Manzoni e gli altri: il racconto degli oppressi nel romanzo italiano

Dai Promessi Sposi fino a Camilleri,
un unico grande romanzo tra storia e lotta sociale

 

Ho approfittato di questo tempo fermo per appacificarmi con I Promessi sposi. Dieci anni fa, al ginnasio, lo avevamo letto integralmente, sì, fino ad appena un terzo. Poi ne abbiamo interrotto la lettura. Non ricordo il motivo, fatto sta che dalla Monaca di Monza in poi avevo il vuoto più totale. L’ho (ri)letto e, in maniera inaspettata, ho trovato in quel romanzo che tanto dà noia a scuola una storia così avvincente che se fosse stata scritta oggi, Netflix ne avrebbe fatto una serie.
Ma la sorpresa più grande è stata scoprire un’opera diversa da quella comunemente ridotta a religione e Provvidenza, e non semplicemente capostipite del romanzo storico e di formazione.
Manzoni, io credo, è il precursore italiano anche di un’altra tradizione letteraria: quella dei Silone, Carlo Levi, Morante, Camilleri nel dare voce agli esclusi dalla Storia, nel sostenere le loro lotte sociali.

Manzoni, bisogna premettere, è fortemente critico nei confronti della storiografia ufficiale quale mero racconto dei potenti, e intende opporvi una narrazione della storia alternativa, quella dei vinti, degli umili. Ne danno evidenza i suoi carteggi, ma ancor meglio viene esplicitato nel Discorso su alcuni punti della storia longobarda in Italia, appendice all’Adelchi nell’edizione del 1822. In esso Manzoni dichiara: «Una serie di fatti materiali ed esteriori, per dir così, foss’anche netta d’errori e di dubbi, non è ancora la storia». Quel che soprattutto manca alla narrazione storiografica sono «i desidèri, i timori, i patimenti, lo stato generale dell’immenso numero d’uomini che non ebbero parte attiva in quell’avvenimento, ma che ne provaron gli effetti», «quella immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarci traccia».

I promessi sposi sono esattamente questo: un romanzo in cui il popolo – la moltitudine degli ultimi – è il vero protagonista. I Cardinal Borromeo, i Ferrer, i governatori spagnoli, figure reali e storiograficamente importanti, qui sono personaggi secondari, gregari di filatori, contadini, frati e curati. La stessa massa, che vediamo assaltare i forni a Milano, ammazzare gli untori, correre coi forconi quando Don Abbondio fa suonare le campane del paese, è un personaggio quasi più importante di loro.
Manzoni dà voce a chi non ne aveva mai avuta una, dà finalmente a costoro un ruolo sul palcoscenico della Storia.

Facendo un salto in avanti di un secolo, troviamo un pensiero profondamente simile in un’opera che non viene facile accostare a I Promessi Sposi. Nelle bellissime pagine che aprono Cristo si è fermato a Eboli, Carlo Levi definisce la Lucania un mondo chiuso, «serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato»[1]; la povera gente che la abita, i contadini di cui scrive, sono bloccati in una «immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte»[2]. Sono gli invisibili, i dimenticati, i sommersi, che la Storia ha escluso e che la letteratura riabilita, restituendo loro voce, forma, dignità.

Quella stessa Storia che Elsa Morante erge a titolo del suo romanzo: protagonisti sono una donna violentata da un soldato tedesco, i suoi figli, un cane. La Storia con la s maiuscola sono anche loro: quelle famiglie come tante, come troppe, che subivano le decisioni dei potenti e i soprusi della Storia stessa, che si trovavano sfollati dopo i bombardamenti, malati per il poco mangiare, se non uccisi nei crolli.
C’è una citazione che appartiene a quegli anni e attribuita, probabilmente in maniera erronea, a Stalin: «La morte di un uomo è una tragedia, la morte di milioni di persone una statistica». Il piccolo Useppe, suo fratello, sua madre, all’interno del racconto ufficiale della Storia, sono appunto statistica: non esistono come persone, con un nome, un’identità, una storia; sono solo numero. Non a caso di Ida si dice che, «senza saperlo era fissa con la sua radice in chissà quale preistoria tribale»[3].

In tutto il romanzo, Morante rivolge una critica anche piuttosto aspra alla Storia, sia intesa, io credo, come narrazione storiografica sia in riferimento a una filosofia della storia venata di pessimismo. Lo stesso vale per Manzoni: in tutto il corso dei Promessi Sposi, la critica alla storiografia come racconto dei potenti si intreccia a una critica al potere stesso (mondano), che imbriglia e opprime i più deboli. Si evince soprattutto dai capitoli dell’assalto ai forni, nel quale l’autore non nasconde il biasimo per il malgoverno (nella fattispecie quello spagnolo, ma metafora più in generale del potere politico), che viene ritratto come spietato, incompetente, inetto, corrotto, i cui errori ricadono sulla popolazione
Analogamente, per Morante, la Storia è stata sempre e sempre sarà un processo inalienabile di sopraffazione e di ingiustizie. E lo spiega così: «Come già tutti i secoli e millenni che l’hanno preceduto sulla terra, anche il nuovo secolo si regola sul noto principio immobile della dinamica storica: “agli uni il potere, e agli altri la servitù”.»[4] E se è vero che «Il potere e la violenza sono tutt’uno»[5], vorrà dire che la Storia è intrinsecamente violenza, «un’oscenità fino dal principio»[6].

I medesimi intenti di Manzoni e Morante innervano un romanzo bellissimo di Andrea Camilleri, Il re di Girgenti, pubblicato nel 2001. Fedele al padre di Renzo e Lucia, Camilleri trae il suo soggetto dagli archivi storici, romanzando le vicende dimenticate di Zosimo, un contadino che, nella Sicilia della dominazione spagnola del XVIII secolo, si pone a capo di una sommossa popolare e riesce a farsi nominare Re di Agrigento. Pur mescolando il vero storico con la fantasia – contrariamente ai principi di Manzoni – Camilleri estrae dall’oblio una storia che la Storia ha cancellato, di ingiustizie, violenze, soprusi dei potenti sulla massa indistinta degli umili.

L’opera di Camilleri, oltre ai suoi presupposti storiografici, pone al centro anche una lotta politica e sociale, quella degli oppressi che si ribellano agli oppressori.
L’esempio da fare al proposito è ancora quello dei capitoli manzoniani in cui Renzo si trova a Milano nel mezzo dei tumulti. Vengono presi d’assalto i forni perché non c’è pane abbastanza per tutti: la causa è la carestia, ma anche, e soprattutto, scelte politiche scellerate sul calmiere dei prezzi. Al grido di “pane e giustizia”, il moto di protesta diventa una vera e propria insurrezione contro il potere costituito: dopo i forni, il popolo prende d’assalto anche la casa del vicario.
Soprattutto dal tono epico della narrazione, risulta evidente, a mio parere, la solidarietà di Manzoni per il popolo, e la consapevolezza che la ribellione e la violenza si diffondono come peste quando il governo opera provvedimenti ingiusti e scriteriati; per questo è comunque un poco indulgente con la folla: ne disapprova le reazioni facinorose, ma comprende le ragioni.

I tumulti di San Martino, con tutto quel che ne consegue, m’hanno fatto ricordare con molta chiarezza, ancor più di Camilleri, la rivolta dei cafoni in Fontamara.
C’è una vicinanza netta, fortissima in questo tra Manzoni e Silone. Tanto i contadini della Marsica quanto Renzo e il popolo di Milano subiscono le angherie dei potenti, perpetrate non banalmente attraverso la violenza fisica, bensì con l’inganno della parola e con un uso iniquo della giustizia. A Fontamara, nel pieno del Regime Fascista, tutti s’approfittano dei cafoni: autorità come l’Impresario, i ricchi proprietari terrieri come don Carlo Magna, gli uomini di giustizia come don Circostanza, il farmacista, le forze dell’ordine e persino gli uomini di Chiesa come don Abbacchio (nome che richiama proprio don Abbondio). Esattamente come nel capitolo V de I Promessi Sposi, quando Fra Cristoforo trova il podestà e l’Azzecca-garbugli a tavola con don Rodrigo.

In Silone, la vetta nel climax di ingiustizie si ha quando l’Impresario nega l’acqua del ruscello ai fontamaresi, che, privati della loro unica fonte idrica, hanno così un’unica alternativa al morire di sete: ribellarsi; proprio come i cittadini di Milano si ribellano per non morire di fame. E qui abbiamo un’altra brillante analogia tra i due autori: vale a dire, come già anticipato, l’inganno della parola, attraverso il quale i potenti, che hanno il monopolio della cultura, se ne servono per circuire i più deboli.
Quando Ferrer va a trarre in salvo il vicario dalla folla inferocita che cerca di entrare in casa sua, si presenta come paladino del popolo. In lingua volgare promette di assegnare il vicario alla giustizia, ma subito, con frasi in spagnolo a loro incomprensibili, nega quanto ha appena detto. È lo stesso inganno del latino, con cui le leggi risultano comprensibili solo a chi le fa, di modo da utilizzarle secondo quanto è più comodo, e con cui gli uomini di chiesa ingannano i fedeli. Di fatti Renzo, nell’ultimo capitolo, si ribella a don Abbondio con queste parole che rivelano tutta la sua maturazione avvenuta nel corso degli eventi:

«[…] Parlo di quel latino birbone, fuor di chiesa, che viene addosso a tradimento, nel buono d’un discorso. Per esempio, ora che siam qui, che tutto è finito; quel latino che andava cavando fuori, lì proprio, in quel canto, per darmi ad intendere che non poteva, e che ci voleva dell’altre cose, e che so io? me lo volti un po’ in volgare ora»[7].

Ma si può citare anche l’inganno con cui il birro in borghese, in osteria, inventa con il suo affabile uso delle parole e del discorso, un modo per farsi confessare da Renzo nome, cognome e provenienza, così da trarlo il giorno dopo in arresto. Il povero Renzo viene gabbato, e trattato come il più pericoloso dei criminali. Tant’è che Agnese arriverà a dire una frase che trovo importantissima ai fini del discorso: «I poveri, ci vuol poco a farli comparir birboni»[8].

In Fontamara, don Circostanza, proprio come Ferrer, si finge paladino del popolo. E per placare le proteste nei confronti dell’esproprio del ruscello, propone questa suddivisione: l’acqua verrà dirottata per 3/4 ai terreni dell’Impresario, e i 3/4 dell’acqua che rimane resterà a Fontamara. Così, egli dice, entrambi avranno parimenti 3/4 e 3/4: metà per ciascuno. I cafoni, nella loro ignoranza, gli prestano fede, senza capire che a loro spetterà semmai, con quella suddivisione, 3/4 di 1/4, e non 3/4 del totale dell’acqua. E similmente don Circostanza farà più tardi, quando, per calmare ancora una volta i cafoni pronti alla ribellione, fingerà di intercedere ancora per loro, proponendo che la suddetta divisione dell’acqua non sia vigente per cinquant’anni, come chiedeva l’Impresario, ma soltanto per dieci lustri. Il popolo, ignaro che dieci lustri sono comunque cinquant’anni, gli presterà ancora fede, convinto che don Circostanza sia proprio una brava persona, mossa da bontà e compassione per loro; esattamente come Renzo idealizza la figura di Ferrer amico del popolo.

Queste affinità che ho tentato di mostrare tra Manzoni e gli autori del realismo storico-sociale novecentesco, sul duplice, perpendicolare piano della filosofia della storia e del farsi portavoce delle istanze degli ultimi, non deve far pensare che stia negando tutte le differenze che intercorrono tra loro. Le differenze, preciso, esistono, ma non per questo mi sembrano minare la credibilità delle affinità stesse. I punti di contatto e quelli di scontro possono, devono anzi coesistere in un’analisi letteraria lucida, senza che si protenda solo per gli uni o solo per gli altri.

E di fatti ci sono due differenze capitali tra Manzoni e i suddetti, a partire dall’effettivo legame tra il singolo autore e gli umili di cui scrive. Sappiamo che Carlo Levi aveva per gli abitanti di Aliano la devozione di un servitore per un re buono: li amava, li stimava, al punto da farsi seppellire lì alla sua morte. Camilleri svela una smisurata ammirazione per Zosimo e i suoi: poverissima gente che riuscì, anche solo per poco, a sovvertire il potere dei dominatori. E Silone, altrettanto, nel raccontare le sorti dei cafoni è guidato da un’empatia profonda, al punto che il suo lavoro, più di tutti gli altri, assume le fattezze di una denuncia sociale e politica. Similmente si può dire per un altro autore, fin qui non nominato, ma la cui opera è molto importante in questo discorso: Vasco Pratolini, che racconta dei ceti popolari di Firenze senza il distacco di un primus super pares, bensì con un sostegno anche qui politico, come nel caso di quel bellissimo personaggio che è Maciste in Cronache di povere amanti.

Su Manzoni, invece, molti hanno dubitato di un’effettiva, genuina empatia per il popolo, parlando anzi di un aristocratico paternalismo. È la critica che gli ha rivolto soprattutto Antonio Gramsci.
«[Il suo] atteggiamento è nettamente di casta pur nella sua forma religiosa cattolica;  i popolani, per il Manzoni, […] son “animali”, e il Manzoni è “benevolo” verso di loro, proprio della benevolenza di una cattolica società di protezione degli animali […] ll suo atteggiamento verso il popolo non è “popolare-nazionale”, ma aristocratico […] Tra il Manzoni e gli “umili” c’è distacco sentimentale […] Gli “umili” sono spesso presentati come “macchiette” popolari, con bonarietà ironica, ma ironica. E il Manzoni è troppo cattolico per pensare che la voce del popolo sia la voce di Dio: tra il popolo e Dio c’è la Chiesa, e Dio non s’incarna nel popolo, ma nella Chiesa. Che Dio s’incarni nel popolo può crederlo il Tolstoj, non il Manzoni.»[9]

Il distacco tra Manzoni e gli altri si fa ancor più evidente sul piano politico. Manzoni è di famiglia aristocratica, appartiene al mondo dei nobili e dei potenti, non degli umili. Un cattolico-liberale come lui non può che essere reazionario. Non ha nulla dell’attivismo politico di Silone e di Pratolini: entrambi militanti nel partito comunista ed entrambi realmente oppositori del dispotismo politico (esempi fulgenti di scrittore antifascista). La stessa Morante, attraverso i personaggi di Giuseppe Ramundo padre e di Davide Segre, si fa portavoce di ideali politici, per così dire, tutt’altro che conservatori. Dunque per tutti loro la giustizia deve appartenere a questo mondo, l’uomo oppresso deve lottare per la sua liberazione («Le libertà non vengono date. Si prendono»[10] dice Giuseppe Ramundo ne La Storia).
Certo, la lotta è impari: una volta su cento si fa la rivoluzione. Le restanti novantanove si soccombe. Nella vita reale, quasi sempre gli oppressi soccombono nel cercare la giustizia  e nel ribellarsi ai potenti. Ce lo dice Silone col personaggio di Berardo Viola, ce lo dice Pratolini con Maciste, martiri consapevoli della morte che gli attende con certezza subito al di là delle loro azioni.

Per Manzoni, invece, la giustizia non è pratica degli uomini: cercarla è peccato, è reato, porta a conseguenze (lo si vede per quel che accade a Renzo). La giustizia appartiene solo a Dio, come Fra Cristoforo spiega a Renzo dinnanzi a don Rodrigo moribondo. La vita, la Storia sono ingiuste: tutti gli autori citati sono d’accordo su questo, Manzoni tanto quanto gli altri. Ma per Manzoni, non c’è alternativa politica da perseguire: si può solo accettare, e affidarsi a Dio.
L’universo dei Promessi Sposi, per quanto storico e reale, si dimostra in questo fiabesco: una versione edulcorata della realtà, dove basta avere fede, ed ogni ingiustizia viene risanata da Dio, ogni torto pagato, ogni pericolo scampato; i cattivi si convertono, e se non si convertono muoiono; i buoni si salvano, risparmiati persino dalla peste.
Sappiamo tutti, però, che nella vita reale non avviene mai così: in questo si rivelano più vicini al vero Silone, Pratolini, Morante, i quali lasciano i buoni morire, e i cattivi sopravvivere. Se c’è una cosa che Levi e il Novecento letterario ci insegnano è che Cristo si ferma sempre a Eboli, un attimo prima di dove siamo noi.

Giuseppe Rizzi

 


[1] Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 1981, p. 3
[2] Ivi
[3] Elsa Morante, La Storia, Einaudi, 2002, p. 21
[4] Ibid. p. 7
[5] Ibid. p. 225
[6] Ibid. p. 584
[7] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Mondadori, 2000, p. 663 (Cap. 38)
[8] Ibid. p. 421 (cap. 24)
[9] Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Einaudi, 1950, pp. 72 e ss.
[10] La frase riportata da Giuseppe Ramundo, padre di Ida, è in realtà una citazione del filosofo russo P. A. Kropotkin.

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