Un bosco non è (solo) un insieme di alberi

L’albero, John Fowles
(Aboca, 2021 – trad. M. Falconetti)

L’essenza più intima de L’albero – un breve e sfizioso “saggio narrativo” che John Fowles, autore del celebre La donna del tenente francese, pubblicò nel 1979 e che viene ora riproposto da Aboca – si rintraccia tutta in un episodio che lo scrittore inglese riporta più o meno a metà libro. Da appassionato di botanica, Fowles durante una passeggiata in un bosco in Francia, scorge una piccola colonia di Orchis militaris (una orchidacea il cui fiore assomiglia a un casco militare). Da tempo Fowles avrebbe voluto vederla dal vivo. Racconta: «caddi in ginocchio davanti a lei, un gesto che qualsiasi botanico conosce bene. Per essere sicuro, la identificai con in mano il Clapham, Tutin e Warburg [un famoso libro di botanica, ndr], la misurai, la fotografai e calcolai dove fosse sulla mappa in caso di ricerche future» (pp. 78-79).

La pianta, in altre parole, non appena scorta divenne una cosa da possedere, misurare, segnare, fotografare. Quella che il filosofo francese Henri Bergson avrebbe chiamato “la funzione analitica dell’intelligenza umana”, si era impossessata di Fowles. Lo sguardo dell’autore inglese nei confronti delle Orchis militaris divenne tecnico, incapace di guardare alle cose della natura nel presente in cui si sono manifestate. Prosegue su questo aspetto Fowles, generalizzando il discorso:

Ci manca la fiducia nel presente, in questo momento, in questo “guardare” autentico, perché la nostra cultura ci impone di aver fiducia soltanto in ciò che viene riferito, formulato pubblicamente, editato, ciò che viene collocato in una prospettiva chiaramente artistica o chiaramente scientifica. (p. 80)

L’architrave teorico su cui si appoggia tutto il saggio è proprio questo: lo sguardo scientifico e artistico è “limitante”, perché finalizzato a un’azione, a un gesto, all’utilità. La “cosa” che viene percepita è dunque un oggetto esterno che va analizzato, studiato e rappresentato. Il nostro rapporto con la natura è allora viziato da una impostazione del pensiero che – e forse questa è la parte meno strutturata dell’intero saggio – secondo Fowles nasce e si sviluppa con la scienza vittoriana. L’autore però non approfondisce il tema dell’origine scientifica del nostro modo di guardare e interagire con la natura, lasciando un buco nell’argomentazione generale che pur si tiene. 

Fowles con le sue riflessioni intende smontare il principale modo in cui si configura il rapporto uomo-natura ma, al contempo, ne propone un altro più genuino e rispettoso delle dinamiche naturali. Egli compie questo doppio movimento anche, e soprattutto, in quanto scrittore che si interroga sulla propria disciplina. La scrittura, un’arte che deve traslare in parole delle immagini, è una delle espressioni massime dell’oggettivazione delle cose naturali. 

Dare un nome alle cose significa sempre, implicitamente, classificarle e perciò raccoglierle nel tentativo di possederle; e poiché l’uomo è una creatura con una spiccata vocazione all’accumulo […] i semplici nomi, e gli oggetti a cui sono legati, sono destinati in breve tempo a diventare obsoleti. (pp. 47-48)

È ovvio che riflessioni di questo tipo potrebbero portare a conseguenze estreme, come l’assoluto silenzio di fronte alla natura e al rigetto di ogni sguardo tecnico-scientifico, così come di quello artistico. Questa però sarebbe una conclusione tanto ingenua quanto utopica che, quindi, Fowles scarta a prescindere. Tuttavia è sul concetto di caos verde che l’autore inglese si sofferma più volte, quasi a voler porre un termine assoluto a cui tendere le proprie azioni e intenzioni (un trascendentale, avrebbe detto Kant). Il caos verde è l’apparentemente indisciplinata moltitudine di alberi che compongono un bosco, l’indefinibile ordine-disordine con cui un sistema naturale si autoregola. Un bosco, infatti, non è solamente un insieme di alberi, bensì un “sistema” che per quanto disordinato si può pensare soltanto nella sua totalità. Una totalità che sfugge, dice Fowles, a qualsiasi definizione, si sottrae ad ogni rappresentazione artistica la quale, di fronte alla stupefacente grandezza di un bosco, impallidisce. 

In queste nostre terre così a lungo coltivate e sfruttate economicamente, i boschi restano gli ultimi scampoli di natura relativamente incontaminati (p. 118).

Il caos verde è pertanto un insieme che non può essere scomposto, una totalità (di processi, di cose, di frutti e potenzialità) che impone a noi osservatori la sua forza proprio in quanto totalità. Lo sguardo allora non riesce ad abbracciare interamente il bosco, non sa come “controllarlo”. Di fronte a questa mancanza, dice Fowles, l’uomo e lo scrittore di solito vacillano spaventati; al contrario essi dovrebbero guardare con più profondità dentro il verde del bosco fino a riconoscere se stessi. 

Saverio Mariani


Photo by Gilly Stewart on Unsplash

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