La realtà oltre la realtà

I poteri forti, Giuseppe Zucco
(NNE, 2021)

Per leggere una storia bisogna, innanzitutto, crederle. Il giudizio di noi lettori sta a valle di questa credenza. A volte il patto che occorre stabilire con il testo – e di conseguenza con chi quel testo l’ha immaginato, scritto e corretto – richiede uno sforzo maggiore rispetto al solito. Per leggere e apprezzare i cinque racconti che compongono I poteri forti, il nuovo libro di Giuseppe Zucco (NN Editore), bisogna essere capaci di pensare alla realtà come a qualcosa che non si può interamente capire. 

Zucco già nel suo primo romanzo (Il cuore è un cane senza nome, Minimum Fax) ci aveva chiesto questo sforzo. Uno sforzo che nasce con la letteratura stessa e, forse in maniera ancora più radicale, con la necessità che abbiamo di raccontare storie. Nel suo primo romanzo un uomo si trasformava in un cane per manifestare la sua sofferenza amorosa, in questi cinque racconti le cose umanissime si mescolano ad eventi (quasi) surreali. Dentro questi incontri, però, non c’è mai il tentativo di arricchire la vita di argomenti inesistenti, piuttosto si rintraccia l’urgenza di raccontare qualcosa di più ricco, sovrabbondante, eccentrico e, per certi versi, anche schifoso.

Tolti i vetri, potremmo lasciare lo zucchero a terra, disse lui. Guarda le dune. I granelli così fini e immacolati. Potrebbe diventare la nostra spiaggia privata. (p. 11)

La fantasia è ciò che sta alla base di ogni processo creativo e si fonda sull’idea che ci sono cose che non si vedono anche se se ne percepisce la presenza. I poteri forti richiamati dal titolo, che è anche il titolo dell’ultimo racconto di Zucco, sembrano proprio queste entità che gravitano intorno alle nostre vite e che a volte decidono di farne parte per un po’. Hanno le sembianze di animali, di gesti, di ribellioni, di pensieri oscuri. 

Fu in quelle condizioni che lui si presentò al lavoro il giorno dopo. Le braccia annerite dai tatuaggi. La gamba destra dei pantaloni tagliata poco più giù della cintura. Il tatuaggio nuovo sulla pelle nuda e arrossata coperto dalla pellicola trasparente. (p. 126)

Oltre questo velo surreale che si appoggia sopra le storie di Zucco, c’è un filo rosso tracciato dall’amore. Questo è infatti presente, in forme e gradi di “maturità” diversi, in tutti i racconti. In Giuditta una coppia è scossa dalla risata improvvisa e malefica della moglie nel sonno; ne La pietanza un uomo è costretto a vigilare un portone, salvo poi tradire questo comando e incontrare una ragazza bellissima incatenata in fondo alle scale; in Quarant’anni il festeggiato sembra aver trovato la sua sposa e quindi il coraggio di affrontare il vuoto dalla cima del palazzo da cui intende gettarsi; in Un ramo spaccato in due due colleghi si incontrano, mentre lui ricopre la sua pelle di tatuaggi che descrivono le esperienze quotidiane, lei si libera sempre di più della maschera di trucco dietro cui si è celata; ne I poteri forti due liceali si baciano e si amano nel momento più sbagliato e quando tutto sembra chiederci di pensare ad altro. 

L’amore è dunque trattato secondo diverse prospettive e illuminato da molteplici luci. La scrittura di Zucco, infatti, premia e ripulisce costantemente i punti di vista dei personaggi, restituendoceli così umani e sofferenti. La luce è un oggetto a cui Zucco dedica molta attenzione. Le scene, infatti, sono spesso descritte nella luce che emanano e dentro cui si sviluppano. Ciò non è solamente il segno di una sensibilità caravaggesca dello scrittore (Caravaggio fra l’altro è punto di svolta nel primo dei racconti), piuttosto cifra stilistica del suo scrivere così lirico ed evocativo. 

Una luce sporca inumidiva le tende e le lenzuola. (p. 16)

Anche per questo disse ci penso io. E guardò ancora la donna. Chiuse la porta a chiave. Fulminò le scale. Uscì, e fu investito dall’ultimo sfarzo del sole morente. Riabituando gli occhi alla luce, controllò accuratamente che nessuno seguisse i suoi movimenti. (p. 59)

La costruzione paratattica dei periodi è raramente tradita e tutto, quindi, si descrive in modo chiaro ed evidente per quel che è. Il linguaggio è ricco e voluminoso, evocativo, “sporgente” e per questo sorprendente. Tali caratteristiche camminano a fianco delle storie che Zucco spinge fino ad un punto estremo, oltre il quale cadrebbero nell’assurdo. Il ritmo delle frasi non si perde e la lettura è piena di stimoli, illumina il volto del lettore che ne rimane stordito. 

Lui tirò giù la cerniera, lei gli leccò una guancia. Quando il vestito fu quella pozza nera ai suoi piedi, lui la guardò ancora, ma come infastidito. Il suo corpo, sebbene dentro una luce soffusa, si rivelò tanto cedevole e molliccio, e lui pensò che fosse molto meglio vestita che svestita. E se lei lo allacciò a sé, trascinandolo ancora sul divano, lui la baciò, e chiuse gli occhi, preferendo immaginarla piuttosto che guardarla. (p. 36)

In alcuni casi, però, la narrazione si fa meno incalzante e le cose accadono per pura inerzia, le frasi si affastellano e sembrano voler solamente allungare la strada che si deve percorrere. Sono momenti rari nel libro eppure stonano con la costruzione solida ed efficace che Zucco ci offre. In ultima analisi, Zucco si misura con una forma letteraria a lui cara – come sa chi ha letto la sua prima raccolta di racconti e le storie pubblicate su varie riviste letterarie –, che maneggia con mestiere. Di tutto quello che non viene raccontato, ma che tiene in piedi le storie (la teoria dell’iceberg di Hemingway), si percepisce l’eco e la presenza, come è giusto che sia quando ci troviamo davanti a un evento fantastico che non riusciamo ad abbracciare. 

Saverio Mariani


Foto di Daria Tumanova su Unsplash

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