L’importanza di chiamarsi Kim Ji-Young

Kim Ji-Young, nata nel 1982, Cho Nam-Joo
(Baldini+Castoldi – La Tartaruga, 2021)

E invece quella sera il padre la sgridò. “Perché vai a una scuola che è tanto distante? Perché parli con gli sconosciuti? Perché porti la gonna così corta?” Ji-Young era cresciuta con tutte queste raccomandazioni: guardati le spalle, vestiti in modo consono, comportati da ragazza perbene. È tuo dovere evitare posti, persone e orari pericolosi. E se non te ne rendi conto e ci caschi, è colpa tua.

Kim Ji-Young è il più comune fra i nomi scelti per le bambine nate in Corea del Sud negli anni Ottanta. La Kim Ji-Young di cui scrive Cho Nam-Joo vive esattamente come le sue coetanee dello stesso sesso, impara a pensare come loro, a vedere se stessa come fanno loro, e con loro si confonde. Si confonde così tanto che un giorno comincia a imitarle.

Inizia a fingere di essere altre persone: la madre, la figlia neonata, un’amica morta da tempo. Sono momenti brevi e improvvisi che gettano inquietudine su chi le sta intorno; e sono anche il presupposto per ripercorrere a ritroso la sua vita.

L’esistenza di Kim Ji-Young è raccontata con la freddezza di un resoconto medico e l’accuratezza di un’indagine psichiatrica; ed è proprio attraverso questa freddezza che l’autrice dipinge con precisione il quadro del devastante maschilismo sistemico che affonda le sue radici nella società e nella cultura coreana.

Dall’infanzia, in cui si abitua già a badare alla casa e a ricevere sempre la porzione più piccola di cibo in favore del fratello, che invece può pensare solo a riposarsi e mangiare; all’adolescenza, in cui deve controllare rigidamente il proprio vestiario, al contrario degli studenti di sesso maschile che invece possono indossare ciò che vogliono; all’età adulta, che in ambito lavorativo la vede costantemente sorpassata da colleghi meno competenti, ma il cui merito principale è essere uomini – è difficile individuare un momento dell’esistenza di Kim Ji-Young che non sia stato condizionato in maniera profonda dal suo essere donna.

Questa costruzione sociale viene descritta con dovizia di particolari, anche grazie alle note a piè di pagina che in alcuni momenti avvicinano addirittura il romanzo all’orbita del saggio. Il tratto forse più potente (e devastante) della scrittura di Cho Nam-Joo è la sua capacità di fare comprendere al lettore che il maschilismo sistemico è talmente radicato nella mentalità nazionale da rendere vani anche i blandi tentativi di ridurre la disparità di genere: quando rimane incinta, Kim Ji-Young e suo marito avrebbero la possibilità di dare al nascituro il cognome della madre, grazie a un recente cambio della legge a riguardo. Ma scelgono di non farlo:

Ci sono ancora molti che prendono il nome del padre. Si pensa che, se un bambino prende il nome della madre, avrà dei problemi in futuro perché la gente si domanderà quale sia il motivo dietro a questa scelta.

Kim Ji-Young non ha mai avuto una voce sua. Ha pensato, ma non sempre ha agito secondo volontà; anzi, quasi mai. Forse imitare altre donne le serve per concretizzare attraverso loro quel che da sola non ha potuto realizzare; forse le imita perché essere donna in Corea è problematico al punto che anche la differenziazione diventa difficoltosa. L’origine della strana psicosi di Kim Ji-Young, comunque, non è così importante; lo è di più ciò che ne consegue.

Si tende spesso a dimenticare che il progresso è un sistema complesso, e che somiglia più a un intrico di stradine che a un unico viale dritto: non avanza come un insieme unico, ma si ramifica, e non in ogni direzione si procede con la stessa rapidità. Lo sviluppo industriale, lavorativo e tecnologico di cui un luogo come la Corea del Sud gode diventa tanto più evidente ma anche spersonalizzante quando lo si guarda dall’alto della società patriarcale su cui si è innestato. Nuove Kim Ji-Young nascono ogni giorno, e le loro storie si somigliano, pur avendo un enorme potenziale distruttivo: la lotta di una sola è di rado sufficiente a salvare tutte le altre, ma basta il passo falso di una per riportare tutte le altre indietro di anni luce.

Cho Nam-Joo non dipinge un quadro roseo, ma questo non significa che il suo libro abbia un effetto disperante: nell’intensa empatia che la vita di Kim Ji-Young suscita si trova il germe della forza necessaria a che, passo dopo passo, tutte le Kim Ji-Young del mondo trovino la propria voce.

La pubblicazione di Kim Ji-Young, nata nel 1982 fa ben sperare riguardo alla prosecuzione del progetto editoriale della Tartaruga, marchio storico del femminismo italiano fondato da Laura Lepetit negli anni Settanta e recentemente passato sotto la guida di Claudia Durastanti dopo anni di inattività. Per un femminismo che sia intersezionale è necessario, di fatto, spingersi al di là della sola prospettiva bianca e occidentale; e per fortuna pare che la direzione intrapresa sia proprio questa.

Emma Cori

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