Una moltitudine di voci: “Squali al tempo dei salvatori”

 

Se pensiamo alle Hawaii è facile che ci vengano in mente immagini di placida serenità: Somewhere Over the Rainbow suonata all’ukulele da Israel Kamakawiwo’ole, dei surfisti in forma smagliante, o ancora, delle ragazze che ballano la hula, allegre e con al collo delle ghirlande di fiori. Kawai Strong Washburn, col suo romanzo d’esordio Squali al tempo dei salvatori, pubblicato da Edizioni e/o e tradotto da Martina Testa, ci porta invece in un Paese ben lontano da questo immaginario, raccontandoci gli affanni causati dalla crisi economica del 2007. Le Hawaii ci vengono presentate dal punto di vista di chi quelle terre le abita e non da uno sguardo esterno, patinato ed edulcorante.

La storia è quella di una famiglia hawaiiana composta da madre, padre e tre figli, che vive in condizioni di povertà e che si ritrova a dover fare i conti con un miracolo: a inizio romanzo assistiamo al salvataggio di Nainoa, uno dei tre figli, che dopo essere caduto nell’oceano viene riportato a bordo della nave su cui si trovava da un branco di squali. Dopo essere stato salvato scopre di avere dei poteri curativi: la voce circola nel villaggio e la gente comincia a presentarsi a casa della famiglia di Nainoa per chiedere i suoi servizi. Malia, la madre del ragazzo, capisce di poter sfruttare i poteri del figlio per guadagnare soldi, e inizia così a far pagare tutti in cambio delle sue cure. Le aspettative della famiglia aumentano sempre di più finché Nainoa comincia a non sentirsi all’altezza del compito che gli è stato assegnato dal fato e dai genitori, e il suo senso di incapacità si aggrava ancora quando capisce che i suoi poteri curativi non funzionano come dovrebbero.

Il miracolo a cui assistiamo a inizio romanzo si configura dunque come una sciagura piuttosto che come una fortuna: da una parte Nainoa non riesce a reggere le pressioni derivate dalla sua condizione di predestinato e dall’altra Dean e Kaui, rispettivamente fratello e sorella di Nainoa, crescono alla sua ombra e sviluppano una certa avversione nei suoi confronti e nei confronti dei genitori, che hanno occhi solo per lui. Il salvataggio miracoloso di Nainoa e i suoi poteri potrebbero far pensare che il libro sia incentrato su questo personaggio, ma andando avanti nella lettura risulta chiaro che non è lui il protagonista. Verso la metà del libro, infatti, il personaggio muore scivolando da una scogliera e il resto della famiglia deve affrontare la sua scomparsa. Neanche il realismo magico è il fulcro della narrazione, ma rappresenta una sorta di MacGuffin utile a far partire l’azione e a scatenare i conflitti fra i protagonisti.

Di fatto, i personaggi centrali di Squali al tempo dei salvatori sono invece Dean e Kaui che, a causa delle tante attenzioni e aspettative nei confronti del fratello, devono crearsi un futuro facendo affidamento solo sulle loro capacità: Dean si allena per diventare un giocare di basket professionista, mentre Kaui concentra tutte le sue forze nello studio e nella hula, la tradizionale danza hawaiiana. Un’altra figura fondamentale all’interno del romanzo è Malia: è lei che acutizza, senza volerlo, le insoddisfazioni di Dean e Kaui, facendoli sentire inascoltati e invisibili.

Ogni personaggio ha una voce diversa e il modo di parlare di ognuno rispecchia il suo carattere e mette in luce le differenze con gli altri membri della famiglia. È interessante soffermarsi sulle discrepanze tra la lingua di Malia e quella di Dean, probabilmente le più lontane tra loro, così come lontane sono le loro visioni del mondo; un episodio che fa capire bene i contrasti fra i due si ha quando Dean entra in cucina e scopre Nainoa che rovista nella borsa della madre per rubare dal suo portafoglio. C’è una colluttazione tra i due fratelli e presto interviene anche la madre, che prova a dividerli:

«E più provava a tirarmi via e mi urlava di smetterla più era chiaro dalla forza nelle sue mani chi era il suo figlio preferito – da sempre – perciò mi rigirai e diedi un pugno anche a lei. Forte. Me le ero fatte un paio di risse a scuola, ma tipo soprattutto alle medie, e anche solo dare un cazzotto vero a Noa era una sensazione che non avevo mai provato. Ma nessuno di noi aveva mai picchiato un altro membro della famiglia come io picchiai mamma quella volta. Cioè quando la colpii – quando sentii proprio lo schiocco osso-contro-pelle – capii che mi stavo trasformando in qualcosa di nuovo, qualcosa di brutto». (p. 59)

Malia è però una donna forte, anche fisicamente, e non si scompone a seguito dell’aggressione del figlio. Lo affronta anzi a viso duro e lo scontro fra i due personaggi da fisico diventa verbale:

«Meni come una ragazzina» disse. «Ho preso botte peggiori al Walmart durante il Black Friday».
«Non so perché l’ho fatto» dissi.
«Non ci credo per niente» disse lei. «Secondo me lo sai eccome».
Aveva ragione. Quel pugno ce l’avevo nel cuore da anni, e rendermi conto che lei lo sapeva… Praticamente era come prendermi a cazzotti da solo.
«Quello sta diventando un cretino» dissi. «C’ha bisogno di una sistemata».
«Ha bisogno, non c’ha» disse lei. «Sul serio, Dean. Parla come ti abbiamo insegnato». (p. 61)

La frase che viene corretta dalla madre, in inglese suona così: 

«He’s getting stupid,» I said. «I was trying for fix it.»
«Trying to fix it,» she said. «Dean, seriously. Speak the way you were raised.»

La sostituzione del to con il for è un errore che Dean commette sistematicamente nel suo inglese sgangherato, ma quello che sarebbe un banale rimprovero di una madre al figlio in questo contesto assume un valore molto più profondo: le differenze nel linguaggio evidenziano le differenze più intime dei due personaggi, che sarebbero affrontabili se solo i due parlassero la stessa lingua.

L’eterogeneità delle voci è resa ancora più evidente dall’alternarsi di capitoli narrati in prima persona da Malia e dai suoi figli; Malia fa uso di un lessico che rimanda alle leggende hawaiiane, ma anche all’intimità del contatto familiare: fa spesso riferimento agli dèi e utilizza molte parole per descrivere la mitologia del luogo, allo stesso tempo però nelle sue interazioni col marito esce una donna affettuosa, carnale, con desideri sessuali che non ha paura di nascondere. Nainoa invece è un personaggio tormentato dai dubbi: il tono con cui si esprime lascia trasparire tutta l’incertezza legata al suo ruolo di salvatore, per cui non si sente all’altezza nonostante percepisca lo sguardo della comunità puntato su di lui. Il suo è un inglese pulito, vicino a quello della madre, al contrario invece di quello parlato da Dean e Kaui, che è vitale, sporco, e utilizza le storture della lingua parlata anche all’interno della narrazione: il loro modo di parlare è, così, agli antipodi rispetto a quello di Nainoa e Malia.

Essendo una delle caratteristiche che dona dinamismo alla narrazione, in traduzione è importante restituire questa moltitudine di voci. Martina Testa riesce in questo intento conferendo vitalità alla lingua dei personaggi: è vero che il narratore è indicato a inizio capitolo, ma sarebbe facile capire chi parla in ogni momento anche senza questa indicazione, tanto è ben caratterizzata la lingua di ognuno.

Una delle peculiarità più evidenti nel linguaggio della madre è il suo rivolgersi a Nainoa usando la seconda persona singolare, come se Malia, nel raccontare in prima persona le vicende, avesse designato il figlio come suo interlocutore esclusivo. Così facendo risulta evidente la sua vicinanza emotiva a Nainoa, una vicinanza resa ancora più chiara in italiano, dove Martina Testa decide di tradurre il passato nei capitoli narrati da Malia con il passato prossimo. Al contrario le parti narrate dal punto di vista di Dean e Kaui sono tutte tradotte col passato remoto; i due, inoltre, non si rivolgono mai al fratello usando la seconda persona singolare preferendo invece la terza persona singolare, a dimostrazione del fatto che Dean e Kaui non hanno con Nainoa lo stretto rapporto che invece la madre ha con lui.

L’inglese non divide i tempi verbali nello stesso modo in cui lo fa l’italiano, e il past simple può essere tradotto in maniera diversa a seconda del contesto. La scelta dipende quindi da vari fattori, ma, ciò che ci interessa nel caso di Squali al tempo dei salvatori, è la distanza emotiva del parlante rispetto agli eventi narrati: se il passato remoto mette una certa distanza fra il parlante e quello che viene raccontato, al contrario il passato prossimo esprime una vicinanza e un coinvolgimento maggiori.

Il divario emotivo tra i personaggi, tuttavia, cambia verso la metà del romanzo, quando Nainoa muore. Dopo questo episodio chiave tutti i personaggi si ritrovano proiettati nello stesso orizzonte emotivo e il tempo verbale usato vira dal passato al presente, provocando così un riavvicinamento tra i fratelli – come se la morte di Nainoa non dividesse, ma riunisse. Il cambiamento è evidente soprattutto in Dean, che, fin quando non trova il cadavere, è l’unico a proseguire nelle ricerche del fratello. L’assottigliarsi della distanza emotiva corrisponde a uno slittamento del tempo verbale da passato a presente, e dunque a un ricongiungimento tra Dean e Nainoa che, nonostante sia morto, occupa talmente tanto i pensieri del fratello da portarlo persino ad abbandonare i suoi sogni nel mondo del basket e a rinunciare quindi alla sua unica possibilità di emancipazione economica dalla famiglia.

Squali al tempo dei salvatori è un romanzo interessante per diversi motivi: innanzitutto è raro trovare una storia ambientata alle Hawaii, e in un panorama letterario come quello contemporaneo, che dà risalto a voci poco rappresentate, questo libro aggiunge un piccolo tassello utile a comprendere le molte voci d’America. Notevole anche il dinamismo della narrazione, che scorre fluida attraverso i tanti sguardi dei membri della famiglia Flores e che viene restituita con vitalità in italiano. Ma quello che più colpisce di questo libro è la gestione dei tempi verbali che muta nel corso del tempo e a seconda dei personaggi, e che viene arricchita in traduzione dall’inserimento della contrapposizione tra il passato prossimo usato da Malia e il passato remoto di Dean e Kaui – una scelta traduttiva non di poco conto che, in questo caso, risulta non solo coraggiosa, ma molto efficace.

Francesco Cristaudo

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