Se il silenzio non salva più, restituisci la voce

Ciò che nel silenzio non tace, Martina Merletti
(Einaudi, 2021)

silenzio-copertina-2Martina Merletti compie il suo esordio nel panorama letterario italiano: con Ciò che nel silenzio non tace, edito Einaudi, il modo in cui lo fa connota fin da subito la sensibilità di una giovane autrice che, con sfrontata delicatezza, si insinua nelle pieghe della Storia mettendosi in ascolto di tutte quelle storie piccole e silenziose che ne animano il lato lasciato in ombra. Questa attitudine è evidente già a partire dalla copertina dove, appena sotto al titolo – che riproduce un suggestivo verso di R. M. Rilke –, una domanda tagliente intercetta il lettore: «Puoi fuggire alla Storia quando ti accorgi di farne parte?».

Capitolo zero: agosto 1944, braccio femminile del carcere Le Nuove di Torino. Una suora salva da morte certa un neonato che altrimenti sarebbe stato deportato nei campi di concentramento assieme alla madre, prigioniera politica: con un panno imbevuto nel vino induce il bambino allo svenimento, lo fa scivolare nel carrello della biancheria, e col suo coraggio imprime una direzione diversa a quello che sarebbe stato il suo destino. Questo l’antefatto del romanzo, ispirato a una vicenda storica realmente accaduta che si è fatta primum mobile di un intreccio sapientemente costruito tra realtà e finzione.

L’autrice, alla terza pagina, catapulta il lettore nel 1999, definendo già quello che sarà l’andamento di tutto il romanzo, costituito da capitoli brevi, veloci episodi che legano non solo presente e passato, ma anche le storie di due diverse famiglie. A ridosso del nuovo millennio, in un paesino immerso nella nebbia della bassa padana, la famiglia di Teresa viene scossa da un lutto: Gilberto, il figlio maggiore, muore in un incidente in moto. Il lutto – e si scoprirà non solo esso – accomuna la storia di Teresa a quella di Aila Trabotti, ricercatrice quarantenne torinese, che ha da poco perso la madre Elda, numero di matricola 30 001 tatuato nel braccio.

Nel sistemare l’appartamento della defunta madre, Aila viene a conoscenza di un segreto che Elda aveva trovato difficile da svelare in vita – apparentemente più difficile dello spiegare alla figlia cosa avesse significato essere prima imprigionata per motivi politici, internata a Ravensbrück e poi deportata a Birkenau: in mezzo a tutta quella morte, Elda aveva generato una vita, dando alla luce il fratello – mai conosciuto – di Aila. Il silenzio che dolorosamente Elda aveva fatto calare sul suo segreto non ha avuto altra conseguenza se non segnare una profonda ferita che, come uno squarcio, la allontanava dal mondo, isolandola: se prima si era dovuta separare dal figlio per salvarlo, ora avrebbe dovuto separarsi da quel ricordo per salvare se stessa.

Il silenzio e la solitudine che irrimediabilmente ne deriva caratterizzano tutti i personaggi del romanzo, ma in particolare le tre donne di cui Elda incarna il passato e fa coincidere il presente, poiché il suo segreto costituisce il filo rosso che intreccia le loro storie. Le tre donne, inoltre, rappresentano tre modi diversi fra loro di essere donna nella piccola e nella grande Storia. Suor Emma è una militante non convenzionale di una religione personale: al servizio dei più deboli, è dedita all’esercizio dell’accoglienza che pratica a discapito delle proprie emozioni, celate al fine di creare uno spazio accogliente per il prossimo, esercitando un «silenzio che spesso suo padre le aveva rimproverato» ma che «sembrava congenito».

Aila Trabotti è una donna omosessuale che nell’estate del ’91 si trova a Firenze durante le manifestazioni organizzate per la VII Conferenza Internazionale sull’AIDS assieme alla madre e a Giulia, la sua compagna, che in quell’occasione conosce per la prima volta Elda: Giulia aveva imparato, di lì in poi, a dare una spiegazione al bisogno di solitudine che spesso coglieva Aila, «e forse proprio il fatto di essere sua figlia aveva portato lei e Giulia a costruire un equilibrio di silenzi congiunti».

C’è poi Teresa, infine, che a venticinque anni aveva visto le bombe, aveva sofferto la fame e, sfollata col marito in un paesino con l’illusione di poter sfuggire alla guerra, non ne voleva sapere niente delle storie che Domenico sentiva alla stazione in cui lavorava. Nonostante i suoi sforzi di tenersi fuori dalla Storia, la Storia un giorno bussa alla sua porta: «non puoi scappare e allora, allora come la nascondi la guerra?».

Come solitudini che danzano nel silenzio, queste tre donne arrivano ad un certo punto della storia a inciampare l’una nell’altra e a rialzarsi, finalmente, forti del comune desiderio di parlare. Una atavica necessità, piuttosto, di sciogliere il silenzio che per troppo tempo aveva aleggiato attorno al segreto di Elda e del bambino evaso dal carcere. Sono notevoli, in questo processo, la cura e il rispetto che Merletti dimostra nell’innestare storie immaginate in vicende autentiche avvenute in uno dei capitoli più dolorosi della nostra storia contemporanea. Inoltre, è interessante che l’autrice si sia dedicata a dare voce a quelle storie che, in questo amaro capitolo, vengono tendenzialmente scritte come semplici note a margine.

La penna dell’autrice si muove abile e delicata, pungente talvolta, nel dipanare tre storie che finiscono per intrecciarsi nuovamente evocando un piccolo cosmo, una storia nella Storia, che fa emergere l’immortale necessità di interrogare il passato per colmare le lacune del presente. Quanto alla domanda iniziale, se non è possibile dare una risposta certa, si potrà quantomeno avanzarne una possibile? Probabilmente no, alla Storia non è dato sfuggire; tuttavia, si può decidere, quando questa pretende di far calare l’ombra su certe sue parti – specialmente quelle raccontate da donne, poiché «a parlare, come sempre, erano i soldati» – di restituire la voce a ciò che, in mezzo al silenzio, non può tacere.

Beatrice Palmieri

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