Licantropia: ripensare l’uomo. Il trattato-ragnatela di Robert Eisler

Uomo diventa lupo, Robert Eisler
(Adelphi, 2019 – trad. R. Montanari)

eisler_lupoL’uomo è stato sempre un animale predatorio?

La banalità della risposta, quanto quella della domanda, porterebbe in inganno. Le lenti con cui Robert Eisler analizza il problema sono differenti e appartengono a varie discipline. In una caleidoscopica erudizione, Uomo diventa Lupo è un’opera che dimostra tanto l’abilità dell’autore nella padronanza degli argomenti trattati, quanto il suo pensiero originale.

La tesi della natura umana è indagata prima di tutto in modo retroattivo partendo dalla sua deriva licantropica e cannibalistica. Da lì a ritroso verso il punto più arcaico delle origini dell’uomo e quindi su, risalendo, lupi mannari, tribù, archetipi, predatori ed erbivori, in un vortice di epoche lontane che si dimostrano attuali nel loro ciclico riproporsi nella psiche umana moderna.

Se i primi paragrafi sono dedicati ad una spiegazione sommaria della licantropia e della devianza cannibalica, passando necessariamente dalla figura del marchese De Sade, si passa presto ad avere chiara la tesi dicotomica alla base del nucleo del trattato.

Già dopo una decina di pagine Eisler usufruisce delle immagini degli antenati umani nel mondo scimmiesco, caratterizzati da una dieta totalmente frugivora. Se è vero come è vero che l’Homo Sapiens sia una loro diretta evoluzione, si palesa però una differenza di fondo: l’alimentazione. L’uomo è onnivoro, le scimmie non lo sono mai state.

Dunque c’è stato uno slittamento nelle abitudini alimentari. Ed è proprio questo cambiamento ad aver avuto conseguenze non solo biologiche ― come il cambiamento di dentatura: l’Homo di Neanderthal non aveva canini sviluppati, ma molari molto più grossi per poter masticare meglio bacche e vegetazione ― ma anche sociali. Eisler fa coincidere il punto zero dell’uomo licantropo nel suo cambio di alimentazione. Un cambio ontologico dello stare al mondo dell’uomo stesso, si potrebbe azzardare.

In quel punto di snodo l’uomo non solo passa a cibarsi di altri esseri viventi, ma rivoluziona la sua concezione di animale all’interno della macrosfera biologica della vita: così, diventa un predatore. Ed è forse in quel momento, secondo Eisler, che si sviluppano i baccelli della concezione apocalittica e predatoria dell’uomo moderno.

Tesi intrigante,  tanto più se l’autore è capace di rintracciare tramite fonti eislerantropologiche autorevoli ― come Malinowski, ad esempio ― la vena di senso di colpa che pervade l’uomo. Il cibarsi di altri esseri viventi è un peccato, il sangue versato per la propria nutrizione ― guardando alla dieta vegetariana del principio umano ― è egoistico. Per questo le prime tribù devono un tributo a un Dio (molto più probabilmente al proprio inconscio): da qui il cannibalismo. E dallo stesso angosciante senso di sofferenza scaturiscono le pratiche sacrificali delle prime tribù, tra cui quelle degli Isawiyya che diventano fondamentali lungo tutto il percorso della trattazione; o delle lupercale romane, o dell’amok dei berserkr scandinavi. Un lungo fil rouge tra uomo e animale.

I casi più noti di licantropia, intesa come disturbo psicologico in cui un soggetto crede di diventare lupo (si veda il caso di Peter Stubbe o Peter Stump), sono quindi la concretizzazione di un archetipo ancestrale. Se si abbraccia la teoria junghiana per cui l’uomo conserva nella propria psiche tracce di esperienze ancestrali, i casi di licantropia diventano conferma del peccato primigenio di essersi cibati di altri esseri viventi. Non è esente dall’influenza di tale colpa, come in qualsiasi cambiamento nella storia umana, nemmeno l’arte; tanto meno la religione. Da qui la nascita delle divinità teriomorfiche (metà uomo e metà animale).

Di pari passo con l’evoluzione della trattazione, il bozzolo intessuto dall’autore è tanto interessante quanto la trattazione e per questo degno di essere trattato in modo strutturale. La prima caratteristica di questo tomo poderoso, edito da Adelphi, è la struttura interna di un’opera che non ha la pretesa di costituirsi definitiva. Pretesa, che qualora fosse stata fatta, sarebbe stata confutata dalla stessa materia che Eisler si apprestava a trattare, ovvero l’ontologia dell’uomo; tanto incerta quanto dinamica.

La ricerca della mente mosaica dell’autore copre, su un totale di quattrocento pagine circa, a malapena trenta pagine. Il trattato è scorrevole, coadiuvato da una scrittura sì colta, ma senza inutili fronzoli. Le trenta pagine in cui Eisler espone la sua tesi sono una costellazione di rimandi. Proprio come un sistema siderale, l’autore compone la sua trapunta con uno spesso corpo di note a piè pagina raccolte nella sezione “Note alla Conferenza”. Il corpus di duecentosessantacinque note, tra le quali alcune lunghe almeno una decina di pagine, occupa il cuore pulsante del trattato. I rimandi coprono non solo uno spazio fisico nell’oggetto libro, ma anche una vasta gamma di argomenti e ambiti accademici, dall’antropologia, al folklore, dalla letteratura alla medicina, dalla psicologia alla storia delle religioni. Ciò che stupisce è la totale maestria con cui Eisler gestisce la mole imponente di informazioni così differenti tra loro, senza mai far percepire al lettore il rischio di una deriva, l’insicurezza di un errore o l’assillo di una caduta.

Tale abilità è ben spiegata nella sezione successiva le note. Subito dopo le appendici – nelle quali l’autore spiega con maggior “serenità” i concetti di archetipo junghiano, amok e tradizioni luperche – il lettore può vedere in maniera più chiara la capacità di Eisler nella sezione in cui Brian Collins ricuce le tappe storiche e accademiche della vita di Eisler. Ed è qui, inoltre, che il lettore scopre finalmente – come in un intreccio di Lynch – la curiosa struttura a ragnatela del trattato. Il segreto della scrittura di Eisler è nel suo pensiero combinatorio. Un sistema che deriva dalla logica e dalla linguistica che applicato ai suoi studi ha dato vita ad un’opera tanto potente quanto complessa, ma che lascia adito ad una sola conclusione e anche abbastanza semplice.

Non sorprende sapere dalle ultime pagine del libro che Eisler ha avuto modo di scrivere queste pagine, di un’erudizione volutamente immensa, durante la sua prigionia negli anni della Seconda Guerra Mondiale.

A pagina 56 il trattato si appresta a concludersi, l’autore ammette di non essere arrivato ad una soluzione vera e propria, piuttosto ad un nuovo punto di riflessione:

«[…] Devono le guerre, poiché la natura umana è quello che è,  continuare finché la razza umana non avrà sterminato se stessa una volta per tutte, per reciproco annichilimento, oppure esiste una speranza di pace sulla terra per i non violenti che rifiutano di uccidere.»

In questo fragile interrogativo, disteso quasi come una silenziosa richiesta d’aiuto,  si contrae il pensiero dell’autore. L’uomo dovrà uccidersi perché è un lupo, o c’è una possibilità di redenzione?

La risposta è data prontamente nel paragrafo successivo:

«La risposta è semplice: se fosse vero che tutti i nostri progenitori sono stati animali da preda carnivori, o anche onnivori, sarei costretto ad ammettere che, poiché la natura umana è quello che è, le guerre devono inevitabilmente continuare sino a quel terribile sito finale che può essere prossimo quanto molti di noi temono. Se non ci fu mai una Caduta, non vi poté essere né potrà mai esserci una redenzione. Se invece, ci fu una ben definita Caduta [l’autore accosta il cambio di dieta con la caduta dall’Eden di Adamo ed Eva] se la natura umana in origine non fu una natura di lupo, ma di animale pacifico, frugivoro, non aggressivo e neppure geloso […] allora esiste la speranza di modificare la nostra organizzazione sociale e il nostro ambiente, per gradi o in modo rapido, così da consentirci di gettare la fatale maschera del lupo, domare la belva archetipica che è in noi e riportare l’umanità alla sua condizione primordiale […] realizzando la pace in terra tra gli uomini di buona volontà.»

E sforzandoci di riportare tare conclusione ai giorni nostri, dilatando una volta in più l’orizzonte d’indagine, benché il trattato sia stato scritto all’inizio del secolo, le argomentazioni di Eisler risuonano ancora così pericolosamente familiari; anche in questo contraddittorio e difficile duemilaventi.

 

Antonio Potenza

 

2 risposte a "Licantropia: ripensare l’uomo. Il trattato-ragnatela di Robert Eisler"

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