Del tempo, dell’acqua, del resto: intervista alla traduttrice Silvia Cosimini

20200717133205_cover_tempoeacquaTra le pubblicazioni Iperborea di questo autunno figura Il tempo e l’acqua di Andri Snær Magnason (Iperborea, 2020), un libro straziante quanto necessario, tremendo, eppure ancora fiducioso. Uno di quei testi che tutti dovrebbero leggere: perché mette a fuoco con dolorosa precisione la crisi climatica, dando al contempo l’impressione di parlare di tutt’altro. È precisamente in questo “tutt’altro” che si annida la strategia di Magnason, abile narratore prestato alla divulgazione, che tra notti nuziali sul ghiacciaio, vecchie diapositive, invincibili passioni erpetologiche e monti sacri tibetani mostra al lettore come tutto sia collegato e molto, spaventosamente più vicino alla nostra vita di ogni giorno di quanto la fredda terminologia dei rapporti scientifici lascerebbe intuire. Ho potuto conversare di questo libro, dell’Islanda che ne è l’ambientazione principale, di ambiente, letteratura, e non solo, con la sua traduttrice Silvia Cosimini.

IMG_6039Toscana, formatasi a Firenze e poi a Reykjavík, Silvia Cosimini affianca alla sua prolifica e molto apprezzata attività di traduzione (nel 2011 le è stato conferito il Premio nazionale per la Traduzione dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, nel 2019 il premio Orðstír dal Presidente della Repubblica Islandese) incarichi di docenza presso l’Alma Mater bolognese e l’Università Statale di Milano. Nell’intervista che segue, ha esaudito tutte le curiosità che le ho sottoposto, partendo dal testo di Magnason per poi parlare di clima, del mestiere del traduttore, delle peculiarità e della bellezza della lingua islandese, di fossette.

Una delle componenti che balzano all’occhio in quest’opera atipica, tra letteratura, divulgazione scientifica, reportage e saga familiare, sono i dialoghi, riportati in forma diretta, con una varietà umana notevole. Mi chiedevo, anzitutto in generale: Magnason ha “omogeneizzato” questi colloqui da un punto di vista lessicale, linguistico e stilistico in un unico modus, o in essi sono ravvisabili delle differenze?

Ci sono delle differenze, indubbiamente, anche se forse non così marcate. Il dialogo con i nonni o con le figlie è espresso in un islandese quotidiano ma comunque filtrato dalla narrazione dell’autore; si notano sicuramente cambiamenti di tono nelle interviste, al Dalai Lama, a Wolfgang Lucht o a Lonnie Thompson. Trovo che Andri Snær Magnason abbia la qualità del “raccontastorie” – del resto nel libro ci racconta di aver lavorato nel dipartimento di studi folklorici dell’Istituto Arnamagnæano, e tra le sue pubblicazioni ci sono diverse fiabe moderne per bambini – e la patina dell’esposizione accessibile è il tratto stilistico che più caratterizza questo libro, secondo me. Ci sono invece delle marcate differenze nei brani riportati da altre fonti islandesi, come il testo di Helgi Valtýsson del 1945 e il libro degli ospiti del rifugio di Jökulheimar del 1955: sono passi in cui si sente tutto l’islandese di un tempo, quella bella lingua alta, prestigiosa, che gli islandesi colti degli anni Cinquanta erano in grado di produrre con estrema facilità. Spero che in parte lo si percepisca anche in italiano.

Spesso tra gli interlocutori figurano i nonni dell’autore: cambia qualcosa nella “lingua dei vecchi”? Si esprimono in una forma di dialetto?

Non direi. I nonni non hanno un dialetto, anche perché l’islandese è una lingua piuttosto omogenea che presenta solo delle minime varianti locali nella pronuncia di alcuni suoni. La famiglia dell’autore appartiene a un certo strato sociale, fanno parte di quella classe di islandesi nata prima della proclamazione della Repubblica, accomunata da un grande rispetto per la propria lingua, che si esprime in un islandese estremamente curato. L’unico è il nonno trapiantato negli Stati Uniti, che parla un misto di anglo-islandese con il nipote, e nel testo lo si esplicita con qualche lemma inglese inserito nel dialogo.

Magnason insiste molto sulla “personalizzazione” del problema ecologico, sul modo in cui l’arco di una vita umana per quanto breve sia sufficiente per esperire alcuni aspetti dei cambiamenti in atto, che si muovono normalmente su tempi molto più lunghi. Nel fare ciò riporta alcuni aneddoti legati allo stupefacente paesaggio naturale islandese. Lei conosce bene l’Islanda, ci ha vissuto in passato e continua a viverci in alcuni periodi dell’anno. Qual è stata la sua esperienza della natura islandese? C’è qualcosa di cui ha avvertito maggiormente il cambiamento dal tempo dei suoi studi a oggi?

Sì, il concetto fondamentale di questo saggio-romanzo è proprio il tentativo di far percepire a tutti che il problema ecologico non è un’ombra proiettata su un muro lontano ma riguarda tutti da vicino, e quel che è peggio, riguarderà in maniera sempre più pesante il futuro dei nostri figli e delle prossime generazioni. Ovviamente L’Islanda, per le sue condizioni geografiche e fisiche, risente dei cambiamenti climatici in maniera molto più percettibile. Io ho vissuto a Reykjavík nella prima metà degli anni Novanta e adesso, ogni volta che vado, noto che rispetto ad allora il clima è cambiato sensibilmente, la temperatura si è alzata di qualche grado (“l’estate climatica” di cui si parla nel libro) – il che, come dice Magnason, sul momento ci sembra apprezzabile, un falso benessere. Quando abitavo a Reykjavík nessuno si muoveva in bicicletta, né faceva jogging lungo la pedonale costiera; e nessun bar in città aveva i tavolini fuori, non era proprio possibile: certo, magari non era ancora di moda, ma faceva davvero più freddo. Ed è innegabile che i ghiacciai si siano ridotti: perfino la laguna Jökulsárlón, una delle mete turistiche imprescindibili, era molto più ricca di iceberg, mentre ogni volta che ci torno la trovo sempre più vuota.

E già che si parla di personalizzazione, c’è un episodio, un luogo della sua terra natale o dei luoghi in cui ha vissuto, un’esperienza, paragonabili ai molti descritti da Magnason, in cui ha sentito in prima persona l’impatto violento nel quotidiano dei cambiamenti climatici? Quale/i?

Forse qui da noi non si percepisce così bene l’impatto climatico, perché avendo quotidianamente sotto gli occhi certi cambiamenti è meno facile notarli. Negli anni della mia infanzia nessuno aveva l’impianto di condizionamento dell’aria in casa, mentre adesso è diventato indispensabile e nessuno pensa all’impatto ambientale; ho sicuramente notato picchi di clima più estremi, sia in estate che in inverno, esondazioni del Po sempre più frequenti… ma mi è difficile delineare con precisione un’esperienza personale. Forse quello che più mi ha colpito è stato vedere la quantità di plastica in mare durante un viaggio in barca alle Maldive: alloggiando in un resort certi aspetti vengono oculatamente celati.

È stato necessario condurre un lavoro di approfondimento per rendere al meglio i passi maggiormente pregni di riferimenti scientifici?

Sì, eccome: ricordo che già leggendo questo libro per l’editore italiano mi ero resa conto che si trattava di una materia a me del tutto sconosciuta di cui mi mancava molta terminologia specifica, e che avrei avuto bisogno di tante ricerche. A volte anche la sintesi dell’autore non ha facilitato le cose. Sicuramente tutta la parte sulla morfologia dei ghiacciai è stata impegnativa, come i passi dedicati alla chimica. Per questo va ringraziata anche la redattrice di Iperborea, che ha rivisto il tutto ed è arrivata dove non ero riuscita ad arrivare io.

A pagina 134 l’autore lamenta la povertà lessicale dell’islandese in alcuni settori specifici (e, specularmente, la sovrabbondanza in altri, citando l’esempio delle settanta parole disponibili per la neve). A questo proposito vorrei chiederle: qual è, a suo parere, la sfida principale che si pone al traduttore dall’islandese?

La povertà lessicale a cui fa riferimento Magnason riguarda le varie specie di coccodrilli che l’Islanda, ovviamente, non conosce. È un po’ un absurdum, in effetti, perché una delle caratteristiche dell’islandese è proprio la ricchezza lessicale. A parte le parole per la neve, ce ne sono almeno otto per “coda”, che sia di uccello, di maiale, di cane, di pecora, di pesce, e così via; ogni singolo osso della testa di un pesce ha un nome (se ne contano una decina in La volpe azzurra di Sjón, tagliati in italiano in fase redazionale), e questo solo per fare un paio di esempi. In questi casi è come se la lingua si appoggiasse sul vuoto e il traduttore deve trovare soluzioni alternative. Un’altra difficoltà sono i modi di dire, di cui l’islandese fa un ampio uso e che spesso comunicano un preciso colore locale che sarebbe bellissimo poter mantenere, ma non sempre si possono traslare in italiano senza creare uno scarto. Altro scoglio sono i verbi modificati dalle preposizioni: taka significa “prendere”, ma basta un af collocato all’interno della frase, magari accompagnato a un dativo se non a un accusativo, e il verbo diventa tutt’altro.

Restando in tema linguistico, alle pagine 74-75 Magnason confronta i termini faroese e islandese per il concetto di ‘malinconia’, rispettivamente sorgblíðni “tenerezza nel dolore” e angurværð “quiete nell’affanno”. La lingua islandese, particolarmente conservativa, è nota per i suoi composti spesso molto pittoreschi; un esempio classico, anche se più prosaico di quelli su citati, è la parola per computer (in islandese tölva, da tala “numero” e völva “profetessa”). Ci sono dei termini islandesi che predilige per significato o suono? Se si riferiscono a concetti culturali estranei alla cultura italiana – per esempio, il danese hygge – potrebbe darne una breve spiegazione?

Ce ne sono moltissimi, in effetti, e mi è difficile scegliere. Tra quelli che mi piacciono di più ci sono frekjuskarð, ovvero la “fenditura della sfacciataggine”, lo spazio che alcuni hanno in mezzo ai due incisivi superiori; è detta anche skáldaskarð, la “fenditura dei poeti”, una definizione che mi ha sempre meravigliato molto. Per continuare con le caratteristiche fisiche c’è il bellissimo spékoppur, il “vaso di birbanterie”, per indicare una fossetta, che sia sul mento o sulle guance. In Islanda con le mie amiche mi sono imbucata spesso anche nei loro saumaklúbbar, i “club del cucito”: sono le riunioni serali, magari a cadenza mensile, di un gruppo di ex compagne di scuola, rigorosamente tutte donne, che si incontrano per qualche chiacchiera e un rinfresco, ma originariamente il termine indicava la pratica comunitaria di lavori ad ago e di maglieria.

Ha conosciuto personalmente Andri Snær Magnason? Siete stati in contatto durante il lavoro di traduzione? In generale, l’autore è solito seguire in prima persona la traduzione di una sua opera?

Sì, ci conosciamo, ci siamo visti in varie occasioni anche se non ci frequentiamo quando sono a Reykjavík. Avevo già tradotto un suo libro per bambini qualche anno fa, quindi al momento di lavorare a Il tempo e l’acqua eravamo ormai vecchie conoscenze. Siamo stati in contatto durante la traduzione, insieme anche ai traduttori di molti altri paesi, che hanno lavorato a questo libro nello stesso periodo: avevamo creato un gruppo di lavoro per consentire all’autore di rispondere una sola volta a eventuali chiarimenti, comunque lui è sempre stato molto disponibile. Malgrado qualcuno affermi che per un traduttore non c’è migliore autore di quello morto, a me piace moltissimo dialogare con l’autore che traduco, lo considero un valore aggiunto, il regalo che può fare a un traduttore una lingua poco diffusa: per me è un modo di entrare meglio nel libro, di assimilare consuetudini linguistiche, comprendere la genesi del romanzo e di tutto quello che vi sta dietro.

Nel giro di un mese Iperborea ha pubblicato due sue traduzioni (la seconda è Crepitio di stelle di J. K. Stefánsson, ndr). Quanto tempo dedica in media settimanalmente alle traduzioni e come lo concilia con i suoi impegni didattici in università? Preferisce dedicarsi a un progetto per volta o è in grado di star dietro a due traduzioni anche molto diverse tra loro contemporaneamente?

Come dico sempre agli studenti, io sono una traduttrice prestata alla docenza: l’impegno didattico è piuttosto ridotto e si limita a qualche mese all’anno, per il resto, la mia attività principale è la traduzione, che è un lavoro a tempo pieno (anche pienissimo, in qualche occasione). Non sono una multitasking della traduzione, non riesco a gestire due romanzi contemporaneamente perché vengo soggiogata da ogni libro in maniera viscerale. Una traduzione lavora sulla lingua, che è un fenomeno straordinario ma non funziona a intermittenza, non concede pause, non è possibile accantonarla quando si chiude il file o si finisce di tradurre la quantità di pagine prevista in un giorno. Io continuo a ripensarle, a riverbalizzarle, a trovare soluzioni nuove, più calzanti, suoni più naturali. È un lavoro costante che richiede tempi dilatati e purtroppo non si conclude nemmeno dopo la stampa – ogni volta che mi capita di rileggere un testo che ho tradotto trovo sempre qualcosa da cambiare. A volte temo che sia un’ossessione.

Al di là delle “specifiche tecniche”, quale deve essere secondo lei una qualità imprescindibile del traduttore?

Una sola? Metterei al primo posto la comprensione: dell’altro, del testo e di quello che l’altro sta dicendo. Non si può tradurre bene se non si ascolta e non si comprende che cosa vuol dire l’autore, con tutto quello che questo comporta: interpretazioni, dietrologie e la negative capability di cui parlava Keats. Poi c’è l’interiorizzazione, che è un processo quasi biochimico o metabolico, come respirare: si inspira il testo nella lingua straniera e lo si espira nella propria lingua, nel modo più naturale possibile. È una pratica che richiede sensibilità per la propria lingua madre, che in parte è innata ma si può sempre affinare. Vorrei aggiungere anche la conoscenza della cultura che si traduce; l’umiltà; la pratica artigianale: più si traduce, più si impara a farlo, al di là di ogni teoria.

Sulla sua pagina internet è possibile leggere una bella riflessione su cosa sia per lei l’islandese. Leggendola, delicata, incisiva e icastica, mi è sorta la curiosità di chiederle: oltre a tradurre testi altrui, si dedica alla scrittura lei stessa? Se sì, in che forme?

Ahi, ahi, purtroppo no. Preferisco riscrivere testi altrui, perché faccio una fatica sovrumana a tirare fuori parole mie. Ogni volta che devo scrivere una prefazione (o rispondere alle domande delle interviste!) sudo sette camicie. Però quando ero all’ultimo anno di università in Islanda, tanti anni fa, la docente di letteratura ci fece conoscere delle bellissime poesie, i tanka di Vilborg Dagbjartsdóttir, e come esercizio linguistico ci invitò a comporne uno in islandese. Da quella volta ne ho sempre scritti, per le occasioni più disparate – ormai sono più di trenta e credo che tutti i miei amici e le mie amiche islandesi se ne siano visti dedicare uno. Stanno in un cassetto e li rivelo solo alle persone più care, anche se una volta un mio autore, Þorvaldur Þorsteinsson, mi disse che avrei dovuto farne svariate copie e distribuirle ai passanti in Laugavegur, la via principale di Reykjavík. Vale, come scrittura?

Alessia Angelini

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