“Il dono oscuro”: lo sguardo del buio

Il dono oscuro, John M. Hull 
(Adelphi, 2019 – Trad. F. Pacifico)

Cosa succede quando chiudiamo gli occhi? Gli oggetti scompaiono, perdiamo il senso dello spazio, ci ritroviamo senza riferimenti; siamo racchiusi in noi stessi, impossibilitati a conoscere un mondo di cui ci giungono solo frammenti sonori. Il dono oscuro di John M. Hull (Touching the Rock nella versione originale, da cui nel 2016 è stato tratto il film Notes on Blindness) parla di questa esperienza. È un libro scritto al buio, in cui si scopre una nuova modalità di conoscenza che, nonostante la cecità del narratore, permette di soddisfare la sua inesauribile “voglia di mondo”. È una ricerca in cui, come scrive nella prefazione Oliver Sacks (che definisce il libro ‹‹un capolavoro››): ‹‹ogni cosa è ponderata, esplorata fino al suo limite estremo; ogni esperienza viene sviscerata finché non produce la sua messe di significati››, quasi a “spremere” l’oscurità per poterne carpire il significato.

A quarantotto anni il teologo australiano e professore all’Università di Birmingham John Hull viene dichiarato completamente cieco: il suo mondo si rompe in mille pezzi. Per elaborare questa perdita non gli resta che cercare di capire la sua nuova condizione, registrando i racconti e le riflessioni sulla sua esperienza dell’oscurità. Il risultato è questo libro, un diario in cui i pensieri non sono costretti in un sistema, ma sono presentati secondo la logica del loro affiorare, rispecchiando così il disordine dell’esperienza. I temi si intrecciano e si ripetono sempre arricchiti di nuovi significati, in uno stile che ricorda molto da vicino, come rilevato dallo stesso Sacks, quello delle Ricerche filosofiche di Wittgenstein.

In questa polifonia di temi c’è un leitmotiv: i sogni. Per un cieco sognare significa vedere, ritornare in contatto col mondo delle immagini. I sogni di John sono spettacoli visivi coloratissimi, ma anche incubi con tunnel interminabili, sottomarini e navi nel mare in tempesta. Come nella Bibbia e in Freud, il sogno rivela: in esso John torna a vedere, ma si trova anche “scoperto” nella sua condizione di handicap: ‹‹È il sogno che vede me››, scrive. Gli incubi sono quindi metafore della cecità: il non-vedente è in balìa dell’ignoto e si trova in un ventre oscuro e liquido, da cui ogni cosa è lontanissima.

I sogni mostrano che il cieco è prigioniero della propria coscienza e del proprio corpo: il mondo non esiste perché esistono solo le sensazioni che le cose rilasciano. Lo spazio coincide con il corpo, mentre il tempo si dilata fino a scomparire. Esso è lo sfondo inesorabile in cui John lotta per compiere anche l’azione più semplice. Il tempo dell’oscurità non è dotato di qualità, non è la durée di Bergson, la cui natura si modula a seconda del vissuto, ma è piuttosto un puro fatto, un semplice contenitore che non viene percepito.

Se il cieco è una monade rinchiusa nel suo involucro oscuro, come può “riguadagnare’’ il mondo là fuori? Una fonte preziosa sono i suoni, che lo collocano in mezzo al mondo, fornendogli uno spazio in cui muoversi. Hull propone delle indimenticabili descrizioni del mondo acustico, di cui coglie l’intima natura. Mentre l’immagine è una modalità di conoscenza che ci permette di avere una presa sul mondo, non abbiamo invece alcun potere sui suoni: essi non cambiano a seconda della prospettiva, non possiamo eliminarli chiudendoci le orecchie (rimarrebbe il suono del nostro sangue che scorre e del cuore che batte), ma possiedono vita propria: accadono e basta. Il mondo acustico è un continuo e inafferrabile divenire in cui tutto si rivela e scompare a una velocità sorprendente.

La necessità di avere dei suoni attorno a sé rende i “gusti metereologici’’ di John assolutamente particolari: per lui una bella giornata è quella in cui il mondo ‘suona’ grazie ai tuoni, alla pioggia e al vento; mentre la neve, così poetica alla vista, è un manto crudele che ricopre ogni cosa di silenzio, rendendola inconoscibile. Uno dei passi più intensi del libro è la descrizione della pioggia, che disegna i contorni delle cose, dando continuità e prospettiva ai suoni sparsi nel vuoto. La pioggia è fatta di molti motivi sonori che John ascolta con così tanta attenzione da fondersi quasi con essi. In questa fusione intuisce che il nostro corpo è come la pioggia: un insieme di motivi, ovvero la pluralità delle nostre sensazioni. L’immagine invece ci dà l’illusione dell’unità della nostra conoscenza, ci fornisce un riferimento visivo attorno cui concentrare la moltitudine delle percezioni.

Vivere in una condizione di cecità significa avere valori completamente opposti a quelli dei vedenti, abitare un altro mondo. Allora chi diventano gli altri? La cecità rompe la reciprocità alla base delle relazioni umane: sorrido perché qualcuno mi sorride, mi riconosco perché l’altro mi riconosce. Se nessuno mi vede, allora non esisto: mi dissolvo. Gli altri non hanno più consistenza né volto, ma sono solo voci che vanno e vengono; ecco che un abbraccio diviene uno shock, l’urto con un corpo che emerge dal nulla, mentre i sorrisi diventano lettere inviate a uno sconosciuto che non avranno mai risposta.

La difficoltà nella relazione con gli altri si acuisce nel rapporto con i figli, a proposito dei quali Hull scrive delle pagine disperate: egli non riesce a essere il padre che vorrebbe. I bambini vivono in un mondo tipicamente visivo e ciò crea una distanza incolmabile, soprattutto quando John cerca di giocare con loro. Allo stesso tempo le loro domande e osservazioni sulla cecità lo stimolano: il piccolo Thomas a tre anni chiede ad esempio se il padre possa vedere i colori, nota come non abbia bisogno di accendere la luce e quanto facilmente possa sbagliare strada; sono tutte implicazioni della cecità che aiutano John a capire come essa sia un concetto non monolitico, ma composto da tanti filamenti intrecciati tra loro.

Anche se è stato scritto da un teologo questo libro parla poco di Dio, eppure esso rappresenta un’autentica professione di fede; quest’ultima, per Hull come per Sant’Agostino, va di pari passo con la comprensione delle cose, è l’atto creativo della ricerca del significato. Egli professa la propria fede nel momento in cui mette insieme i frammenti oscuri del mondo per includerli nella propria identità e riguadagnare la conoscenza: il “toccare la roccia” del titolo originale allude a questo, ed è proprio Dio che ha donato questa possibilità che le cose acquistino senso, nonostante il loro accadere in modo del tutto accidentale.

Il dono oscuro non è dunque la cecità: essa è solo il mezzo attraverso cui si giunge alla consapevolezza di come il cieco sia in realtà un vedente-con-tutto-il-corpo, che ha trasferito la facoltà di vedere lungo tutto il proprio essere. Perciò quando chiudiamo gli occhi non stiamo semplicemente smettendo di vedere, ma stiamo cambiando il nostro modo di guardare.

Giacomo De Rinaldis

2 pensieri su ““Il dono oscuro”: lo sguardo del buio

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