Tre giorni a Berlino”: romanzare la caduta del muro

Tre giorni a Berlino, Christine de Mazières
(Edizioni Clichy, 2021-Trad. F. Di Majo)

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Christine de Mazières, magistrata franco-tedesca, ha partecipato in prima persona alla nascita dell’Istituto Berlino-Brandeburgo per le relazioni franco-tedesche e fa parte della giuria del premio letterario “Franz Hessel”. Tre giorni a Berlino, con cui l’autrice ha esordito nel 2019, è un romanzo corale ambientato nella capitale tedesca tra l’8 e il 10 novembre 1989.

Durante quei tre giorni fatidici per l’Europa intera le vicende di una decina di personaggi si intrecciano, anche solo per pochi istanti: Anna, ragazza francese innamorata della Germania, torna a Berlino-Est per vedere di nuovo Micha, un ragazzo incontrato quattro anni prima che le aveva fatto visitare la sua città; Micha stesso, figlio di un veterano di Mosca nonché membro del Comitato Centrale, da anni cerca di fuggire dalla claustrofobia della DDR che guarda con sospetto persino una chiacchierata tra più di tre persone ma, proprio per via della posizione influente di suo padre, non riesce mai a farlo; Lorenz, che la madre portò a vivere nella parte occidentale della città quando scoprì di essere spiata dal marito per conto della Stasi, quando vivevano insieme a Berlino-Est.

E poi Niklas, Tobias, Cassiel (uno degli angeli della acclamata pellicola Il cielo sopra Berlino), un tessuto polifonico che si avvolge e si srotola intorno all’evento, intorno a quella diretta televisiva e a quella notte che ha tolto Berlino-Ovest dalla condizione di isola in cui si trovava da quarant’anni; la notte in cui la Niemandsland, la Terra di nessuno, è stata invasa dal corteo pacifico degli Ossi, i Berlinesi dell’est.

De Mazières, forse identificandosi con Anna, racconta degli «sfregiati del muro», le persone a cui il muro ha «tagliato in due» la vita, con la trasparenza e l’oggettività di chi il dualismo di Berlino e della Germania occupata li ha vissuti in modo avulso dalla propaganda filo sovietica che sosteneva che il cemento armato del muro servisse a tenere lontani i nazisti, cioè, genericamente, gli occidentali. Facendo prendere la parola ai suoi personaggi, definisce «folklore locale» quello per cui per fare una telefonata senza essere sentiti dalla Stasi bisogna tenere accesa la radio. Il folklore di una società altamente militarizzata che, nonostante i toni esaltati di chi quel regime lo sosteneva dall’interno, si stava sgretolando per mancanza di adesione della classe dirigente, che non era stata in grado di “stare al passo coi tempi”, con le persone del popolo, come ammette amaramente Schabowski.

Günter Schabowski, il funzionario del Partito Socialista Unificato della DDR cui toccò informare la popolazione della Germania dell’Est del cambiamento imminente, è a sua volta una delle voci del romanzo. Anche dopo la diretta televisiva in cui si trovò, involontariamente, a incentivare la caduta del muro, Schabowski, secondo De Mezières, si interroga su come sia stato possibile per Egon Krenz e per la nuova classe dirigente del paese non rendersi conto del bisogno della gente di valicare i confini, e di allontanarsi, anche solo momentaneamente, dal grigiore del controllo della DDR.

Fino alla sera del 9 novembre 1989 la Stasi aveva sempre risposto al telefono dopo il secondo squillo, i soldati ai posti di blocco erano autorizzati a freddare chiunque avesse tentato di scavalcare il muro e i sogni e la lettura erano l’unica via di evasione dalla realtà. Quasi come in un romanzo distopico, De Mezières scrive:

A rigor di logica, l’immaginazione dovrebbe essere tenuta sotto stretta sorveglianza, e i romanzi, proibiti. Dopo tutto, leggere romanzi è improduttivo, è una perdita di tempo, che procura una forma di evasione dello spirito nociva all’indottrinamento. Invece, il Partito non ha proscritto tutta la letteratura. […] In nessun’altra parte del mondo si legge tanto.

Come il barista esorta Anna, «E allora vada, Fräulein, e torni a raccontarci», De Mezières esorta il lettore ad andare e a sentire coi suoi stessi sensi l’aria carica di aspettative che si respirava quella notte, esorta a guardare in faccia i personaggi e ad ascoltare le loro storie, tutte inquietantemente realistiche, ad arrampicarsi sul muro e a guardare che cosa c’è oltre di esso. Tre giorni a Berlino è un invito ad assistere, come spettatori postumi, alla fine di un’era, e coglie l’occasione di scrivere fiction su un momento storico che, perché ancora vicino nel tempo, dà l’opportunità di farlo intervistando i diretti interessati.

Nonostante la pluralità di punti di vista (non manca nemmeno quello interno al Partito, anche al padre di Micha sono dedicati alcuni capitoli), Tre giorni a Berlino è un romanzo breve che non ha la pretesa di essere un’epopea, pur avendo da sfondo una grande cesura storica. Come dichiarato dal titolo stesso, l’autrice centra il focus su tre giorni soltanto su quarant’anni di divisione tra Germania Est e Ovest, non lasciandosi andare a descrizioni della complessa e travagliata storia del ‘900. De Mezières racconta la vita nella DDR alla fine degli anni Ottanta, il senso di Wahnsinn e di Freiheit, follia e libertà, del 9 novembre 1989, la richiesta dei berlinesi dell’est di aprire la porta, tanto non sarebbero fuggiti, l’indomani mattina sarebbero tornati a lavorare a est (“Öffnet das Tor. Wir kommen wieder”).

È forse proprio per volontà di fotografare l’istante invece di una parte di storia più ampia, per il tentativo di rendere personale una vicenda a cui ha assistito, anche solo da lontano, tutto il mondo occidentale, che lo stile non sempre convince. L’autrice ha deciso di usare la prima persona per tutti i suoi personaggi, rendendo la successione dei capitoli un lungo passaggio di microfono in cui si alterna l’approccio diaristico a quello dello stream of consciousness, passando, talvolta, ad uno più simile a quello dei reportage giornalistici; ma lo stile di alcuni passaggi tendenti al retorico depotenzia la carica emotiva complessiva.

Il senso di impotenza nei confronti delle proprie vite prestabilite dal regime che dovevano provare molti tedeschi della DDR, così come la sincera euforia dei berlinesi e di tutti coloro che si trovavano a Berlino quel 9 novembre, non di rado vengono contaminate da una benevolenza pervasiva che appiattisce la complessità del momento storico. Frasi come «Piove sulla città, e piove nel mio cuore» o «Che bellezza, tutte queste persone colte da un sentimento di pace» o, ancora, «È bello simpatizzare con gli sconosciuti, sentire di appartenere alla grande famiglia umana» sembrano essere riduttive per un romanzo che tratta di una congiuntura geopolitica di tale rilevanza. Così facendo sembra trasformare in un buonismo semplicistico il senso comune che, genuinamente, coloro che erano presenti alla caduta del muro devono aver manifestato. Un senso comune che risulta essere riduttivo nei confronti di uno dei momenti che, con la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica, ricollocarono la Germania in uno scenario politico europeo sempre più complesso.

Eleonora Mander

Immagine in evidenza: DAVID BRAUCHI, CC 4.0

1 Comment

  1. Ormai nessuno si ricorda della caduta del muro, come nessuno o quasi, sa cosa era un paese dell’est comunista. La stessa parola comunista non ha alcun significato per gran parte delle persone. Viene associata alla caduta del muro di Berlino l’inizio della dissoluzione dell’Unione Sovietica e nessuno, o quasi, si chiede il perché ciò sia avvenuto, soffermandosi su un momento di euforia che caratterizza tutte le libertà riavute per chi non le aveva. Il comunismo vissuto come una malattia è stato il fallimento della sinistra e la vittoria della vera malattia, ovvero il capitalismo. Lo stesso che in nome delle cose depreda e distrugge la vita sul pianeta. Chi era comunista si rendeva conto delle deviazioni profonde del comunismo in Unione Sovietica e nei paesi satelliti, capiva che era necessaria proprio la libertà per realizzare un balzo in avanti, ma che ciò contrasta a con l’esercizio del potere. Esattamente come succede nel capitalismo. Mai come in questi casi il potere è nemico del bene.

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