“La terza geografia” di Carmine Valentino Mosesso

“La terza geografia”, Carmine Valentino Mosesso
(NEO., 2021)

Non è necessario determinare Carmine Valentino Mosesso in un certo ambito poetico. Non è necessario, quindi, definirlo “poeta-contadino” come ho letto in diversi articoli che lo riguardano. Nonostante questo, per quanto la vita di un poeta sia vagamente importante per analizzare la sua poesia, ci tengo a fare un brevissimo accenno: Mosesso è nato nel 1994 e vive autonomamente in campagna, per scelta. Sostanzialmente, vive con la natura.

La raccolta La terza geografia è la sua opera prima ed è pubblicata da NEO. Edizioni. È uscita a metà luglio. Tra le cose è anche una raccolta politica; come raramente se ne leggono oggi. In questo modo i collegamenti storici-culturali riportano quindi alla metà del Novecento, a una poesia-manifesto come poteva essere quella di Pasolini, Ingeborg Bachmann e altri. Ma andiamo per gradi.

La raccolta si divide in cinque sezioni (La terza geografia; La medicina del paesaggio; Madre-paese; Poesie d’amore; Esercizi di una nuova umanità) ed è chiusa una postfazione a cura di Walter Miraldi. Il tema che desta più attenzione è quello del paese, un paese perduto e dato in pasto al consumismo. Il paese è fraternità, famiglia; perderlo o non riconoscerlo significa perdere il rifugio, il luogo dove riconoscersi e dove tornare a se stessi.

I paesi si salveranno

e salveranno anche gli uomini e le donne

che ci sono dentro

e intorno, a Nord, a Sud, al Centro.

Come non lo saprà nessuno,

faranno come hanno sempre fatto:

una mela in due, un fil di ferro,

e la sorpresa del miracolo.

Chi vive il paese, ovvero il pastore e gli “uomini anziani”, come scrive Mosesso, è colui che appartiene a se stesso. Solo lui e chi segue questa via può esserne in grado. Al contrario le calde case cittadine danno la sensazione di obitori statici dove l’essere umano si illude di potere trovare un’appartenenza. Leggendo le poesie di Mosesso si ha la sensazione di dovere accettare qualcosa di molto grande per vivere una vita serena; e io credo si tratti proprio della morte, in qualche modo; di una vita scandita da un tempo naturale e non da artifici. Ciò che impressiona infatti in questa silloge non è tanto la ricerca maniacale e folle quanto la calma e il punto di arrivo, che ergono Mosesso a persona adulta (non solo poeta), capace di parlarsi oltre che di parlare.

C’è un’ulteriore analisi tematica da affrontare. Mosesso riesce a parlarci di qualcosa che credo molti esseri umani abbiano tradito o trascurato: il corpo. Questa materia pesante e sformata, che è sempre più un peso in compenso all’intelletto colpito continuamente da impulsi, è spesso dimenticata. In Mosesso, il corpo è un luogo sia da abitare che da scoprire. È infine una casa che qualcuno ci ha regalato.

Prendete il vostro corpo,

spezzatelo col pane, verranno fuori zolle,

grani, fango e reni,

gli ingredienti antichi della nostra terra.

In secondo luogo la sua poesia ha un carattere rassicurante. Mosesso, con una consapevolezza saggia – eremitica si potrebbe dire -, accompagna il lettore in una riscoperta di determinati paesaggi sfruttati spesso, oggi, per una vacanza o una gita. I versi che lui scrive hanno il sentore di una filosofia dell’uomo per il paesaggio e viceversa. Il limbo sociale-cittadino con cui prima o poi tutti si scontrano ha una medicina in quei luoghi di passaggio, che se vissuti per giorni (in solitudine magari) tendono a spaventarci. Esempi possono essere il bosco la notte, la campagna nel silenzio, gli animali difficili da domare.

Una stonatura forse è che questo mondo narrato appare a volte troppo idilliaco per essere vero. In qualche modo è come se – appunto: anche da un punto di vista politico – Mosesso tentasse di venderci questo mondo, in maniera onesta ma anche troppo appassionata.

Nonostante questo, la raccolta è degna di nota e regala uno spaccato sincero su una condizione umana a cui, credo, molte persone pensano con malinconia e timore.

Il terzo paesaggio di Clement,

l’aiuola al centro della via

lo stesso minerale che oggi ci compone

domani sarà dentro a una crepa

nel seme bruno di una mela.

Io terra, io centro, chiave, rovo, verme, io periferia

abitare un luogo è diluirsi un poco con se stessi

perché è da sempre che viviamo dentro al mondo

ma in corpi diversi.

Vittorio Parpaglioni

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