttura del libro non lascia spazio a particolari svolte creative, laddove ritmo, stile e temi si ripetono all’infinito.
Il pericolo della noia viene però aggirato dalla scelta dell’autore di focalizzarsi su questioni secondarie ma curiose del suo viaggio, che risultano particolarmente attrattive per il lettore: la figura dell’influencer che lo accompagna in India, il tema scanzonato dell’estinzione del dodo come leitmotiv dell’esperienza nelle isole Mauritius, o ancora il pellegrinaggio dei villeggianti in Tanzania per regalare caramelle ai bambini dell’orfanotrofio.

Il risultato è un testo capace di intrattenere dall’inizio alla fine, che affronta temi seri con cinismo e ironia, al punto da rappresentare come drammatici anche gli aspetti più quotidiani o banali dell’esperienza del vacanziere. Tropicario italiano è quindi una via di mezzo tra un gioco scherzoso e un’invettiva contro quell’obbligo di felicità che impedisce di rappresentare i viaggi nei loro aspetti più deludenti, noiosi e banali.
Sullo sfondo, la consapevolezza che l’aspetto fondamentale di ogni viaggio, al di là dell’obbligo della felicità, è sempre quello di «essere un’esperienza frustrante, altrimenti non è un viaggio».

Anja Boato

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