Se potessimo fare una raccolta dei rifiuti del passato, da cosa inizieremmo?

Il valore affettivo, Nicoletta Verna
(Einaudi Stile Libero, 2021)

ValoreAffettivo_CopertinaOKA varie riprese Nicoletta Verna afferma che la gestazione del suo primo romanzo, Il valore affettivo, è durata svariati anni, in cui si sono susseguite diverse stesure, ripensamenti e rimaneggiamenti. Questo ottimo lavoro di lima le è valso la Menzione Speciale della giuria del Premio Italo Calvino 2020, cui è seguita la pubblicazione per Einaudi nel marzo 2021 e una eccezionale accoglienza da parte della critica. Non solo: tanta dedizione si è tradotta in un romanzo che si affaccia nel panorama editoriale italiano con una maturità e una intensità davvero sbalorditivi.

È anacronistico e talvolta ozioso tentare di confinare un romanzo in un genere letterario specifico e questo vale ancor più per l’esordio dell’autrice romagnola, che racchiude in sé una miriade di spunti, classici e attuali: il suo è un romanzo famigliare e allo stesso tempo è un romanzo psicologico. È un romanzo che sta a metà tra il mondo dei vivi e dei morti, della realtà e dell’illusione, della certezza e dell’incubo. È una storia che volutamente mostra il mostro che riposa negli abissi di ogni essere umano – e che per questo può risultare a tratti turbante, ma certamente necessaria: mette in scena una fenomenologia del senso di colpa.

Bianca, la protagonista, è una bambina mai cresciuta: la sua vita (psichica) si blocca dopo che, a soli sette anni, la disgrazia si abbatte sulla sua famiglia marcando inesorabilmente uno spartiacque tra la felicità più genuina e il vuoto più straziante. Un incidente dai tratti poco chiari le toglie per sempre la sorella maggiore, Stella, e il peso del lutto è insostenibile per tutti: lo è per la madre, che trova riparo nel mondo sterile e di apparenze che è la tivù, di tanto in tanto tentando il suicidio quando anche quelle apparenze non bastano più ad anestetizzarla; per il padre, che cerca di rifarsi una vita in Svizzera. Per Bianca, infine, l’insostenibilità del lutto si traduce in senso patologico: il dolore viene spazzato via dal senso di colpa, che annichilisce ogni emozione e prende il controllo di ogni suo pensiero e azione. Da lì in poi, Bianca esisterà solo per redimere la sua colpa e rievocare l’amata sorella.

Il lettore assiste così al compiersi della (non) vita di Bianca – in una trama che alterna il racconto del presente a flashback che ne completano la comprensione – dove tutto è finalizzato all’attuazione del piano: tutto ciò che accade dopo la morte di Stella è accuratamente e oculatamente architettato dalla protagonista con una freddezza che, talvolta, rende faticoso empatizzare con lei. Lavora senza passione in una azienda che fa ricerche di mercato e sempre senza passione conduce una lussuosa vita nel centro di Roma col compagno Carlo, cardiochirurgo di fama mondiale che in passato fu suo professore, quando, senza passione, frequentava l’università. Bianca sceglie Carlo come patrimonio genetico: pianifica di concepire una figlia con lui per riportare in vita Stella e affrancarsi agli occhi dei genitori.

 A Bianca rimane solo il corpo, bellissimo, asettico e senza emozioni, per avere l’illusione di destreggiarsi negli accadimenti della sua vita: la sua bellezza fisica è lo strumento con cui, in principio, tenta di riappropriarsi di sua madre diventando una starletta della tivù spazzatura; è sempre per mezzo della sua bellezza che, poi, si appropria di Carlo, badando bene di tener nascosto tutto il retroscena di morte e orrore che l’ha devastata all’interno. La vita psichica di Bianca si riduce a fantasie e ossessioni che affondano le radici in due pulsioni ancestrali dell’animo umano: il senso di colpa e il senso del possesso. Il primo si fa motore di tutta la vita di Bianca dopo la disgrazia, dando l’impressione al lettore di stare assistendo a un lungo e nebuloso incubo, alla narrazione di una realtà deviata, intrisa di pensiero magico. Il secondo, invece, si traduce nella fissazione a controllare le vite degli oggetti e si trasforma in una monomania, quella di fare compulsivamente la lista mentale dei rifiuti.

«Quella delle piante e in genere delle cose viventi è una lista dei rifiuti a parte, che aggiorno solo periodicamente ma a cui dedico estrema attenzione. È lì che avverto con ancora più evidenza il vuoto che invece per gli altri è il valore affettivo».

L’autrice sviscera ina maniera letteralmente chirurgica tematiche che appartengono alle pieghe più recondite dell’animo umano – il lutto, il possesso, la colpa, la maternità – che si fanno simboli in una trama capace di bilanciarli sapientemente e inserirli in un contesto tutto contemporaneo, dominato dai mass media e dal consumismo. Lo fa con uno stile magnetico, capace di immobilizzare a tratti il lettore, per poi trascinarlo con sempre più avidità verso un finale che è come un risveglio improvviso dopo un brutto sogno: si mette in discussione tutto quello che è successo prima, ma si continua a brancolare in uno stordimento quasi seducente.

Di quanto passato ci dobbiamo disfare per vivere il presente? Quanto dobbiamo punirci per poter arrivare a perdonarci? Quanto dobbiamo lavorare di sottrazione sulle aspettative e le illusioni per appropriarci della realtà? Verna mette in scena una storia dove queste domande sono portate all’estremo, riuscendo però a far riflettere su come, in fondo, anche in condizioni meno eccezionali, quello che siamo coincide con quello che di noi abbiamo voluto salvare.

Beatrice Palmieri

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