I treni scomposti dell’amore: Binari di Monica Pezzella

Binari, Monica Pezzella
(Terrarossa, 2020)

binariQuando ci si imbatte in un’opera che aspira allo status di sperimentale, è inevitabile, in quanto lettori, dover partecipare all’esperimento. Porsi cioè il problema della misura in cui essa si dimostri sperimentale: cosa sia sperimentale e cosa no e, della parte sperimentale, cosa dell’esperimento abbia funzionato e cosa no. Perché l’atto dell’esperire – a differenza dell’atto del pubblicizzare – consiste in un’operazione deduttiva, non induttiva. Alla prova dei fatti, e lo considero un pregio per una pubblicazione che si inserisce proprio all’interno della collana Sperimentali di Terrarossa, Binari di Monica Pezzella risulta un’opera che per certe caratteristiche consiglierei di non comprare a scatola chiusa se non per il gusto della sorpresa.

Il libro offre subito alle prime impressioni un tratto di inusualità in merito alla lunghezza: per la sessantina di pagine circa di cui consta il racconto e per l’esigua parte propriamente narrativa che trova spazio tra quelle sessanta pagine, mi limiterò ad anticipare che gli eventi affrontati dal libro seguono lo svolgimento di una storia d’amore – se mi spingessi oltre, rischierei di rivelarne tutto il contenuto in poche parole.

L’ottica sotto cui questa storia d’amore viene esaminata è invece delle più tradizionali: tema centrale, punto di convergenza di tutta la vicenda, appare il classico ossimorico binomio tra eros e thanatos, amore e morte, declinati in parte in senso freudiano tanto quanto nelle loro accezioni più concrete e dilanianti, la passione e la malattia – se si volesse forzare il binomio a endiadi, ammetteremmo la passione essere essa stessa, in termini ancora tradizionali, una forma di malattia, di sofferenza dell’animo in mancanza dell’oggetto d’amore.

Se c’è una cosa nel libro che passa senza bisogno di ulteriori chiarimenti, questa è che per l’autrice l’amore, non certo sminuito, vive nella pura esclusiva fisicità. A questa esigenza, dare concretezza alla realtà dell’amore, credo corrispondano in parte anche certi riferimenti pittorici che compaiono nel libro. La domanda che invece domina sin dall’inizio della narrazione non riguarda tanto la natura dell’amore, ma semmai il motivo della sua fisicità: perché l’amore sia così travolgente da un punto di vista fisico.

Nella relazione tra i due protagonisti, questo sentimento si situa a mezza strada tra una fame inestinguibile di possesso e un’ingiusta schiavitù, la schiavitù che l’affamato porta per un pasto sempre troppo piccolo o lontano o, per incomprensione col cuoco, distante dai suoi gusti. L’assenza di ragioni egoistiche in questo desiderio di possesso esclusivo verso l’oggetto d’amore è spiegata dall’autrice alla luce di una visione dell’amore, nella sua utopia, come unità: allo stesso modo in cui chiunque può rivendicare il possesso su una parte del proprio corpo, il ricongiungimento nell’amore di due parti dello stesso “corpo sentimentale” implica la proprietà reciproca di ciascuna parte sull’altra.

L’effettiva separazione tra i corpi tuttavia impedisce il realizzarsi dell’utopica fusione cui l’amore tende: sul fondo del continuo scontrarsi e incontrarsi dei due protagonisti giace il difetto fatale del loro amore e dell’amore in generale, l’incomunicabilità tra individui, cervelli e corpi distinti. L’esistenza umana, nel suo tran-tran giornaliero governata e strutturata da questa pulsione vitale, si plasma su un eterno tentativo di ritorno all’unità, all’origine, alla memoria, alla propria casa – a casa ovvero, per i due protagonisti, al sé che è nell’altro, e alla felicità.

Ma questo ripetersi ciclico del ritorno, andare e tornare, andare e tornare, viaggia su binari dove il tempo esteriore del percorso, cioè il tempo lineare della vita col suo capolinea, non coincide col tempo interiore del passeggero. L’esistenza si organizza quindi secondo un ordine, un architettura di difficile comprensione – parlo di architettura perché non a caso uno dei due protagonisti è un architetto. Da qui il secondo elemento di sperimentalismo proprio del libro: la struttura. Il racconto si dispone all’interno di quattro intervalli di tempo, quattro sezioni non necessariamente ordinate in maniera cronologicamente consequenziale: inizia con una Fine e finisce con un Inizio, tra cui si trovano un Prima e un Dopo.

La vera peculiarità del racconto sta nello stile che lo conduce: sinuoso, musicale, sincopato, e al tempo stesso aderente alle cose. La Pezzella ha impostato la propria scrittura con l’obiettivo di scivolare al pelo sui contorni, sulle linee, sui riflessi come un ombra, o sempre come un’ombra aggredire e rivelare nel loro aspetto più crudo i colori della realtà. Una scelta artificiosa, ma condivisibile e godibile. La storia è infatti riferita e commentata per bocca di una Voce cui il lettore non è portato attribuire altra identità che quella dell’autrice – non Monica Pezzella, ma la veste che, come fa ogni altro scrittore, Monica Pezzella ha indossato per la narrazione. A chi tacciasse questo espediente di autoreferenzialità, si potrebbe rispondere che l’autoreferenzialità è connaturata allo sperimentalismo, che richiede una fiducia superiore nei propri mezzi. Al contrario, avrei preferito che l’autrice insistesse più su questo elemento diegetico che su altro.

Se infatti Binari si configura come un esordio interessante per stile e struttura, cosa a mio parere manca alla Pezzella per il totale successo dell’esperimento è la sicurezza che un esordiente fatica ad avere. L’insicurezza più che sapientemente celata dall’autrice si intravede nei momenti che le richiederebbero di osare non solo nella forma, ma anche nel contenuto, di rifinire la psiche dei personaggi, di affilare ancora – e non accumulare – i ragionamenti.

Nel mondo degli esordienti e non solo, un segno di inesperienza è la tendenza diffusa, in mancanza di parole e di capacità di tenere alta l’attenzione, a passare ai fatti – fuori dai denti, ai letti, alle camere e alle loro frequentazioni, difficilmente riuscendo a non perdere stile pur senza idealizzare, questo è il punto. Non si fraintenda la mia affermazione per puritanesimo verso argomenti che ormai sono stati tanto sdoganati da essere già dei cliché. Io non credo che a una voce forte e efficace come quella della Pezzella possano mancare parole o attenzione, e mi chiedo perché l’autrice abbia avvertito il bisogno di aggrapparla al ripetersi (non due volte, ma tante) della medesima routine amorosa vista e rivista, riprodotta all’interno del libro senza spunti di novità e rubando spazio a momenti più originali da un punto di vista letterario, che avrei voluto incontrare in numero ancora maggiore rispetto a quanti ne ho incontrati.

Non escludo che in questa mia lettura sia intervenuta una mera questione di gusti, ma ho iniziato ad appassionarmi realmente al racconto proprio quando questa routine si è rotta – dopo una trentina di pagine, che su sessanta non sono poche – e ho terminato il libro quando ancora non ero sazia di approfondire una storia alla fine ridotta all’osso. Una scrittura, una presenza, una voce tanto dirompenti come quelle dell’autrice non hanno bisogno di essere “compensate” con scene leggere – non sarà questo l’obiettivo, ma questa rischia di essere l’impressione –, possono benissimo camminare da sole sui loro piedi, alla luce del sole.

Elisa Ciofini

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