Bufalino e la lotta dell’uomo con Dio

L’opera bufaliniana è costantemente innervata dalla contesa tra l’autore e i suoi personaggi con Dio: un Dio concesso e negato, un Dio presente nella sua assenza e assente nella sua presenza. Il rapporto di Bufalino con un’entità trascendentale da investigare, conoscere, forse addirittura stanare nella sua esistenza o inesistenza, fa parte della sua indagine umana tanto quanto letteraria. Un tema interessantissimo che affronta oggi Francesco Borrasso, scrittore e editor, docente di scrittura creativa, che scrive e collabora, tra le altre, per le riviste Sul romanzo e Nazione Indiana e la casa editrice Caffèorchidea.


«Bufalino è un uomo in presenza di un Dio che non c’è». Sono queste le parole che Massimo Onofri, scrittore e critico letterario, ha usato per riassumere il rapporto conflittuale tra lo scrittore di Comiso e la religione. In ogni libro di Bufalino c’è un io narrante molto forte, un io che racconta la sua storia in maniera solipsistica e che costringe spesso il lettore a porsi, con lui, domande di grande rilevanza, domande sull’esistenza di Dio, sulla possibilità di sentirsi tutt’uno con un Divino che è forse nascosto, forse inesistente.

Gesualdo Bufalino è un narratore che ha smesso di credere, che non ha mai creduto, che ha sperato incessantemente di trovare la fede; è un uomo che, se rapportato alla sfera spirituale, diventa ossimoro.
Il suo primissimo approccio con i fatti religiosi avviene in giovane età, quando legge la Bibbia e quando, poi, riesce a sfogliarne un’edizione illustrata che ancora di più arriva a penetrare dentro la sua immaginazione. Sfogliando quelle pagine si ritrova diviso a metà, si approccia in maniera viscerale allo studio dell’antico Testamento e si sente, così, continuamente esposto all’abisso, continuamente in bilico; Bufalino avverte una pienezza e improvvisamente un senso di vuoto, un essere tutto e un essere nulla, una luce e un fitto buio. Resta turbato dalla lettura del Levitico, dove si trova davanti agli occhi sacrifici di bestie innocenti, sangue e corpi maciullati e dove la domanda del perché un Dio benevolo voglia tutto questo inizia a turbarlo in maniera prepotente.

«Se Dio esiste, chi è? Se non esiste, chi siamo?»1. Parte da questa frase uno smarrimento totale e malinconico, un sentimento di vulnerabilità e al contempo di rabbia nei confronti di una figura che è un po’ terra e un po’ mare, è la Sicilia e la sua giovinezza. In Argo il cieco (1984) Dio è nelle piazze dove i balli si consumano sotto un cielo stracolmo di stelle, è nell’amore, nelle strade di Modica, Dio è nello strappo improvviso che porta un ragazzo a diventare uomo; la religione è nelle messe che escono a voce bassa dalle porte delle chiese, dentro gli sguardi degli anziani che dall’uscio di casa sgranano il rosario per chiedere penitenza; il Dio dello scrittore di Comiso è nell’amore singolo, nell’amore che non implica necessariamente una seconda parte in causa.

In tutte le narrazioni di Bufalino c’è un senso di inquietudine, tutti i personaggi, tutte le vicende, sono attaccate a doppio filo a qualcosa di spirituale che viene fuori piano, dalle pagine, e che potrebbe sfuggire perché abilmente camuffato. Sempre in Argo il cieco c’è un momento fondamentale in cui l’io narrante si rivolge al cielo «Ehi tu, t’ho visto, non fare il furbo, non fingere di non esistere! Dio esisti, ti prego». Qui Bufalino si fa carico di tutti i sentimenti umani, di tutta l’impotenza che ci assale davanti alle domande e ai dolori, e quasi in ginocchio chiede a Dio di esistere, non chiede a Dio una prova del suo esserci, ma gli dà un ordine perentorio, lo esorta ad essere reale in modo che la sua disperazione posa essere meno greve.

In Le menzogne della notte (1988) l’inferno è sulla terra, non esiste nulla che vada al di là della sofferenza assoluta dell’essere umano, della sua carne, delle scelte sbagliate; non viene raccontato un eventuale dopo, ma sempre e solo il presente, quello che logora e distrugge, e al contempo viene fuori quella voglia di Bufalino di provare a credere, ma a credere in qualcosa di malevolo, in un Dio che gioca con l’uomo e con il suo dolore, un Dio che ha un progetto contro ogni singolo essere umano o almeno contro la maggior parte di loro. C’è sempre il dolore, tra i suoi scritti, sempre questo dolore che vorrebbe potesse diventare celeste e che invece resta terreno e duro e solido come qualcosa che si incastra nel corpo e non si riesce più a metterlo via.

«La morte non è né buio né luce, ma solo abolita memoria, cassazione e assenza totale, incinerazione senza superstiti scorie, dove tutto ciò che è stato, non soltanto non è più né sarà, ma è come non fosse mai stato».
Le menzogne della notte

Bufalino a Comiso nel 1995
(Gentile concessione della Fondazione Bufalino)

Per lo scrittore siciliano la morte è la fine di tutto proprio perché non c’è nessun Dio che possa permetterci una sopravvivenza quando il nostro corpo fatto di carne e muscoli e respiro e quindi facilmente deteriorabile deciderà di abbandonarci. Il termine di tutto è anche la cancellazione di tutto quello che c’è stato, una morte guardata più che con paura, con odio, un odio denso, verso un movimento, quello della fine, che costringe l’uomo a un confronto continuo con se stesso e che, in un modo o nell’altro, lascerà ogni essere vivente con molte cose e progetti irrisolti.

Dio rappresenta il sommo problema, quel senso di oppressione che deriva da tutte le cose che proviamo a capire in maniera incessante senza riuscire mai a venirne a capo. Gesualdo Bufalino tenta una disperata adesione alla fede dal punto di vista etico e prova a tornare bambino e a ritornare allo stupore primigenio davanti al mistero del Creatore. Quella dello scrittore siciliano è una lotta senza esclusione di colpi, dove nessuno dei due si stanca mai di duellare; ma l’uomo, come Bufalino sa, è troppo legato ai fatti terreni e non ha a disposizione i mezzi per capire fino in fondo la Trascendenza dell’eterno. «Meno credo in Dio più ne parlo»2, ci dice Bufalino, facendoci comprendere che la sua ossessione deriva proprio dalla voglia indicibile che avrebbe di credere e la certezza oscura e deleteria che a forza di nominare una cosa, quella può diventare, in fine, reale.

C’è una necessità cocente di credere in Dio e al contempo la certezza, quasi totale, della sua inesistenza; un dialogo continuo, quello dello scrittore di Comiso, tra un Dio al contempo fantasma e reale, un dialogo che diventa la naturale conseguenza della storia dell’umanità. Se Dio è lontano, Bufalino lo porta addosso, e più questa distanza si intensifica, più la presenza diventa ingombrante e pesante. Paragona la sua lotta con l’Eterno a quella di un cacciatore di taglie che insegue la preda, ma in questo caso, il cacciatore si vedrà sempre sconfitto nel duello ad armi impari. Bufalino resta molto lontano dalla visione cristiana della vita, quella dove la speranza e la fede imperversano provando ad alleviare il buio dell’esistenza, resta perennemente sopra una corda sottile, e oscilla tra il mistero infinito e la certezza, ormai quasi assoluta, che essendo lui una creatura di pelle e di ossa e di nervi non potrà mai conoscere i confini, non potrà mai arrivare a comprendere ciò che è al di là delle possibilità umane.

Prendendo ancora in esame Le menzogne della notte possiamo assistere ad un Dio spettatore, un Creatore che spia l’uomo e le sue sofferenze e non fa altro che attendere la sua resa; Bufalino si prodiga in un’incessante ricerca di Dio aiutandosi con i personaggi delle sue opere, sentendosi, di volta in volta: sconfitto, abbandonato, disilluso, rabbioso, speranzoso. Lo scrittore siciliano diventa portatore di un carico, del peso dell’uomo ormai perduto, smarrito; un uomo che continuamente insegue Dio per tentare di risolvere le proprie incertezze terrene.

La figura del Creatore è quella di chi c’è, di chi potrebbe esserci oppure di chi non c’è mai stato, ma, nonostante l’incertezza, Bufalino non accenna a smettere la sua lotta. «Dio esiste, non c’è colpa senza colpevole», dice attraverso le parole di uno dei personaggi di Diceria dell’untore (1981), e ancora: «non è un duello, ma un solitario che stai perdendo». L’uomo come peccato originale di Dio, l’uomo come colui che implora Dio di farsi vedere, di donargli una speranza, l’uomo di terra, disperato, privo di forza e ragionevolezza e colmo di terrore se la sua vita non è direzionata versò un’Entità suprema pronta a dargli forza e a donargli la certezza di un domani immortale e perpetuo.

«Fatti vedere, tu che mi spii»3, perché il Supremo, per Gesualdo Bufalino, è spesso infido, è un pensiero difficoltoso, una Figura che vuole in tutti i modi «sgravarsi di noi». Ogni fibra degli esseri umani è per lui persuasa a credere ancora di essere immortale e si rifiuta di lasciare andare questa certezza.
Un pensiero costante, quello rivolto verso Dio, costante proprio perché senza possibilità di risposta; un quesito, quello dello scrittore di Comiso, che brucia come un dardo infuocato e seguita a colpirlo continuamente, instancabilmente.

Francesco Borrasso

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1 G. Bufalino, Il malpensante, Bompiani, 1987
2 Ibid.
3 G. Bufalino, Diceria dell’untore, Sellerio, 1981

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