Boris Ryžij e la tragedia di essere poeta

Il 7 maggio 2001, a Ekaterinburg, in Russia, moriva Boris Ryžij, poeta riconosciuto dai suoi connazionali e premiato, che a ventisei anni aveva già dimostrato il suo talento nel panorama culturale post-sovietico e cominciava la sua ascesa verso la Mosca intellettuale. Oggi il ventesimo anniversario della sua morte.

Ryžij si tolse la vita. Morì impiccato a una trave della sua casa dove conviveva con la moglie e un figlio di circa quattro anni.
Erede di Puškin e Brodskij, è stato un poeta “diviso” sotto vari punti di vista. Cresciuto in un ambiente povero, seppure da famiglia agiata, frequentava fin da piccolo quei luoghi che offrono una realtà cruda, assolutamente non privilegiata e tantomeno filtrata. Ryžij impara quindi la boxe, comincia a difendersi dai bulli della zona e con la sua combriccola si accorge presto che nessuno di loro avrà vita facile, e probabilmente nemmeno felice.

Si appassiona presto alla geologia (si laureerà alla facoltà di Geofisica e Geoecologia dell’Accademia mineraria degli Urali) e alla poesia, che appare come una via di fuga dall’ambiente circostante. Ryžij tuttavia è stato un poeta vero e non utilizzò la poesia come semplice mezzo di evasione, o come rimpiazzo di una vita intellettuale improbabile in alcune delle sue frequentazioni (non tutte). Nelle poesie racconta il suo vissuto. Non è un mezzo d’astrazione, al contrario: è terribilmente reale. Mosca lo esalta a gran voce come eroe popolare, poeta delle strade. Viene invitato in televisione, vince importanti premi nazionali. Ma il divario esiste e aumenta poiché lui non è né l’uno né l’altro. Non è solo il ragazzo della strada che beve (seppure soffrisse di alcolismo) e cerca di sbarcare il lunario; e non è neanche l’intellettuale dalle parole ricercate che si aspetta il Gran Palazzo. Nella sua estrema sincerità non può fingere di appartenere a uno dei due mondi.

Comincia a scrivere molto presto. Partecipa con le sue prime poesie ai piccoli concorsi locali e ne vince molti. C’è da ricordare che in Russia la poesia tra i giovani è vista diversamente che nel resto del mondo: ci sono parecchi ragazzi che cominciano a scrivere prestissimo e ne fanno un vanto. Si potrebbe dire che è una moda, un po’ come qui in Europa va molto scrivere testi rap e condividerli con gli amici.
Il giovane Ryžij va in giro per il proprio quartiere tra piccole delinquenze e le rappresentazioni poetiche di queste. Quello che può raccontare ed è disposto a raccontare è proprio ciò che lo circonda, dall’ubriacone sotto casa alla donna della sua vita, Irina Knyazeva, che diventerà poi sua moglie.

La differenza tra contesto cittadino – ovvero della vita evidente – e quello intellettuale non sono l’unica causa di una divisione interiore per Ryžij. Boris nacque infatti nel 1974, a Čeljabinsk, quando la Russia era ancora Unione Sovietica. Assisté con curiosità e interesse alla perestrojka e si accorse di come dopo poco o nulla fosse realmente cambiato. L’idea di una Russia più sana e più equilibrata, lì nei quartieri periferici di Ekaterinburg, non si era realizzata. Con rassegnazione e ironia lo denunciò nei suoi testi.

Nella sua poetica si nota il passaggio tra due epoche diverse per la storia di una nazione. A differenza di altri poeti contemporanei russi, le poesie di Ryžij mantengono una forma legata a una Russia sovietica, poco occidentalizzata rispetto a quella attuale. I punti di riferimento del poeta degli Urali sono i russi: uno fra tutti è Iosif Brodskij, il poeta fuggiasco che scriveva alla maniera dei russi ma denunciando il regime sovietico direttamente dagli Stati Uniti. Ryžij parla di Brodskij come un padre, non solo letterario ma anche umano.

Boris Ryžij visse tra l’idea di una fuga altrove (anche fisica, se necessario) e un legame profondo alla propria terra. L’idea che lì, nella Russia degli Urali dov’era cresciuto fosse destinato a rimanervi per il resto della propria vita, generando quindi un effetto di amore-odio per la propria città e creando piccoli circoli intellettuali dove con diversi giovani poeti passava le giornate a recitare poesie e a scriverne. Conviveva con le alternate sensazioni di essere un grande poeta e di essere un nullafacente illuso. Oscillando tra queste due convinzioni, Ryžij trovò conforto nell’alcol – che lo accompagnò fino alla morte – nelle amicizie e nella poesia, e infine scelse la strada più ardita. Tuttavia, come lui stesso disse, nacque (inevitabilmente) poeta, ed è proprio lì che comincia il dramma: «ogni poeta ha bisogno della sua tragedia. Ma la tragedia consiste nel solo fatto di essere poeta, di esserci nato, non serve nient’altro».
In particolare, un documentario realizzato nel 2009 dalla regista russo-olandese Aliona Van der Horst tratta con sensibilità e accuratezza la vita di Boris Ryžij. Ne consiglio la visione a chi volesse approfondire.

Come scritto precedentemente, la poesia di Ryžij appartiene a un “periodo di mezzo” tra la poesia russa novecentesca e quella contemporanea, tra il pre e il post crollo dell’Unione Sovietica.
Traccia fondamentale nella poetica di Ryžij è la ricerca musicale. Quasi sempre la rima c’è ed è alternata, e i versi sono brevi, spezzati; il componimento stesso è raramente più lungo di una pagina cartacea. Proprio per questo motivo tradurre fedelmente le poesie di Ryžij è difficile, e forse anche per questo la sua fama in Europa è stata compromessa. Ogni termine è scelto dopo uno studio sonoro e semantico sulla base delle parole scelte in precedenza.

I temi narrati da Ryžij sono perlopiù privati, riguardano infatti l’ambiente a lui circostante, che solo raramente tende a parlare a una nazione o a una città intera. Le poesie di Ryžij appaiono destinate ai suoi amici, al suo vicino di casa, a sua moglie. Ma appunto “appaiono”, dal momento in cui partendo da esperienze circostanziate, riescono a indagare sentimenti universali, con astrazioni comprensibili e illuminanti anche a chi quegli ambienti non li ha mai conosciuti.

Seguendo questo discorso, le poesie di Ryžij sono spesso dichiaratamente destinate a qualcuno. La presenza di un “tu” è visibile e ripetuta. Ryžij, come poeta-narratore, si riferisce a qualcuno, vivo o morto che sia, che abbia fatto o faccia parte della sua esistenza. E sono tutte persone che solo lui e i suoi intimi possono conoscere davvero. Un esempio è la poesia alla madre, di cui cito una parte nella traduzione di Annelisa Alleva:

[…]
E verrà il tempo dopo, dopo,
quando non su una in bianco e nero, ma su una foto
a colori, non su una foto, ma per davvero
io ti abbraccerò proprio così, sul serio,
e ti spariranno le rughe intorno agli occhi, alla bocca,
tu diventerai una bambina – oh, per sempre! –
con il nastro rosso, che si agita al vento.
… Quando tu te ne andrai, quando io morrò.

Non solo questo. Nello spaccamento vissuto da Ryžij durante la sua vita, il poeta parla di frequente a se stesso. Si vede sotto diversi punti di vista. Non sa più chi è. Quindi si critica, si giudica e si guarda allo specchio o si rivede su una panchina ubriaco, nella piazza solitaria e buia del proprio quartiere.

In Europa Boris Ryžij non è particolarmente conosciuto, in Italia ancora meno. Per quanto la sua fama in Russia continui a crescere, nel nostro paese il poeta di Čeljabinsk non è stato ancora davvero notato. Oltre a diverse traduzioni in antologie, ad esempio quella a cura di Mauro Martini – nella traduzione di Valeria Ferraro -, La nuovissima poesia russa, edita da Einaudi nel 2005 o Poeti russi oggi, a cura di Annelisa Alleva e pubblicata da Libri Scheiwiller nel 2008, Ryžij è stato tradotto anche su diverse riviste online. Si ricorda in particolare la traduzione di Alessandro Niero per Nuovi Argomenti, che dedica particolare attenzione alla ricerca musicale.
Solo nel 2018 compare in Italia un libro unicamente dedicato a Boris Ryžij. Si chiama … E così via …, tradotto da Laura Salmon e pubblicato da Il Ponte del Sale. Quindi solo dopo diciassette anni dalla sua morte si è cominciato a prestare una reale attenzione a questo poeta russo, degno del più famoso Esenin.

È probabile che l’attuale poco successo di Ryžij derivi anche dal fatto che non può essere considerato un classico novecentesco, essendo scomparso troppi pochi anni fa, e allo stesso tempo non può essere visto come un puro contemporaneo, dal momento che non ha l’appeal europeo di altri suoi coetanei, i quali sia per esperienze diverse che grazie a una vita più longeva hanno assistito e tratto maggiori informazioni dall’avvento della globalizzazione, richiamando un maggiore riscontro da parte degli occidentali.

Ryžij oggi avrebbe compiuto quarantasette anni. Oggi, appunto, il ventesimo anniversario della sua morte. Lo celebriamo con la speranza di poter avere in futuro nuove traduzioni dei centinaia di componimenti da lui scritti in vita. E sicuramente con la volontà di poterlo vedere celebrato anche da altri – sempre di più – in futuro.

Vittorio Parpaglioni

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