Le rovinose: splendori e miserie della violenza


Le rovinose, Concetta D’angeli
(Il ramo e la foglia, 2021)

le rovinose

«L’annientamento, Silva, l’annientamento, come da bambina! Lo rincorrevo con desiderio e paura quando nel buio delle discoteche tagliato da lampi di luce, nell’incalzare ossessivo della musica, m’abbandonavo alle braccia che m’afferravano, alle gambe che s’infilavano tra le mie, alle bocche che mi baciavano. Fra quei pezzi d’anatomia anonimi diventavo niente, ci trovavo salvezza e male, un male cominciato tanto tempo fa».

Pare naturale che una vicenda personale ambientata negli anni di piombo sia legata a doppio filo con l’esplosione di violenza che ha caratterizzato questo periodo storico; si tratta di una violenza diffusa, che non si preoccupa di nascondersi ma si mostra apertamente, senza vergogna. Non si tratta solo della violenza fisica ed esplicita, o di quella degli attacchi terroristici. Le rovinose trabocca di personaggi che in un modo o nell’altro fanno violenza soprattutto a sé stessi, per poi imporre agli altri, talvolta inconsapevolmente, le conseguenze di questa frustrazione.

Il perno della narrazione è il rapporto ambiguo tra Silvana e Clara, mai realmente legate, mai del tutto separate. Si presentano sin da subito come una coppia di opposti: Silvana più ombrosa, asciutta, razionale e un po’ nevrotica, e Clara di una bellezza disarmante e abbagliante, impigrita nella sua consapevolezza di essere sempre la più appariscente, delicata e prepotente allo stesso tempo. Il fascino reciproco è immediato, anche se inizialmente inspiegabile, e su di esso le due ragazze costruiscono un rapporto ambiguo, sempre sbilanciato da un lato o dall’altro, ma sempre gorgogliante e ingombrante. Dopo una rottura e una lunga separazione, Silvana cerca in ogni modo di cancellare l’impronta profondissima che la presenza di Clara ha lasciato nella sua esistenza, finché una lettera arrivata a molti anni dal loro ultimo incontro spingerà Silvana a ripercorrere il loro rapporto, rielaborando eventi e soprattutto sottotesti della personalità di Clara che tempo prima aveva scelto di ignorare.

L’intento di D’angeli è piuttosto chiaro. È sempre piacevole, da lettore, percepire distintamente l’affetto che un autore nutre per i propri personaggi: ed è ovvio che sulla costruzione di Silvana e soprattutto di Clara è stata spesa molta cura, è ovvio che sono state limate e nutrite. C’è stato un tentativo di dare origine a una consequenzialità tra la genesi infantile delle due ragazze, e i tratti più intensamente torbidi che le caratterizzano da adulte. Si ha la sensazione, tuttavia, che D’angeli non sia riuscita a imprimere una completa e credibile profondità ai processi emotivi di Silvana e Clara, e dei personaggi che le circondano: certo si tratta di meccanismi ben congegnati, ma essi si nascondono appena sotto la superficie, e non è necessario scavare troppo per individuarli.

Allo stesso modo, non tutti gli impulsi che si discostano appena appena dalla trasparenza e dalla norma debbono avere un’origine traumatica: Clara che confonde dolore ed eccitazione per via della propria infanzia, Lorenzo che cerca la ribellione come fuga dalla propria famiglia (ma poi finisce comunque per tornare uguale a sé stesso) – è come se D’angeli conservasse un po’ di quella concezione naturalistica che portava a pensare che il milieu fosse l’unica ragione per cui siamo come siamo.

Questo ha l’effetto di provocare una certa impressione di superficialità, specialmente nella trattazione di certe tematiche: gli esempi più lampanti sono il modo in cui vengono affrontate la gestione della sessualità femminile e la ricerca di un’identità che permetta a uno dei personaggi di accettarsi in quanto omosessuale. Sono temi di cui nel libro si parla tantissimo, ma nel concreto sembra che non vengano mai davvero affrontate: si tratta, in certo modo, di colonne portanti della trama, eppure non si scende mai in profondità riguardo ad esse.

Questa impressione generale di frettolosità è in parte accentuata dalla scrittura. È superfluo ricordare che non è sempre necessario che una prosa sia regolare per essere apprezzabile. Ma l’insistenza su alcuni tratti come le lunghe giustapposizioni, o la verbosità di certi passaggi ha, alla lunga, un effetto contrario rispetto a quello che ci aspetterebbe: anziché vivificare la prosa, l’appiattisce, perché narrazione e parlato finiscono per assomigliarsi fin troppo, così come i diversi discorsi dei personaggi. E dunque le ovvie differenze tra questi ultimi si avvertono solo tramite ciò che l’autrice esplicitamente ci racconta, non attraverso la loro stessa, personale espressione. Questa mancanza di colore si avverte, ad esempio, nel confronto tra il modo di esprimersi delle stesse Clara e Silvana, descritte rispettivamente come spaventosamente ignorante l’una, e invece discretamente colta l’altra. In un’occasione così scrive Clara (che, come viene ricordato, legge solo romanzetti rosa e ha origini popolari):

Il tempo e le esperienze mi trasformano il corpo e lo rendono più maturo, sì, ma più glorioso, come le immagini delle sante martiri nella chiesetta di Lecce, te la ricordi?
Nella solitudine del nostro eremo mi rifletto negli occhi di Lorenzo e mi vedo come lui vorrebbe che fossi. Non c’è specchio più esaltante d’uno sguardo innamorato, non lo credi anche tu?

Poche righe dopo, invece, questo è il parlato di Silvana:

I vestiti persero la goffaggine informe per assecondare e sottolineare le sue nuove flessuosità, cominciò a indossare gonne aderenti, camicette scollate, scarpe civettuole. Niente di volgare, per carità, Lea non si discostò mai dall’aforisma che ripeteva spesso, ‘La donna chic porta sempre un filo di perle, un filo di tacco, un filo di trucco, e la sua femminilità maturò incantevole e discreta come un fiore delicato’.

Questo appiattimento è un peccato: purtroppo la grande capacità costruttiva della D’angeli, che si mostra nell’unione di storia privata e pubblica per dare vita ad un’atmosfera precisa, immediatamente identificabile, non è stata d’aiuto nell’esplorazione approfondita delle implicazioni psicologiche dei legami umani, verso i quali pure traspare una grande curiosità che comunque invoglia il lettore ad andare avanti.

Volendo semplificare, si potrebbe dire che il romanzo pecca di eccessiva razionalità: forse un residuo delle grandi competenze di accademica e saggista della D’angeli, che sicuramente la portano a concepire e descrivere la realtà con occhio più analitico che emotivo. Con questo, non si vuole negare che si tratti comunque di un prodotto interessante, quantomeno per il merito di raccontare la vita in un periodo fortemente problematico della nostra storia nazionale senza mettere necessariamente in campo la divisione manichea fra cittadini buoni e terroristi cattivi, e cercando di raccontare una violenza endemica, più che limitata a singole pagine buie della storia degli anni di piombo. A prescindere dalle imperfezioni sopracitate, Le rovinose è infatti estremamente realistico nel dar vita a situazioni e personalità che di bianco o di nero non hanno proprio nulla: e con giusto un po’ più di approfondimento, la sfumatura sarebbe stata perfetta.

Emma Cori

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