Fiabe dell’oggi per ricucire le ferite di noi stessi

Io sarò il rovo. Fiabe di un paese silenzioso, Francesca Matteoni
(effequ, 2021)

rovo-copertinaNon si è mai troppo grandi per rimanere incantati da una fiaba. «C’era una volta un bosco»: così inizia Io sarò il rovo. Fiabe di un paese silenzioso, e già il lettore si ritrova a suo agio, immerso in un’atmosfera del tutto familiare. Si tratta di una raccolta di dodici racconti di Francesca Matteoni, poetessa e studiosa di folklore, alcuni dei quali precedentemente apparsi su giornali e riviste in diversi tempi e luoghi, e ora cuciti insieme ad altri a formare una trama densa e plurale che riesce a brillare di una coerente e meravigliosa unità.

Il viaggio che si intraprende prendendo in mano questo libro è ben definito da un indice-mappa: ogni racconto si presenta come un luogo di un cammino che porterà il lettore attraverso i territori naturali del ricordo, della fantasia che si mescola con la realtà; degli archetipi perturbanti che creano l’architettura del sogno e dell’incubo. Una avvertenza è d’obbligo: necessario è perdersi.

«Ci si può perdere in tanti modi diversi e più volte. Ma, sai, c’è un solo modo per tornare ed è lì che si nascondono i sogni. O le vie». «E qual è questo modo?» chiese il Pellegrino, spingendosi per metà nella sua tana. «Perdendosi. Accettando di camminare quando non si sa più dove si sta andando. Affidandosi al cammino»

E così ci si ritrova a orientarsi verso Ovest, seguendo il viaggio del Pellegrino tra foreste e discariche, campi e villette, alla ricerca dell’oltre, del «corpo slacciato dalla mente». Ci si dibatte tra i rovi di una casa che dovrebbe proteggere e cullare e invece soffoca e uccide e poi fa crescere le ali; c’è poi una ragazza che vive sola e felice in una betulla, da cui si allontana per andare alla ricerca del cuore dell’Uomo che canta come un usignolo ma non sa amare. Tra fiume e vento, in questa lettura-cammino ci si imbatte in una rondine che, morendo, genera un bambino e una bambina le cui anime si cercano e si trovano nelle successive trasmigrazioni. Si passa, poi, per la Buca delle Fate e la Terra dello Spirito Cigno, terre popolate da bambini deformi, mutili, spesso metà animali, sempre «troppo giovani, ignari, pieni d’odio. Era la loro prima forma umana».

Quello dell’infanzia è un tema che si lega intrinsecamente con le fiabe: è attraverso le fiabe che, da bambini, ci addentriamo nel mistero dell’esistenza, dell’altro, del sé. Tuttavia, discostandosi dall’idea romantica che si ha di questo primo approccio al mondo, Matteoni posa lo sguardo su tutto il dolore, lo smarrimento, la ferita che questo processo porta con sé. Ed è per questo che chi legge, proprio perché, generalmente, non è più bambino – perlomeno nel senso più comune del termine – viene sorpreso da meraviglia e turbamento, attrazione e repulsione insieme nei confronti di queste fiabe in cui non si distingue il confine tra bene e male, e dove il viaggio del protagonista non richiede necessariamente un lieto fine.

«Ora che i corpi si ammalano, rifuggono il contatto, si affidano a maschere sintetiche invece che a vecchie maschere bestiali per la caccia, appare chiaro che le profezie non parlano di noi, che il mondo non parla di noi. Di cosa parla il mondo?»

Domande, piuttosto: le più legittime e innocenti di cui il nostro essere umani abbia sete. In questi racconti che si piazzano in un territorio di confine tra la parabola, la fiaba tradizionale e il racconto popolare, l’autrice condensa tutto il dicibile e l’indicibile dell’esistenza con una sensibilità ancestrale: ci sono la memoria e il dolore, il sogno e il desiderio, lo spirito e il corpo, l’amore e la violenza, la fuga e la liberazione. C’è la Natura tutta, boschi, cieli, mari, animali: tutto è immerso in una magia senza tempo, tutto è uno e plurale. Non a caso, ogni esistenza che viene narrata fluisce in continue metamorfosi che permettono la compenetrazione di mondi apparentemente separati, primo tra tutti quello tra uomo e animale.

E c’è soprattutto una lingua magica, quella di Matteoni, che trasportando la poesia nel territorio della fiaba anela ad abbracciare l’infinità di ciò che esiste. Ogni parola è scelta con cura e, a patto che il lettore si lasci cullare dal loro ritmo poetico e magnetico, si apre a sconfinate interpretazioni, conferendo al racconto tanta profondità quanta può contenerne l’umana intelligenza. Quella dell’autrice è una scrittura accogliente: uomini, animali, spiriti ed elementi naturali comunicano tra loro col linguaggio di chi si apre al mistero dell’Altro, ed è così che si ricompone e si ricuce la ferita inferta al mondo da chi pretendeva di separarsene e mettersene al di sopra.

È forse questo l’Uomo a cui si rivolge la raccolta Io sarò il rovo ed è qui che risiede la sua contemporaneità: chi avrà il coraggio di immergersi in questo viaggio scoprirà di essersi svegliato dal sogno – o incubo? – in cui la specie umana si è cullata fino al momento in cui ha creduto di poter dominare la natura e le sue creature. Senza voler imporre una morale, Matteoni sdipana una lenta e avvolgente epifania che (ri)porta il lettore al paese silenzioso da cui proviene e a cui non può che tornare, e cioè quel mondo pieno di mistero che viene prima dei cantieri, del cemento, delle gru, della sporcizia, delle luci che spengono le stelle: l’altro «pianeta che prolifera nonostante tutto, dove non siamo divisi dalle esistenze animali, vegetali, minerali. Il tempo delle fate».

Beatrice Palmieri

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