Santi numi: martiri e beati in osteria

Santi numi, Jacopo Masini
(Exorma, 2021)

Santi numi

Come spesso succede, l’epigrafe di un’opera narrativa dice già molto del suo contenuto. In questo caso, lo scopo di Santi Numi si può riassumere nella citazione tratta da Il Novellino (riscritto da Aldo Busi e Carmen Covito) che Jacopo Masini sceglie per introdurre la sua raccolta di racconti:

«Nostro signore Gesù Cristo, al tempo in cui parlava con noi da uomo a uomo, disse, tra l’altro, che la lingua si muove quando il cuore straripa. […] Ma, se Dio non ha niente in contrario, si può muovere la lingua anche per rallegrare e tener su e dare una mano al corpo; quindi facciamolo, ovviamente con la massima morigeratezza e signorilità possibili»

In Santi numi non si sente un cuore che straripa, ma piuttosto una chiara voglia di intrattenere e divertire.

L’ispirazione che muove la scrittura di Masini viene dalle vicende delle vite di santi, ma anche da detti popolari e tradizioni della Valle del Po. I protagonisti del libro sono «donne e uomini che, secondo le cronache e i testimoni dell’epoca, giunsero a una loro speciale forma di beatitudine e persino di santità, quasi completamente misconosciuta e, in alcuni casi, del tutto priva di senso». Il corpo principale della raccolta è infatti composto da dodici racconti, ognuno dei quali è una rivisitazione di noti episodi biblici riportati ai giorni nostri. In questo modo, Masini procede ad una dissacrazione di alcuni degli avvenimenti più conosciuti della storia Cristiana: l’annunciazione della nascita di Gesù avviene in coda ad un Supermercato Conad; San Francesco – prima di diventare tale – è rappresentato come un figlio di papà che portava a guzzare le più belle ragazze del paese; il profeta Giona passa le sue giornate a bere Malvasia e giocare a briscola al bar; la bella Giuditta che taglia la gola a Oloferne è un’avvenente vedova con una scollatura da far girare la testa.

A inframezzare queste narrazioni, Masini pone numerosi microracconti che riportano alcuni episodi di santi “minori”, le cui vicende ruotano spesso attorno a bar e osterie. È in queste pagine che troviamo i personaggi più grotteschi e surreali. La beata Iris Robuschi, per esempio, è convinta di poter guarire i malati ungendoli col burro, e viene tragicamente uccisa da un idraulico che la investe con la macchina, dopo averla gentilmente invitata a «dare via il culo»; Antonio di Vicofertile è invece solito cospargersi di letame ogni giorno «per sentirsi in comunione con la terra e con gli animali»); Valer Pattini (detto il Valter delle Api), è invece passato alle cronache perché, dopo essere miracolosamente sopravvissuto alle punture di uno sciame di api, muore a causa di un morso inflittogli da sua sorella.

Nel raccontare queste storie, Masini utilizza un tono ironico e canzonatorio e una scrittura dal ritmo costante e uniforme. Questa uniformità di stile è sia un punto di forza che una debolezza del libro: se da un lato l’andamento costante della prosa aiuta a creare un microcosmo di storie perfettamente integrate tra loro, dall’altro il rischio è quello di annoiare il lettore, perché dopo aver letto i primi racconti sembra non esserci più nulla che possa veramente sorprendere.

Se è vero che una buona raccolta di racconti deve avere una sua coerenza interna – per evitare di trovarsi davanti a un semplice assemblaggio di parti diverse di un corpo – è anche vero che è altrettanto importante riuscire a comporre il libro in modo tale da lasciare sempre un po’ di aspettativa e curiosità.

Tra gli espedienti stilistici ricorrenti troviamo per esempio l’uso degli incisi e delle divagazioni, attraverso le quali l’autore sembra voler sfidare chi legge a non perdere il filo del discorso, oppure le parentesi ricorrenti, tramite cui Masini ingaggia un vero e proprio dialogo – spesso canzonatorio – con il lettore:

«È un fatto piuttosto noto (e se non lo è, abbiate pazienza, non sappiamo cosa farci) che in svariate culture del mondo compresa la nostra (e se non sapete qual è la nostra, non è che possiamo star qui a spiegarvi tutto) gli incroci e i crocicchi sono luoghi di incontro con gli spiriti, le divinità, a volte col demonio».

Queste tecniche aiutano ad amplificare il carattere ironico della narrazione, ma allo stesso tempo rendono Santi Numi una raccolta eccessivamente uniforme nei toni e nelle intenzioni.

Ci sono tuttavia due racconti che sembrano collocarsi in una dimensione più intima e meno scanzonata. Il primo è La beata Ines di Gorgo, in cui una giovane ricca di famiglia si ritrova per puro caso a fare la cameriera, scoprendo che in realtà «servire la gente era una cosa che le andava a genio». Il racconto è lungo solo una pagina e mezza, ma Masini riesce a concentrare in poche battute la tenerezza di una storia semplice, staccandosi per un attimo dalle vicende rocambolesche che compongono il resto del libro.

Il secondo esempio è invece La venerabile Nanda Azzali di San Pancrazio e la storia dell’uva; anche in questo caso la protagonista è una giovane donna – anzi, «una ragazzina di dieci o undici anni, che nelle cronache si fa alla svelta a scrivere giovane donna per la vergogna di scrivere che era praticamente una bambina» – a cui il padre affida il compito di nascondersi nella vigna per cogliere in flagrane il ladro che da giorni saccheggia la loro proprietà. L’epilogo del racconto lascia intravedere il lato più delicato della scrittura di Masini, ed è un peccato che questo aspetto non emerga maggiormente anche nel resto del libro.

Ecco che allora ritorniamo all’epigrafe: Santi numi è un libro senza troppe pretese, che non intende elevare gli spiriti di chi lo legge, ma piuttosto intende quasi dimostrare che ci si può prendere gioco anche della sacralità (sempre con «la massima morigeratezza e signorilità possibili»). L’impressione è che l’obiettivo sia stato solo in parte centrato, e che una maggiore attenzione allo stile e al montaggio dei racconti avrebbe potuto rendere questa raccolta ancora più divertente e accattivante.

Francesca Rossi

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