Cere perse, una lettura negata

Nell’articolo di oggi seguiamo Bufalino come un’ombra tra le vie di Comiso e in parallelo lungo le pagine di Cere perse, un’opera spesso trascurata nella sua produzione, eppure preziosa e fondamentale. Un articolo che è anche la confessione di una lettrice incantata e sedotta, l’esito di un’ammirazione intima, reverenziale, passionale per un autore che lascia la carta per diventare presenza amichevole e guida nella vita di tutti i giorni.
Lo ha scritto Mimma Rapicano, blogger e scrittrice, che già per la rivista Formicaleone ha ideato un’interessante rubrica di dialoghi tra Bufalino e scrittori contemporanei. Ha pubblicato inoltre racconti per numerose riviste e da ultimo in
Piccola antologia della peste, a cura di Francesco Permunian per Ronzani.


Una lettura negata, ecco cos’è Cere perse di Gesualdo Bufalino, una raccolta di elzeviri pubblicati su vari quotidiani e sul settimanale l’Espresso tra il 1982 e 1985 – volume edito dalla Sellerio e oggi introvabile.
Bufalino, con una prosa raffinata e colloquiale, sdogana l’elzeviro con «[…] estro, ironia, stile divagante e scanzonato, da causerie, lungi dal risolversi in vacuo compiacimento, si alimentano non solo di una fitta trama d’umori colti e astuzie letterarie, d’un tasso, insomma, di consapevolezza formale che va oltre la tradizione del genere, bensì di pensosa umanità, di risvolti etici innovativi e tutt’altro che banalmente conformistici»1.

Una lettura negata, dunque, di cui scriverò forse con eccessivo trasporto, non già come studiosa ma da famelica e curiosa lettrice che, di libro in libro, è stata travolta dalla vertiginosa scrittura di Bufalino, da quando, per strani e forse non casuali incroci, ho letto Diceria dell’untore, trovandovi un medicamentoso riparo al mio strazio privato. A Cere perse ci sono arrivata di scavo. E con il volume sotto al braccio ho attraversato lo stretto di Messina e raggiunto Bufalino per le strade della sua Comiso. Ho spiato i suoi gesti in vecchie interviste televisive quando il caso Bufalino aveva scosso l’intero stivale. «Esordire a sessant’anni», diceva divertito, e lo ripeteva più a sé stesso che non a chi lo intervistava. Lui che aspirava a esordire da postumo, «che è la sorte più bella».

I suoi elzeviri o novelle in forma di brevi saggi contenuti in Cere perse compongono la complessa mappa del mondo bufaliniano fatto di tempo, memoria e morte. C’è un po’ della sua vita, ciò che significava per lui leggere e scrivere, le passioni svelate, gli inciampi, i piccoli difetti, gli omaggi agli amici più cari – Guccione, Sciascia, D’Arrigo. Bufalino naviga a oltranza fra i turbini e i marasmi della parola.

«Forse ritmo e rima servirebbero ancora, servirebbero come serve l’asse all’equilibrista che s’avventura sul filo teso e ha il vuoto sotto di sé; come la corda che i giocolieri indiani lanciano in aria e misteriosamente s’irrigidisce consentendo di arrampicarsi. Che è forse la più lampante fra quante metafore della poesia io conosco. Servirebbero ancora, e qualcuno se n’è accorto, se non erano esercizi di tecnica ma esercizi in qualche modo spirituali i sonetti di Zanzotto, l’altr’anno, nella raccolta Il galateo in bosco».2

Testi dal tono ironico, per stemperare e catturare il lettore con garbo e con l’uso sapiente della retorica. Le riflessioni e le testimonianze dentro e intorno alla letteratura non sanno mai di consolazione. La scrittura di Bufalino è barocca, funerea per la costante presenza della morte, di un Dio per nulla compassionevole o di personaggi calati in un dolore che toglie il fiato. Ma la sua prosa è così musicale e poetica, unica per la torrenzialità dell’espressione, che nemmeno a volerla imitare ci si riuscirebbe.
L’intera opera di Bufalino, ancora oggi, conserva inalterata la bellezza delle frasi, l’armoniosa composizione del pensiero dove ogni parola è misurata, mai sguaiata o fuori posto. Alcuni brani in Cere perse sono sussurri, astuti sortilegi di un seduttore di spettri, come egli stesso amava definirsi.

Allora, è accaduto che anch’io incontrassi uno spettro. In un caldo pomeriggio d’estate, mentre rileggevo per la terza volta Cere perse in cerca di un guizzo per dare un inizio a questo articolo, vinta dall’afa e dalla stanchezza mi sono assopita. Bufalino mi è venuto in sogno. Il suo passo era lento, come di chi sta facendo una passeggiata in una piazza assolata e deserta. Da lontano mi fa un cenno, io lo raggiungo. Insieme varchiamo l’uscio in un’ampia sala, fresca come lo sono certe vecchie cantine. Teche di vetro al centro della stanza e alle pareti scaffali zeppi di volumi dai dorsi multicolori.

Bufalino con Sciascia in campagna

Bufalino muove le labbra, con le braccia disegna grandi cerchi nell’aria, indica dei libri accatastati in un angolo. Io non riesco a sentirlo, tra noi un invisibile confine che la sua voce non attraversa. Chissà quale messaggio voleva che portassi nell’aldiquà, io che cercavo ispirazione per scrivere di lui, io che mi sveglio ancor più accalorata di prima, io che m’affanno davanti a parole che non trovo, io che non ero pronta ad incontrare uno spettro. Associazioni, strani intendimenti, i miei, con il mondo del sogno e dell’aldilà. Riprendo il volume che avevo appoggiato sulle gambe prima d’addormentarmi e mi accorgo che stavo leggendo Allegrezze di morte.

«Si sa, l’uomo sulla terra fa soprattutto due cose, giocare e morire: homo ludens, homo moriens. E fa l’una cosa in forza dell’altra: gioca, cioè, ogni sorta di giochi d’amore e successo, vizio e virtù, per ammansire la morte. Senza troppa fortuna, a dire il vero, dal momento ch’essa gli lavora dentro ugualmente, sotto le costole, nascosta in ogni battito del suo cuore come negli orologi di quel sonetto del Belli. Tanto da render legittimo anche l’atteggiamento di chi osa prenderla di petto e vociferarla nelle tavole rotonde, manco fosse il sesso o la scala mobile. […] non se ne saprà mai abbastanza di un evento così singolare, al quale siamo condannati a giungere inevitabilmente inesperti.
[…]
Strano, però: le morti e le agonie della letteratura più alta, così di autori veri come di personaggi inventati, non cessano di mettermi soggezione e di mescolarsi con le occasioni di strazio privato. La morte di Ivan Il’ic e la morte di mio padre, chi sa distinguerle più?
[…]
Patito di diari, epistolari e simili, in ciascuno corro subito a leggere le ultime pagine. Mi attira, è triste confessarlo, appurare di che morbo è morto l’autore, se ha capito o non ha capito, se ha finto di non capire. Giorno dopo giorno, con la mia sciocca chiaroveggenza di postero, seguo i progressi del male, i sintomi, gli allarmi, le illusioni di guarigione. “Allegrezze di morte”, così chiamiamo in Sicilia lo stato di bugiardo benessere che spesso precede la fine. Quante “allegrezze di morte” nelle pagine che interrogo a caso! Balzac a Gautier, il 20 giugno 1850, due mesi prima di morire: “Oggi risulta scomparsa la bronchite e l’affezione epatica di cui soffrivo. Domani attacchiamo l’altro più serio e temibile male, che sta nel cuore e nel polmone, e di cui spero assai di guarire…”
[…]
Convengo che c’è qualcosa di abietto in questo spiare fra le cortine di un letto condannato, in questo voler tastare con la mano una fronte imperlata di freddo. Senonché me ne viene un così fraterno rigurgito di pietà! Poiché forse non è vero del tutto quel che un filosofo afferma: che nessuno possa morire la morte di un altro. Forse, per i pochi minuti che dura la complicità d’una lettura, la morte d’un poeta si può.»
3

L’avete sentita la sua voce? La benevola carezza delle sue parole? Continuo a sfogliare il volume a ritroso e penso che a guidare la mia mano, a indicarmi la via sia proprio lui. E come se stessi riavvolgendo il nastro di un film, l’occhio questa volta si ferma su La moviola della memoria.

«Quando una vita diventa lunga, e piace cedere al vizio di ripassarsela nella moviola della memoria, i vecchi ritratti di gioventù sembrano figli morti, uno se li vede venire incontro col passo nebbioso e zoppo di un esercito di fantasmi. Colpa dell’energia abrasiva degli anni e della loro natura carnivora; ma colpa un poco anche nostra, di noi che con le ombre del tempo insistiamo a intrattenere rapporti di arrogante intimità; e non ci accontentiamo dei loro sfoghi spontanei, ma le aizziamo col dito, le provochiamo artificialmente a risorgere.
È quel che succede con gli anniversari: macchine di scongiuro coatto, crudelmente ripetitive, fatte apposta per stanare dalla loro pace i ricordi, e metterli per forza in riga, sonnacchiosi e di malumore, come coscritti svegliati da una trombetta importuna. C’è bisogno di dire quanto sarebbe meglio distruggere i calendari e affidarsi ai capricci del caso o a qualche sua misteriosa malizia? Il passato, si sa, è un alveare di api bisbetiche, guai a chiedergli miele a scadenze fisse, guai a non sapere aspettare. Non per niente io che scrivo me la prendo tanto comoda, stamattina, e meno il cane a spasso per una larghissima aia… Ce ne vuole perché mi decida a voltarmi indietro e a tentare di viverlo ancora, per quanto posso e so, il mio otto settembre di quarant’anni fa.
[…]
Con un sentimento, inoltre, di caleidoscopio febbrile, come quando s’intravede un paese fra due tenebre di tunnel. Un’avventura, dunque, forse una fiaba: ecco l’impressione che provo, ripensandoci. Tanto è perentoria la saracinesca calata in me ad escludere tutto quello che ho poi appreso da libri, giornali, documentari, testimonianze di protagonisti e comparse, tutto quello che la memoria storica collettiva ha raccolto e schedato al riguardo. A me dura solo dietro la fronte una luce di luna friulana, un immacolato lenzuolo di luna fredda fra due sentieri di platani neri. E mi dura un nome di strada: Geromina; di fiume: Livenza; di donna: Sesta Ronzon.
[…]
Ma prima c’era stata la cattura senza colpo ferire nella vecchia caserma, il concentramento di tutti in piazza d’armi, aspettando che giungessero dal Brennero gli autocarri e i vagoni della fulminea deportazione. Eravamo in tanti, centinaia, a sudare sotto un vigoroso sole d’estate già tarda, disarmati e straccioni, come ci aveva colti lo stupore e la gioia dell’armistizio. […] Io scappai, alla fine, e lo devo a Sesta Ronzon.
[…]
Poiché, vedete, io sono vecchio e ho tanto visto, tanto letto, tanto sognato negli intervalli brevi fra due insonnie. E la memoria mi si sbilancia così di frequente nel più e nel meno: ora s’annebbia e manca, sembra una vuota lavagna di cenere; ora si gremisce di nomi e visi immaginari, inventati. Sempre più spesso mi avviene di mischiare i miei ricordi con i ricordi di un altro; di scambiare i miei ricordi per sogni e per ricordi i miei sogni… Forse Sesta Ronzon me la sono figurata in un dormiveglia, forse è solo fantasia mia quella bocca minuta e agra, che mordicchia un ricciolo rosso e poi si spacca in un riso; quella voce che grida il mio nome come il nome d’un figlio rubato davanti a un corpo di guardia; […]. Sesta, devo averla incontrata in un libro, devo averla vista in un film, all’anagrafe di Sacile non c’è mai stata, m’hanno risposto, la nominata in oggetto Sesta Ronzon.»
4

Bufalino a Comiso nel 1983
(Gentile concessione Fondazione Bufalino)

E son convinta che c’era una regia nel mio solitario pellegrinaggio tra le pagine di Cere perse, che non passavo da un brano all’altro per il puro divertimento del caso. Un uomo è nessuno senza memoria e forse è alla sua memoria che devo dar voce, lui che voce non ha più. Così mi perdo tra i chiaroscuri che la penna di Bufalino scava sulla pagina, solchi precisi, vagabondaggi onirici, come certe incisioni del Goya. Ancora vibro e mi emoziono rileggendo ne La ragnatela incantata un ricordo che Bufalino ha poi reso eterno in Diceria dell’untore.

«Quaranta [anni], infatti, ne sono trascorsi da quando lessi Proust per la prima volta, senza nessun soccorso di filologia, come uno si butta in acqua senza sapere nuotare. Era l’inverno del ’44 e io stavo in un sanatorio della provincia emiliana, alle spalle della Linea Gotica. Il primario, un dottor Biancheri, uomo di buone lettere (che la terra gli sia leggera!), m’aveva preso in simpatia e indugiava volentieri al mio capezzale, meno per chiedermi sintomi e prescrivermi medicine che per zelo d’intrattenermi, fra sentori di formalina, sullo stato presente e prossimo della letteratura e del mondo. Appresi per caso, ascoltandolo, che dalla villa di città, esposta al rischio delle bombe e dei furti, egli aveva testé trasferito i suoi libri, ch’erano tanti, per allogarli come famiglie di sfollati dentro il vasto seminterrato dell’ospedale, in pile che toccavano quasi il soffitto, ma fra le quali lunghe trincee correvano, sì da consentire al visitatore il transito o addirittura la passeggiata. Ottenuta dall’amabile vecchio la chiave, e un camice smesso in regalo, fu in questo avventuroso dominio, protetto da una croce rossa, che fondai la mia prima biblioteca di Babele. Dove scendevo quando potevo, durante le resipiscenze del male, a scegliere, con l’aiuto dei barlumi d’aria di neve che piovevano dagli oblò, ora un esemplare ora un altro nelle cataste pericolanti. Scegliere, si fa per dire. Poiché in conclusione era la fortuna a decidere, secondo che fossero riconoscibili i titoli, e raggiungibili i dorsi dalla punta delle mie dita.» 5

Cos’altro c’è in Cere perse? Come ha lui stesso affermato, le letture dei diari e degli epistolari incitate da quel verecondo desiderio di frugare, pedinare e origliare nel vivere quotidiano degli scrittori e dei poeti a lui più cari.

«L’idea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata, tutto questo mi dà al cuore una dilazione trionfale, come chi sorprende al telescopio l’estinzione di una stella o forza per primo l’uscio di una tomba di faraone. Le minuzie più pettegole bastano al mio stupore.» 6

Bufalino dichiarava guerre amorose ai suoi autori, lui che non si sentiva un critico bensì un lettore dilettante e febbrile. E se prima dell’esordio le intime guerre letterarie erano confinate nel suo personale buco nero, dopo sono diventate in parte guerre condivise con i lettori.

«Un libro non è soltanto, o non è sempre, un tempio delle idee o un’officina di musica e luce, è anche un luogo oscuro di sfoghi e di rimozioni, dove si combatte un duello senza pietà, con la sola scelta di guarire o morire.» 7

Guarire o morire, estremo atto d’amore di un maestro di stile, che si trasforma in abile traghettatore quando con sapienza analizza una sola terzina di Dante, o amico appassionato quando descrive la pittura di Piero Guccione.

«Di che colore sono gli occhi di Piero Guccione? Sebbene lo conosca da tanti anni, non saprei rispondere, ho sempre guardato più i suoi quadri che la sua faccia. Eppure converrebbe saperlo. Poiché un filo invisibile corre, io suppongo, fra la mano che dipinge e la pupilla che la dirige; né la circostanza che un pittore abbia occhi celesti, grigi o castani deve ritenersi priva d’una qualche oscura influenza sulle scelte della sua tavolozza. Dopotutto il sortilegio della pittura sta qui: in una retina che si spalanca di colpo sulle cose e, mentre se ne imbeve, le imbeve e colora di sé fino a catturarle nel tranello d’una cornice. Non vi è artista, forse, per domenicale che sia, il cui fiat, balbettato o gridato, non porti il segno di una intrepida appropriazione visiva. Il vedere, voglio dire, il semplice vedere, è già un creare, un sottrarre il subbuglio dell’essere alla cecità del non-essere. Dipingere significherà quindi non solo creare due volte, ma rubare due volte, se è vero che in ogni pittore si nasconde naturalmente la figura bifronte di un ladro e di un dio.» 8

Mi sia perdonato l’accalorato parlare, questo giocare con il sogno e la realtà, la vita, la morte e le sue segrete dimore. Questo scuotere il colletto ad abiti vuoti e dismessi. Eppure, rileggendo Cere perse, il mio animo s’inquieta per la lettura che gli strani meccanismi dell’editoria ci nega. Un’oltraggiosa perdita, un danno arrecato soprattutto a noi lettori. Se le celebrazioni hanno un senso, spero che qualche illuminato editore s’accorga dell’ingiustizia e ci regali, nell’anno del centenario della nascita di Bufalino, la ripubblicazione di Cere perse.

Nel sogno, prima di sparire, Bufalino m’ha dato tre affettuosi buffetti sulla spalla e un sorriso come commiato. Un sorriso luminoso e amaro come la sua terra di cui è stato figlio devoto e che mai ha abbandonato o smesso d’amare.
Per concludere questo articolo, faticoso per me e spero non vano per chi lo leggerà, riporto qui le poche righe del Reddo rationem che introducono Cere perse.

«“Persa” si dice la cera che lo scultore modella fra due blocchi di terra refrattaria e che, esposta al fuoco, si scioglie lasciando di sé soltanto un’impronta vuota. Non è meno volatile, temo, la sorte degli articoli di giornale, sia che nascono all’improvviso su tasti precipitosi, sia che si sviluppino a fatica da un difficile calamaio. Buoni per il macero, dunque? Utili a nient’altro che a proteggere il torace di un ciclista che ha freddo o ad avvolgere untuosamente la merenda d’uno scolaro? Non è detto, se è vero che al segreto delle carte occasionali un autore affida assai spesso il ritratto suo più credibile; e che dai suoi pensieri e umori spaiati può svelarsi infine un concorde paesaggio morale e sentimentale
[…]
Sono queste le ragioni (ma sarebbe meglio chiamarle scuse) a cui si ricorre di regola, volendo dare unità e senso a un volume come il presente; né esiterei a servirmene io stesso, se non preferissi surrogarle con una confessione più schietta: che il semplice vedere raccolte in riga e sottomesse a un disegno tante pagine vagabonde mi fa, per un’ora o due, timidamente contento. E soddisfa un bisogno privato di cernita e pulizia. E alimenta, perché negarlo?, una credula, spaventata, innocente vanità di durare.
»

Mimma Rapicano

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1 N. Zago, La luce e il lutto e l’elzevirismo di Bufalino, in Gesualdo Bufalino e la tradizione dell’elzeviro – Atti del Convegno di Studi (a cura di N. Zago), Euno Edizioni / Fondazione Gesualdo Bufalino, 2019
2 G. Bufalino, Il mare inesistente in Cere perse, Sellerio, 1985
3 G. Bufalino, Allegrezze di morte, in Cere perse, op. cit.
4 G. Bufalino, La moviola della memoria, in Cere perse, op. cit.
5 G. Bufalino, La ragnatela incantata, in Cere perse, op. cit.
6 G. Bufalino, Il viaggio dell’albatro zoppo, in Cere perse, op. cit.
7 G. Bufalino, Ostaggio dello spavento, in Cere perse, op. cit.
8 G. Bufalino, L’assoluto del cielo, in Cere perse, op. cit.

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