Esistenze e altri innesti ne “La vita involontaria” di Brianna Carafa

La vita involontaria, Brianna Carafa
(Cliquot, 2020)

CarafaSe è una sfortuna che una promettente scrittrice muoia ancor prima di aver raggiunto una fama bastevole per non passare in secondo piano rispetto a tanti suoi contemporanei, è d’altra parte una fortuna che una casa editrice piccola ma impegnata come Cliquot si adoperi per la riscoperta dell’esordio narrativo che nel 1975 portò questa promettente scrittrice a un passo da quel Premio Strega che alla fine avrebbe vinto Landolfi. Per non parlare poi della fortuna di poter vantare nel novero dei propri autori una scrittrice di tanta libertà intellettuale quanta ne dimostrò Brianna Carafa in quell’esile, dimenticato e brillante romanzo che è La vita involontaria.

Perché Brianna Carafa non ebbe timore a mettere tutta se stessa nel proprio romanzo. Se si supera l’assunto generale, già di per sé problematico nonché carico di corollari, che funge da ossatura alle altre riflessioni al centro del libro, La vita involontaria potrebbe anche apparire l’opera di una specialista che abbia sottoposto a un duro esame di coscienza la sua stessa professione. E in particolare, l’opera di una psicanalista – questo il mestiere della Carafa – che abbia psicanalizzato i motivi, la morale e le questioni irrisolte della sua stessa materia di studio, la psicologia.

Il leitmotiv del romanzo si incentra sul contrasto presente tra la nostra volontà individuale e le inevitabili influenze esterne che ci guidano a nostra insaputa nelle scelte della vita; o meglio, più che sul loro contrasto, sulla loro inscindibilità, anzi sulla corrispondenza della prima con le seconde, o ancora sulla compenetrazione delle seconde con la prima. Su questo dubbio esistenziale – in che misura possiamo vivere consapevolmente liberi? –, si levano, come grida fortissime, laceranti, folli, altri interrogativi: se la nostra esistenza non si nutre che di un coagulo di tracce lasciate da esistenze altrui, possiamo mai essere veramente noi stessi? E noi stessi, in fondo, chi siamo se non fantocci nelle mani di una coscienza stratificata, e involontaria?

Da qui la sfida che porterà il giovane Paolo Pintus, spinto da un assoluto desiderio di autodeterminazione rispetto ai propri parenti e al proprio passato, nella città di Vallona, dove per perseguire il suo obiettivo abbandonerà la facoltà di filosofia per iscriversi a psicologia. Uno sforzo, il suo, quello di imporre la propria esistenza agli altri, che lo costringerà a fare tabula rasa della vita precedente: Paolo abbandona Oblenz, luogo natale, lasciandosi così alle spalle le proprie origini, e con esse il ricordo dei “Tetti Rossi”, il manicomio nel quale, non fosse stato per la famiglia, sarebbe potuto finire suo nonno, e forse anche suo padre.

La prima parte del suo soggiorno a Vallona, tuttavia, non trascorre senza che l’io del protagonista venga risospinto in una direzione o in un’altra da super-io ed es di varia natura, incarnati di volta in volta dai compagni di corso, dai professori e dalle memorie di Oblenz, sempre in agguato. Il cambio di facoltà sembrerebbe dover inaugurare una svolta nelle sorti di Paolo – il successo nella fuga dai condizionamenti altrui e, grazie alla psicologia, la comprensione, quindi il controllo autonomo delle proprie volontà prima segrete. Invece è esattamente contro l’atteggiarsi sicuro della psicologia che Brianna Carafa punta il dito, consegnando alla scrittura contraddizioni cui non sa dare una risposta: che senso ha affidarsi a uno psicologo, se anch’esso è sottoposto come tutti a un destino involontario di incomprensione? Non è forse una follia cercare di capire ciò che per sua natura non deve essere compreso, l’inconscio?

Perché già in partenza, l’atto arbitrario di Pintus, fuggire da Oblenz per dimenticarla, per esserne libero, ed essere libero dal seme della pazzia che germoglia alle radici della sua ascendenza, nasconde in realtà un’illusione. L’autrice impugna i ferri del mestiere e fa di un viaggio di studio un viaggio attraverso le regioni più oscure dell’intelletto: un sogno. Paolo Pintus arriva sì a Vallona, ma abita la città, coperta da uno strato perenne di neve, senza mai riuscire a vederla davvero. Senza mai riuscire a capire cosa si celi sotto quel silenzio ovattato, refrattario a qualsiasi domanda, che occupa Vallona come se fosse un luogo della mente.

Alla base del pensiero dell’autrice, risiede un’idea di identità ben precisa. Secondo la Carafa, ogni persona trascorre la propria esistenza racchiusa in una cella di pensieri, modi d’essere, intenzioni irraggiungibili agli altri come a lei per prima, ma non per questo può evitare di lasciare su chiunque incontri una traccia di quel suo essere, a sua volta frutto di mille altre influenze. Per intendersi, si potrebbe immaginare l’umanità come un lungo filare di alberi su cui siano stati praticati talmente tanti innesti diversi da non poter più riconoscere e capire, per ciascun albero, la specie d’appartenenza.

Nonostante certe somiglianze concettuali, tra La vita involontaria e una qualsiasi delle narrazioni di Pirandello intercorrono due sistemi di pensiero diversi. Per Pirandello il pazzo, colui che si distingue dagli altri nel suo tentativo abbandonare le mille maschere che la società gli impone, è pazzo perché destinatario di una rivelazione sulla propria identità; per la Carafa, il pazzo è pazzo perché semplicemente illuso. Crede di poter capire, controllare, determinare la propria identità quando invece non la capisce, e non si capacita di non riuscire effettivamente a capirla – è questa la sua follia.

Il pazzo, per ottenere la libertà, arriva a estraniarsi dal mondo, a distinguersene con un atto illusoriamente arbitrario. Paolo, con la sua fuga, “muore” per rinascere a una nuova vita – il legame tra morte, pazzia e libertà è uno dei fil rouge del romanzo –, per inventarsene un’altra svincolata da stimoli esterni. E quale nuova vita migliore della vita dello psicologo per mantenere un controllo totale non solo sulla propria esistenza, ma anche su quelle degli altri, stornando così le determinazioni altrui e vedendo riconosciuta una volta per tutte la propria unicità? Ecco l’illusione, che pone Paolo sullo stesso piano dei propri pazienti, nel disperato tentativo di superare la pazzia, l’insensatezza umana, con la definizione e con la scienza, di afferrare l’inafferrabile – un atto impossibile e per questo folle.

Brianna Carafa scrive un romanzo dal nucleo conturbante e vertiginoso sotto la forma di una prosa mirata, dal sapore mitteleuropeo nello stile e nell’atmosfera: un testo intriso di una nebbia così densa di significato da impedire di intravedere più che qualche figura confusa al di là di un grande mistero. Un testo dove le parole dissezionano la realtà con una tale precisione che il lettore non è più sicuro di riuscire a coglierne appieno tutti i significati: l’autrice insinua nei meandri cerebrali del suo pubblico un sentimento sconsolato, e asciutto di spiegazioni. La vita involontaria non è un romanzo sul destino. È un romanzo su un paradosso: noi stessi, che non ci conosciamo, noi stessi, frutto di determinazioni esterne che conosciamo ancor meno, siamo gli artefici di una vita, almeno al livello conscio, involontaria.

Elisa Ciofini

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