“Cercando Beethoven” cosa si trova?

Cercando Beethoven, Saverio Simonelli
(Fazi Editore, 2020)

 

cercando-beethovenL’esatta data di nascita di Ludwig van Beethoven si perde nell’indeterminatezza: quello che sappiamo è che nacque in un giorno del dicembre 1770, esattamente duecentocinquanta anni fa. Si tratta di un anniversario importante che ha visto molte celebrazioni in tutto il mondo, la maggior parte di esse stroncate inevitabilmente dalla pandemia. Fazi Editore celebra questa ricorrenza pubblicando Cercando Beethoven di Saverio Simonelli, romanzo ambientato tra il 1808 e il 1809 a Heiligenstadt, presso cui il compositore aveva una residenza, e a Vienna. Protagonista è Wilhelm (detto Wil), studente di composizione diciannovenne con un’ammirazione sconfinata per Beethoven, che riuscirà miracolosamente ad avvicinare. Quest’incontro sarà per lui capitale e lo porrà di fronte ai dubbi sul futuro e sul ruolo che la musica debba avere nella sua vita.

Heiligenstadt è un luogo fortemente simbolico nella vita di Beethoven, in quanto dà il nome al celebre testamento che il compositore scrisse con l’aggravarsi della sordità. Un documento tragico e bellissimo[1] che mostra le fragilità di un personaggio spesso descritto come un titano della volontà. Ѐ proprio il testamento di Heiligenstadt a fare da motore alla narrazione: Wil, assieme all’amico musicista Andreas e alla fidanzata di lui Queenia (una ragazza dal fascino esotico per la quale Wil perde la testa dopo poche pagine) riescono a copiare una parte del documento entrando di soppiatto in casa del compositore, dove si erano introdotti per scoprire tracce del segreto della sua arte.

Andreas è ossessionato dalla potenza della musica del compositore di Bonn e intende carpire il mistero grazie a cui essa conquista le orecchie degli ascoltatori; finirà per affidarsi a Shikaneder, librettista e interprete del Flauto Magico di Mozart, che lo coopterà in ambiente massonico promettendogli la formula per raggiungere livelli musicali assoluti. Shikaneder è il simbolo di un’arte ormai logora, che crea illusioni invece di raccontare la vita e che considera la realtà in virtù dei simboli propri del linguaggio massonico. Questo guitto decaduto è la cartina al tornasole per mostrare la carica di novità della musica del compositore tedesco, la quale non sembra consistere in una particolare ricetta tecnica, ma trova la sua forza nel raccontare l’umanità in modo estremamente concreto. Beethoven è una ‹‹creatura inquieta, un impasto di carne e fantasia, immaginazione e logica››, un uomo che con la sua musica parla della fallibilità umana.

L’immagine di Beethoven che viene proposta nel romanzo è sovrapponibile a quella presente nelle biografie e nelle testimonianze dell’epoca, che raccontano di un uomo irascibile e contraddittorio, che amava l’umanità tanto quanto odiava le convezioni sociali e i salotti; è il ritratto dell’artista che si sottrae al consesso degli uomini perché in preda ad ispirazioni superiori. Nel romanzo ritroviamo così gli aneddoti sul compositore che un po’ tutti conosciamo: il nostro Ludwig soffre di accessi d’ira, scaglia piatti contro i camerieri e si ritira spesso e volentieri in solitudine. Questa aderenza del personaggio alle fonti storiche da un lato dona un certo rigore al romanzo di Simonelli, dall’altro lo svilisce, decretando forse il suo stesso fallimento. Scegliere di scrivere un romanzo su Beethoven è un’operazione molto complessa, in quanto su di esso grava un retaggio culturale molto forte che Simonelli asseconda anziché riscrivere il personaggio, rischiando così di non dire nulla di nuovo, soprattutto a chi ha già conoscenze pregresse sul compositore.

Le problematiche maggiori di Cercando Beethoven non riguardano però l’impianto di partenza (legittimo, seppur opinabile), ma trovano nello stile l’aspetto maggiormente deficitario. Simonelli sceglie per la narrazione un linguaggio ricco di espressioni colloquiali che non ci aspetteremmo di trovare in un romanzo storico, come ‹‹Ora guarda cosa ti combino››, ‹‹Sfoderò un’espressione piccata, con un sorriso canzonatorio e le labbra a cuoricino›› o ‹‹Mollò il gatto a terra››. Questa scelta tenta forse di smuovere l’ingessata atmosfera settecentesca, ma finisce per comunicare un senso di straniamento, ad esempio quando leggiamo che Beethoven invita il protagonista ad un nuovo incontro ‹‹magari davanti a un caffè››, come in un appuntamento della “Milano da bere”.

Le ingenuità della scrittura si evidenziano nella miriade di descrizioni particolareggiate, come ad esempio in quella del principe Lichnowsky, mecenate di Beethoven:

“Indossava una giacca di colore marrone molto stretta in vita, col petto convesso e le maniche gonfie in alto, in perfetto ossequio ai dettami della moda. Sulla sinistra spiccava una decorazione che non riuscii sul momento a decifrare. Mi colpì lo jabot impeccabile con le pieghette inamidate alla perfezione. Aveva le palpebre un po’ gonfie come di chi dorme poco o male, la fronte alta e spaziosa e il naso importante ma perfettamente sagomato gli conferivano un’espressione decisa, quasi marziale. Un uomo di una nobiltà pratica, disponibile e per nulla altezzoso.” (p. 179)[2]

Nonostante queste descrizioni siano molto ricche, i personaggi del romanzo restano unidimensionali, poiché le loro caratteristiche non vengono lasciate dedurre dal lettore a partire dal loro agire, ma sono esibite immediatamente prima ancora che il personaggio faccia o dica qualcosa. Questo modello quasi “da carta d’identità” rende la scrittura didascalica e impedisce di infondere alla narrazione una particolare atmosfera.

Questo descrittivismo coinvolge anche i momenti in cui Wil racconta le esecuzioni della musica di Beethoven: opere come la Quinta Sinfonia, la Pastorale e il Quarto concerto per pianoforte e orchestra vengono accostate per analogia ad una serie di immagini e descritte con una serie di aggettivi, quasi etichette che imprigionano la musica, privandola della sua maggiore peculiarità: l’essere libera dal dato concreto. Contrariamente al linguaggio utilizzato nella narrazione, le descrizioni della musica risentono a livello stilistico del primo romanticismo tedesco (nel romanzo si citano Heder, Novalis, Schlegel e tanti altri) che Simonelli, da germanista, conosce molto bene. La riproposizione di questo linguaggio appare però retorica perché svuotato di una vitalità  che nasceva dal contatto con un momento storico molto preciso.

Con queste considerazioni non intendo sostenere che nel romanzo siano presenti falsità sulla musica di Beethoven, tutt’altro. Si tratta di pensieri condivisibili, ma purtroppo presentati in un modo che non rende loro giustizia. Se il cosa del romanzo poteva essere interessante, il come appare debole e mal posto. Mi permetto di concludere con una nota personale riguardo alla mia esperienza con Beethoven. Non so se sia veramente possibile raccontarlo né se esista quel segreto che viene ricercato nel romanzo, ma in quanto musicista mi sono interrogato per anni su alcune sue pagine e sento solo di poter dire che la sua musica è sensibilissima al livello di sincerità di chi la suona. Essa rende visibile non solo l’essere dell’interprete, ma le sue stesse intenzioni. Si potrebbe dire che “Beethoven non perdona” perché ogni volta che lo si suona, anche dopo la millesima esecuzione, ci si ritrova a fare la cosa più difficile: scoprirsi.

Giacomo De Rinaldis


[1] Si può leggere al link: https://www.lvbeethoven.it/biografia06/ 

[2] versione in epub

2 pensieri su ““Cercando Beethoven” cosa si trova?

  1. Gentile dottor De Rinaldis, anzitutto un grazie per la sua lettura, in questi tempi deve essere una prova non facile sorbirsi un romanzo di oltre 300 pagine e che non piace, credo, fin dalle prime. MI sento però obbligato a fare alcune precisazioni; sa, noi di estrazione filologica possiamo risultare un po’ pedanti anche se all’apparenza ‘ingenui'(cit.).
    1) Sul mio ‘assecondare un retaggio culturale’. Bene, cosa si intende con questa espressione? Le analisi di Carl Dalhaus, gli studi su le forme sonata di Rosen? Le opere divulgative di Bietti? L’analisi delle nove sinfonie di Lockwood? Le personali e rapsodiche riflessioni di direttori d’orchestra o solisti? O ancora il sentore diffuso nella pubblica opinione o tra le teste canute che affollano (sic!) le sale da concerto? Non mi pare proprio che ci sia un’immagine condivisa di Beethoven in questi elementi del del’retaggio’ quindi mi è un po’ difficile capire quale di queste io abbia assecondato, a meno di non intendere il sintagma da lei usato come un’espressione appunto vaga e molto poco utile alla critica.
    2) la riscrittura di Beethoven. A parte l’indubbia ambiguità del termine, il cui uso sconsiderato è uno dei peccati mortali di certo modernismo, non mi pare non abbia io tentato qualche azzardo nel raccontare un Beethoven ‘mio’, che preferisce l’almanacco sulle opere di Dio nella natura di una sorta di Frate Indovino dell’epoca a Kant, le lezioni sulla flosofia del quale non ha mai frequentato pur avendone avuta possibilità. Né mi sembra così pacifica per tutti questa sua inclinazione al cattolicesimo, palese nella lettera alle suore Orsoline, ma assolutamente rifiutata e a volte non senza ragioni da molti dei suoi esegeti e che io invece ho suggerito non senza, ripeto, qualche azzardo. Non trova bellissimo e originale però un Beethoven che chiede una preghiera a delle orfanelle? Neppure il suo arrangiare i canti popolari tra l’altro delle isole britanniche mi sembra venga in mente di primo acchito a chi lo conosce anche profondamente. Dare il merito a una ragazzina di aver spianato la strada a George Thomson non mi sembra cosa da poco in quanto a originalità di ‘riscrittura’. E Beethoven che va a suonare a casa di amici depressi? Ho fatto un’indagine campione su una ventina di lettori anche ‘forti’. Bene, nessuno ne era a conoscenza. Escludiamoli allora dal retaggio!
    A parte le battute, se questi elementi non contribuiscono a un’idea di quella che a me pare etimologicamente una ‘riscrittura’ non saprei davvero cos’altro dire. O forse dovevo accodarmi allo sparuto corteo di riscrittori ‘demitizzatori’ che oramai si ritira stancamente dalle trincee di decenni grigi, impotenti e tristi? Tra l’altro ho sottoposto le relative pagine ad amici musicisti e musicofili che ne sono rimasti sorpresi non senza qualche dubbio. Ah i dubbi, quelli veri, che aiutano la scrittura!
    3) l’abbondanza di colloquialismi. Questo è veramente il punto che mi lascia più perplesso. Prima di tutto, non abbondano. Ma poi, quanto a quelli che lei porta a mo’ di esempio: lei dopo una partita di calcetto o durante un litigio al lavoro o sull’autobus affollato ha mai sentito qualcuno rivolgersi all’intelocutore rimproverandolo di aver “sfoderato un’espressione piccata’? E’ questo un colloquialismo? MI presenti nel caso questi prodogi di creatività quotidiana e colloquiale, così offrirò loro un caffè. Ehm, l’espressione ‘labbra a cuoricino’ è copiata (perché chi ama la scrittura copia la bellezza) da Tolstoj o forse da Stephan Zweig, sul momento ricordo solo di averla sottolineata.
    4) la questione del caffè.Qui anzitutto mi duole correggerla: non è Beethoven a chiedere di vedersi davanti a un caffè, come da lei affermato, ma Andreas che così liquida Wilhelm in un momento di concitazione. Le ricordo poi che per i Viennesi dell’ epoca e non solo, vedersi in un caffè o davanti al medesimo era un rito irrinunciabile, segno di grande intimità e confidenza. Nessuno straniamnto quindi. Anche questo è aderire al contesto storico.
    5) la questione dello stile. A parte la caduta del suddetto nell’usare la definizione ‘Milano da bere’, lei usa l’argomentazione, peratro mal posta, dei colloquialismi ma subito dopo critica le descrizioni particolareggiate dei personaggi (nei romanzi dell’Ottocento ce ne sono davvero miriadi, consideri Guerra e Pace su tutti) per poi poche righe sotto definirle ricche. A parte l’incongruenza della giustapposizione ho un’idea leggermente più ampia dello stile che riguarda scelte lessicali, sintattiche, il periodare, l’uso di figure retoriche, le variazioni di registro che peraltro lei inconsapevolmente mi accredita quando prima si riferisce a quei presunti abbondanti colloquialismii e poi mi gratifica di un linguaggio da primo romanticismo nelle descrizioni musicali. Non è forse un cambio di registro? Ma poi, scusi, cosa vuol dire “linguaggio retorico perché svuotato di una vitalità che nasceva dal contatto con un momento storico preciso”? Chi avrebbe questo contatto? ‘Nasceva’ coniugato all’imperfetto allude all’impossibilità di scrivere un romanzo non ambientato ai nostri giorni? Quindi quella vitalità poteva attingerla solo un contemporaneo? Mi faccia capire. E chi è in grado poi di definirla questa ‘vitalità ? E cosa si doveva fare nel caso per ottenerla, una seduta spiritica, un’evocazione medianica?
    5.1) sempre su questo tema dellos stile. Forse le sono sfuggite le frequenti citazioni (quelle sì abbondanti e me vanto) di autori che concorrono a rafforzare l’omaggio a una sensibilità e a una idea di letteratura che dialoga con l’oltre e il mistero e che è il vero motivo per cui ho scritto questo romanzo. Si va da Goethe l”imperatore del secolo’ da lui riferitopost mortem a Novalis allo Heine delle susine, Wallace di ‘dite il suo nome’ che chiude lo splendido racconto ‘E’ tutto verde, fino all’inarrivabile Goran Tunstroem di Chiarori ‘MI suoni qualocsa di Haydn, ho nostalgia delle sue quinte diminuite’ per arrivare a Yeats del ‘terribile golfo dei sogni’. E mi taccio su Novalis che a proposito occupa un intero capitolo parlando in prima persona, almeno Lui lo risprmi dal fallimento altrimenti verrà a tirarle le coperte la notte 🙂 ) Per essere un ingenuo devo dire che per rafforzare la povertà del mio stile ho convocato in mio soccorso una discreta compagnia.
    6) l’unidimensionalità dei personaggi e la questione della loro carta d’identità affermata prima che agiscano. Questa è davvero incomprensibile a proposito di figure che cambiano radicalmente idee, prospettive, desideri, visione del mondo e della propria vocazione nel corso del testo e che, contrarimente a quanto lei afferma, agiscono molto prima di essere definite. Davvero le è sfuggito il monologo di Andreas (che perlatro incontriamo per la prima volta MENTRE STA SUONANDO, che diamine!!!) alla locanda dove c’è tutto un correlativo oggettivo dei suoi tormenti: il rifugiarsi sotto il letto, il tapparsi le orecchie di fronte agli elogi, il ricorso furente alle scale, il ponte levatoio… Wilhelm poi inizia come un imberbe sognatore e finisce per compiere una scelta matura e tormentata che pochi musicisti fanno, quella di rinunciare a una carriera non solo per amore ma soprattutto perché la realtà gli ha aperto gli occhi attraverso il suo accadere.
    7) sul descrittivismo di immagini aggettivi ecc. a proposito della musica. Devo confessarle che ho avuto l’autorevole avallo del maestro Lonquich durante una recente intervista in cui mi aveva suggerito di inserire anche il raffronto col mito di Orfeo. Molte descrizioni sono ispirate a letture sia di interpreti coevi, Czerny su tutti ma anche di studi recenti sul rapporto di Beethoven col pianoforte. E ringrazio il maestro Luca Chiantore per il suo imperdibile saggio.
    Ecco, mi perdoni la prolissità ma tutto questo andava detto. C’è però un’ultima cosa che rdavvero non capoisco: perché spendere tempo a scrivere una recensione negativa.? Non è meglio fare cose più divertenti e appaganti? Ad esempio festaggiare domani nella gioia, nella riconscenza, e nell’adorazione il nostro Ludwig?

    Cordialmente,
    Saverio Simonelli

    P.S. forse non andiamo d’accordo perché lei ama una scrittura che sormonta di nebulosità il cammino che va dal testo agli occhi del lettore, vista la chiusa un po’, come dire, di sapore vagamente heideggeriano del suo pezzo…

    P.P.S. confessi che almeno quell'”impasto di carne e fantasia, immaginazione e logica” le è piaciuto visto che l’ha reso in corsivo. Sa, so azzardare un chiasmo anche se lievemente improprio, a proposito di questioni di stile.

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  2. Gentile dottor Simonelli,
    La ringrazio molto per il suo commento e per aver letto la mia recensione che, dal tono con cui scrive, mi pare l’abbia un po’ turbata. Mi dispiace: non era questo il mio intento. Non volevo dare un giudizio sulla Sua persona (né tantomeno accusarla di ingenuità), ma semplicemente spiegare quello che mi è parso non funzionare nel romanzo. Si tratta di una mia personale analisi che ho cercato di argomentare in tutta onestà. Scrivo qui brevemente alcune precisazioni.

    Il retaggio culturale e la riscrittura.
    Il retaggio culturale di cui parlo è semplicemente l’immagine del Beethoven “popolare”, che è passata tra la gente comune, legata più che altro all’aneddotica riguardo la sua vita. Gli illustri studiosi che Lei cita riguardano solo chi studia Beethoven da vicino, ovvero solo una piccola parte dei Suoi lettori. Le ‘novità’ che Lei difende riguardo a Beethoven (orsoline, amici depressi ecc…) sinceramente non mi sconvolgono, come non mi stupisce un Beethoven che chiede una preghiera, dal momento che dalla sua musica traspare un profondissimo senso religioso (in senso lato). Egli ha cantato tutto ciò che di più essenziale vi è nella vita di noi comuni mortali, quindi un Beethoven “cattolico” non aggiunge nulla a tutto ciò. I dettagli di novità di cui parla mi pare si perdano in una miriade di cose presenti nel libro, nel quale ho avuto l’impressione ci fosse troppo, come se Lei avesse voluto distillare in un romanzo tutte le cose che sa su Beethoven e su quel contesto storico. Forse lavorare su un solo aspetto (quello della preghiera o del senso religioso ad esempio) avrebbe fatto brillare maggiormente questo “suo” Beethoven che mi aspettavo di trovare quando mi accingevo a leggere il romanzo. Intendevo semplicemente questo quando mi riferivo ad una “riscrittura”.

    Sullo stile.
    Riguardo allo stile ho trovato, in particolare nei dialoghi, si esplicitasse ogni minima reazione di un personaggio (quasi) ad ogni frase detta, chiosando con frasi del tipo: “Scosse il capo”, “Rise”, “e sorrisi anch’io” ecc.. ecc… Mi è risultata un po’ pesante la lettura di questi dialoghi, per lo stesso motivo prima citato per cui la grande quantità di elementi non sempre aggiunge qualcosa all’insieme. Il mio “ricche” riferito alle Sue descrizioni aveva un’accezione quantitativa e non qualitativa: intendevo “piene di cose”. La frase inoltre inizia con “Nonostante” perché cerco di spiegare che questa ricchezza non arricchisce, per usare un sofisma. Come diceva Sciascia, la scrittura è un lavoro “a cavare”, cioè a togliere, esattamente come la scultura. Trovo questa via che lascia solo ciò che è essenziale più attuale rispetto a quella ottocentesca da Lei citata. Davanti a certe descrizione certosine di “Guerra e pace” anche il lettore più forte vacilla e il fatto che si tratti di un capolavoro indiscusso (come tanti altri romanzi scritti in quel modo) non significa che riproporre oggi tale stile possa funzionare. Sarebbe come scrivere ancora oggi musica alla maniera di Beethoven.

    Per quanto concerne le “labbra a cuoricino” direi che un’espressione non è valida di per sé, ma il suo valore e significato dipendono dal contesto e dal tempo con cui interagisce: leggendo un’espressione del genere Lei cita Szweig o Tolstoj, ma io che sono un bieco figlio dei tempi moderni penso (ahimé) ai selfie dei ragazzini sui social. L’espressione da Lei citata mi sembrava fuori contesto proprio perché affiancata a quella di uso non comune “espressione piccata”. Le espressioni colloquiali non saranno così tante, ma il tono della narrazione lo è molto spesso, soprattutto nei dialoghi.

    Sul caffè.
    Ha ragione e mi scuso, è stata una mia svista. Ma la sostanza non cambia, sempre per il discorso sul “fuori contesto”. Anche sulla “Milano da bere” ha ragione, ma è una caduta almeno quanto le “labbra a cuoricino”. Così come “stona” il registro colloquiale affiancato a quello del primo romanticismo. Quest’ultimo l’ho trovato un po’ fiacco e artificioso. Intendevo questo quando parlavo di uno stile “svuotato di vitalità”: mi sembra che Lei abbia ripreso il linguaggio e la forma di quello stile letterario, ma non lo spirito, che è rintracciabile invece negli scritti di coloro che hanno vissuto in quel particolare contesto storico. Insomma, “Il romanticismo non si ripete”.

    Le citazioni.
    Molte delle citazioni a cui fa riferimento mi sono sfuggite perché purtroppo non sono abbastanza edotto in materia. Il citazionismo è però cosa postmoderna (altro che modernismo), quindi non capisco perché se ne fregi così tanto. La citazione (anche la più bella) non impreziosisce automaticamente uno scritto, ma deve interagire in modo proficuo con ciò che si scrive, altrimenti mi pare diventi solo un puro gioco d’erudizione.

    I personaggi, Lonquich e il mio finale.
    Ho scritto io stesso all’inizio della recensione che il personaggio di Wil evolve con l’incontro con Beethoven. Con personaggi unidimensionali non intendevo questo, ma che nel suo romanzo non ho trovato un minimo di spazio per il non-detto, che è la forza di un’opera d’arte (la musica ne è caso paradigmatico). La profondità di un personaggio viene anche da quello che il lettore immagina su di esso, incuneandosi negli spazi del non-detto che lo scrittore lascia con estrema precisione, rivelando a poco a poco. Questo non significa che bisogna obnubilare i sensi del lettore, anzi, occorre potenziarli. Il lettore non vuole tutto già bell’e fatto, vuole scoprire. Non amo gli scrittori che annebbiano: tra gli autori che prediligo ci sono Simenon, Salinger, Calvino, Pontiggia, che non sono esattamente maestri di oscurità. Andreas viene sì presentato all’inizio mentre sta suonando, ma non è tramite questa azione che il lettore lo conosce, quanto invece nelle pagine subito seguenti, in cui Lei lo descrive seguendo il modello di cui ho parlato nella recensione (si veda il principe).

    Riguardo al mio finale mi dispiace sia sembrato un esercizio di retorica, voleva essere una sincera testimonianza riguardo alla mia esperienza con Beethoven. Non credo che il messaggio che volevo far passare sia complesso da comprendere come una pagina di Heidegger (filosofo che mal sopporto). Immagino che Lonquich, che per me è uno dei massimi interpreti viventi di Beethoven, sarebbe d’accordo con ciò che ho scritto.

    Perché scrivere male di qualcosa.
    L’ultimo punto che ha sollevato mi ha molto sorpreso. La critica non deve solo parlar bene di ciò di cui si occupa, altrimenti sarebbe puro incensamento e negherebbe sé stessa. Pasolini stroncò “Cent’anni di solitudine” e forse aveva torto, ma leggere come argomentava il suo pensiero è di estremo interesse e ci può insegnare tanto. Ho imparato anche io nel leggere il Suo romanzo e nel capire cosa non mi è piaciuto: Le dispiace così tanto che qualcuno abbia speso il proprio tempo sulla Sua opera? Io, dopo una prima arrabbiatura per la stroncatura, ne sarei in fin dei conti orgoglioso.

    La ringrazio e La saluto cordialmente,

    Giacomo De Rinaldis

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