La ninna nanna delle mosche fra Cile e Lucania di Alessio Arena

Ninna nanna delle mosche, Alessio Arena
(Fandango, 2021)

Quasi sempre un’opera di narrativa si può riassumere in poche frasi. Se l’opera è un romanzo capita spesso che queste siano estrapolabili dal testo. Succede più raramente invece che si tratti dell’incipit. A parte l’atipico C’era una volta di Pinocchio, che restituisce in poche parole tutto il senso dissonante della storia, non mi vengono in mente altri esempi. Ad eccezione di Ninna nanna delle mosche (Fandango), di Alessio Arena, che comincia così:

«La Lucania esisteva.
Si trovava nel Nord del Cile, dove il grande deserto dell’Atacama stendeva le sue braccia di polvere per toccare il Pacifico.»  (p. 9)

In queste due frasi sono condensati tutti i temi che l’autore sviluppa nel corso del romanzo. Traccia e ricalca il filo rosso che connette due mondi. Da una parte un luogo che esiste, ma che per farlo deve rivolgersi a un altrove; dall’altra questo altrove, caratterizzato da un’accoglienza desertica. Nell’incipit di Ninna nanna delle mosche c’è la grande emigrazione dei primi decenni del Novecento, tema storico e sociale che fa da sfondo a tutto il romanzo, ma ci sono anche le vicende personalissime dei personaggi, le fughe e gli inseguimenti.

C’è Gregorio Zafarone, che scrive e lavora nell’officina Porvenir, a migliaia di chilometri dal luogo in cui è nato. C’è Berto Macaluso che nel luogo in cui è nato (Palmira in Lucania) c’è rimasto a fare il pane, tormentato da un inspiegabile sciame di mosche. C’è Serafina Canaria, moglie di Berto, ninnanannara a cui Dio ha tolto qualcosa nella vista per restituirglielo nel canto. C’è tutta una serie di personaggi secondari che ostacola, devia, consente o facilita le comunicazioni e i congiungimenti: preti, ex-monache, pianiste del cinematografo, direttrici di circo, uomini d’affari tedeschi e delinquenti fascisti, tutti si collocano lungo il filo rosso, tutti hanno il proprio ruolo e il proprio senso di esistere nello scambio fra i due mondi.

Infatti, Ninna nanna delle mosche è la storia di una compatibilità tenace, che esiste nel luogo in cui molti, o alcuni, o ancora troppi, vedono invece un’incompatibilità. È quindi la storia dei punti d’accordo fra il Cile e l’Italia, fra il deserto dell’Atacama e la Lucania, fra l’officina Porvenir e Palmira (l’attuale Oppido Lucano). Ma è anche la storia di un amore omosessuale, della compatibilità spesso venduta come diverso. Di una compatibilità repressa, tanto in Cile quanto in Italia, tanto allora quanto ora.

Su questi due grandi temi (emigrazione e omosessualità) l’autore si prende indiscutibilmente un rischio, quello della retorica. Si tratta in entrambi i casi di temi in cui lo stucchevole, il qualunquismo, la lettura semplicistica, lo stereotipo e lo schema narrativo fisso sono sempre dietro l’angolo. Alessio Arena non si avvicina mai a questo pericolo, forse perché si rifugia nel passato, forse perché i due temi si controbilanciano, forse soltanto perché è bravo, fatto sta che ogni personaggio, ogni luogo, ogni evento e ogni atmosfera possiedono una propria originalità e sono descritti e raccontati avendo cura di tutte le sfaccettature.

Dal punto di vista stilistico si evince la presenza di un lavoro molto attento, soprattutto nella fase di ricerca. Certo, se non si conoscono il Cile o la Lucania degli anni ’20 è difficile farsi un’idea di quanto il romanzo sia storicamente accurato, ma l’impressione che se ne ha leggendolo è che ogni cosa sia al suo posto anche da quel punto di vista, che i personaggi parlino come devono parlare, che abbiano le inflessioni che devono avere, che i termini usati per descrivere posti e oggetti siano sempre quelli giusti, che i dettagli su aspetti molto tecnici di cose come la navigazione, l’estrazione del salnitro, le tradizioni e il folklore o la musica siano tutti precisi e puntali.

Poi si vorrebbe anche evitare di cedere al facile cliché del collegamento America Latina – Realismo Magico, ma in questo caso è piuttosto difficile non farlo. Non so se sia inevitabile inserire dei richiami quando si scrive di Sud America, se Arena vi si abbandoni consapevolmente o se le sue letture, i suoi studi e le sue suggestioni si muovano sottopelle influenzandolo. Comunque sia, il realismo magico emerge dal testo frequentemente e in modo incisivo, a partire dalle mosche. Solitarie o in sciami, in Cile e in Italia, materialmente presenti o entità onirica, queste accompagnano tutti i punti salienti della storia, conferendole un’atmosfera di grottesco e fantastico.

Anche la struttura narrativa è ben costruita. Il romanzo è diviso in tre parti, con l’intermezzarsi continuo del racconto di scenari diversi e lontani. Tutti gli archi narrativi sono storie di viaggi, alcuni hanno una meta precisa, altri sono fughe, altri ancora inseguimenti. La prima parte racconta di come si giunge a una partenza, di quali bisogni o desideri la rendono possibile e necessaria. La seconda descrive la traversata, la deriva, il perdersi e il lasciarsi salvare. La terza è l’arrivo, lo spaesamento, il ricomporsi e il ricongiungersi. In quest’ultima è interessante anche il ruolo del fato. Alessio Arena utilizza spesso nel finale l’elemento della coincidenza, senza che sia mai effettivamente determinante per il raggiungimento degli obiettivi dei vari personaggi. Le coincidenze di Ninna nanna delle mosche sono tanti piccoli “quasi traguardi” di cui i personaggi sono sempre inconsapevoli, ma che vengono invece sapientemente rivelati al lettore. L’effetto positivo è una suspense divertente che aumenta la curiosità su se e come il traguardo effettivo sarà raggiunto. Quello negativo è una sottile sensazione di spaesamento, acuita in parte dal fatto che nel finale il ritmo accelera e il congiungersi delle diverse linee narrative appare leggermente precipitoso.

Ad ogni modo Ninna nanna delle mosche rimane un romanzo misurato, in cui le emozioni sono forti senza mai risultare stucchevoli, in cui il passato è raccontato in modo da riverberare nel presente e in cui mondi diversi entrano in contatto senza mai collassare l’uno sull’altro. È una storia in cui il confine fra scappare e l’inseguire si sfuma e rimane il senso del viaggio, dell’esistere di un luogo, ma altrove.

Giuseppe Vignanello

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