Il senso profondo delle cose nascoste

Calce o delle cose nascoste, Raffaele Mozzillo
(effequ, 2019)

CalceCOVER02Svizzera, anni Sessanta del Novecento: con la stretta sulle norme migratorie che si fa sempre più serrata, imprenditori e lavoratori del Paese, terrorizzati di perdere il lavoro a causa degli stranieri italiani, continuano a gridare «prima gli svizzeri!», leitmotiv di quegli anni e slogan infelice di tanta politica nostrana fino a poco tempo fa. L’apice della xenofobia elvetica fu raggiunto con un referendum del 1970 che, se fosse passato, avrebbe costretto numerosi emigrati italiani a fare le valigie e tornare a casa. Il referendum non passò, ma ciò non mutò il clima d’odio che contraddistinse quel triste periodo da cui prende piede il nuovo romanzo di Raffaele Mozzillo, Calce o delle cose nascoste (effequ), che, a partire da questo particolare contesto politico-sociale, ci ricorda di un momento storico in cui ad essere visti come «sporchi brutti e cattivi» eravamo proprio noi italiani.

«Come campi di concentramento, in una forma di olocausto involontario le stazioni elvetiche accoglievano gli italiani dal lungo viaggio estenuante, mettendoli subito in riga: donne da una parte, uomini dall’altra. Ore di attesa per il controllo dei documenti, visite mediche invasive. Ai maschi era ordinato di mettersi a torso nudo e passaporto alla mano, così veniva stilata una lista; poi, in colonna, uno per volta erano chiamati per nome e fatti entrare nudi in una stanzetta per la visita di idoneità. Alcuni proseguivano, altri, quelli giudicati non in buona salute, erano respinti e lasciati il più delle volte senza mezzi per ritornare».

Dopo aver stabilito il tenore del testo con questo tremendo incipit, l’occhio del narratore si sposta dal macrocosmo della comunità italiana in Svizzera al microcosmo della famiglia Coppola – cresciuta nel settore edilizio in terra elvetica ma poi ritornata in Sud Italia –, e ne segue le vicende e i ricordi nel tempo focalizzandosi di volta in volta su un membro diverso; sono queste tutte figure ferite, irrequiete, in perenne lotta con un’eredità familiare spesso non pienamente comprensibile, eppure sempre alla disperata ricerca di una propria ragion d’essere in un mondo che sembra incapace di accoglierli fino in fondo.

C’è Salvatore, figlio di Michele e personaggio con cui pare impossibile entrare in empatia, che fin da bambino coltiva forme d’odio e repulsione verso tutti i migranti; c’è la moglie Irina, custode di un segreto inenarrabile; c’è Micaela, la figlia di Salvatore e Irina, fragile e ambiziosa insieme, dal futuro segnato sin dal concepimento; c’è Rosa, la sorella di Salvatore, il cui scopo esistenziale è quello di sentirsi «una donna necessaria», indispensabile agli altri; c’è Alfredo, marito di Rosa, radicato in un presente eterno, una non-vita causata dai traumi infantili subiti in Svizzera.

Una carrellata di personaggi disperati cresciuti a pane e silenzi, silenzi che col passare del tempo disegnano ragnatele di crepe e incrinature irreparabili sulla struttura tutt’altro che solida costruita negli anni dalla famiglia Coppola. Un sistema di valori, il loro, fondato proprio su quel pregiudizio e rancore conosciuti tra gli anni Sessanta e Settanta in Svizzera, e che diventa parte integrante dell’eredità culturale, anche a livello inconscio, di tutti i discendenti della famiglia.

In un vortice di episodi ambivalenti e a tratti disarmanti, Mozzillo salta dal punto di vista di un personaggio all’altro dosando con precisione chirurgica le informazioni sulla famiglia che al lettore arrivano – fuoriuscendo ora dalla mente di questo protagonista, ora dalla mente di un altro – ogni volta investite di significati differenti, in un gioco di analessi e prolessi con cui, se non si presta l’adeguata attenzione, è difficile tenere il passo. Narratore e lettore si ritrovano così a condividere lo stesso scopo, ossia quello di mettere insieme i pezzi per gettare luce sul senso profondo di queste cose nascoste che lega, come “calce”, tutti i membri della famiglia nella stretta morsa di un destino nefasto e crudele.

«Sono parecchie le cose nascoste, quelle che non si dicono all’interno delle famiglie: ci sono storie di padri che i figli non riescono a capire solo perché mancano dei pezzi. E allora succede che la memoria dei fatti si sfalda e la linea che tiene insieme le generazioni si spezza in più punti, disgregando ogni legame e allontanando gli uni agli altri».

Attraverso una prosa disincantata e al contempo lirica, che attinge per alcune forme ricorrenti direttamente dalla lingua parlata dei personaggi, il romanzo di Mozzillo indaga il rapporto conflittuale di una famiglia che si riconosce tale esclusivamente dal proprio legame di sangue, un legame che però non è sufficiente, alla luce di tutte quelle cose nascoste mai rivelate, a rinsaldare le connessioni ormai divenute troppo difettose dopo anni e anni di mancata comunicazione, affetto, umanità; e, per i Coppola, tutte queste mancanze sono insorte a partire dall’abitare una terra inospitale, una terra che per loro non ha mai svolto il ruolo di “madre”.

Avendo vissuto in un paese come la Svizzera dei bambini clandestini, dei casermoni, della resistenza al diverso, come pretendere dunque che la famiglia Coppola possa abbracciare l’altruismo e l’empatia? Semplicemente: non si può, perché la nostra identità è definita dall’ambiente in cui viviamo, che determina, anche dal modo in cui si è accolti, la nostra apertura o chiusura verso gli altri ma, soprattutto, verso noi stessi – e questo è l’insegnamento più importante che il romanzo ci regala.

Angela Marino

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