Siamo soli, in balia dell’universo. La cosmologia di Olga Tokarczuk

Sull’immaginario narrativo della Premio Nobel polacca. A partire da Casa di giorno, casa di notte (Bompiani, 2021 – trad. di R. Belletti)

casa-di-giorno-casa-di-notteLa sensazione, nel leggere un romanzo di Olga Tokarczuk, è di trovarsi dinnanzi all’opera di una veggente prima ancora di una scrittrice, come se lei soltanto avesse visione di una dimensione della realtà che a tutti gli altri è negata. Una dimensione governata da leggi che non sono di questo mondo e abitata da creature che rifuggono dall’ordinario: santi, spiriti, spettri, gnomi, o più semplicemente presenze all’apparenza umane ma dalla natura in fondo inspiegabile.

Chi ha letto Nella quiete del tempo e Guida il tuo carro sulle ossa dei morti ha già presente il fascino e l’unicità dell’universo narrativo della Premio Nobel polacca, che si esprime in tutto il suo splendore e in tutta la sua potenza nell’ultima opera pubblicata da Bompiani: Casa di giorno, casa di notte. A far da scenografia sono al solito i territori slesiani di montagna e di confine, a lungo contesi tra Germania, Cechia e Polonia, emblema di un mondo congelato, chiuso a tenuta stagna, immobile, quasi «fosse addormentato e solo di quando in quando trasalisse per un incubo fuggevole» (p.307). E in questo mondo chiuso e fermo, dove le vite degli uomini arrancano come vita vegetale o animale, un diversivo è dato dai sogni, dall’osservazione del cielo, dall’interpretazione astrologica delle stelle: materia prima a basso costo per donne e uomini con cui costruirsi una fuga dalla realtà e proiettarsi al di là delle cose terrene. Il futuro è sempre la grande incognita; il dilemma del destino una costante. E se l’esistenza è un continuo sottostare alle fatalità, alle intemperie, ai capricci della morte, ecco che interrogarsi su quel che ha da venire diventa pensiero fisso: i sogni si interpretano, le stelle si leggono con gli oroscopi, il destino si scopre al tavolo di un veggente, così da farsi trovare pronti, così da sentire di avere un proprio posto – e una propria dignità d’esistere – all’interno un disegno più grande.

Pensiero magico dei personaggi – realismo magico dell’opera. La Slesia come Macondo fredda, isolata, sperduta; boschiva, terrigna, muschiosa. Notturna e feroce, sempre soggetta alle burrasche dell’angoscia e dell’inquietudine, ai presagi di morte. Luogo dove tutto può accadere, dove lo straordinario appartiene all’ordinario, e ciò che accade di inconsueto e inspiegabile non desta scalpore, non necessita di spiegazione, ma è accettato come parte del naturale dispiegarsi della vita. Una spiegazione non è infatti necessaria, e il lettore neppure la pretende: sospensione della credulità, volontà di lasciarsi stupire.

Casa di giorno, casa di notte è un romanzo destrutturato
, come già I vagabondi, fatto di racconti e di frammenti, che si alternano a ricette e vite di santi. Quasi fosse una Antologia di Spoon River, Tokarczuk narra di alcuni abitanti di Nowa Ruda, una cittadina polacca della Bassa Slesia sul confine con la Boemia. Un carosello di personaggi che ha in comune il ritrovarsi, proprio malgrado, lungo il crinale di una faglia aperta nelle maglie della realtà.

Tutto, infatti, inizia sempre da una frattura, quasi come in un film di Kieślowski: una breccia che si apre nell’ordinario come una porta che si dischiude a collegare il nostro universo a uno ulteriore. Da qui emerge un elemento profondamente inspiegabile, che prende possesso della realtà, o addirittura presenze, figure, che a prima vista sembrano appartenere a questo mondo, e con esso si confondono. Allora, come metastasi che si diffonde in un corpo, lo straordinario si riversa nel mondo ordinario, reale e onirico si compenetrano e si sovrappongono, fino a perdere ogni distinzione.

Non si sa cosa produca questo squarcio; a volte può bastare un sogno, come accade a Krysia, che sente, quando dorme, la voce di un uomo che le parla con dolcezza e con devozione e ha per lei «un amore totale, onnipotente e incondizionato» (p.36). Krysia se ne convince: non è un’illusione, c’è davvero una persona, da qualche altra parte, che l’ha a cuore, che la pensa così intensamente. E questa persona, non importa come, riesce a comunicare con lei attraverso il sogno.
Mettendo insieme gli indizi che la voce le ha comunicato, Krysia intuisce dove si trova l’uomo, e lo raggiunge in un appartamento di Częstochowa. È proprio lui, ma non conosce Krysia e non sa nulla del sogno. Ma come spiegare allora tutto il resto, l’essere arrivata sin lì? Che senso ha avuto, se non inseguire un’illusione, perdere ciò che aveva creduto di trovare?

Altre volte sono i ricordi a squarciare l’ordinario. Un ricordo che riappare dal nulla, senza preavviso, e apre una crepa anche nel tempo, da cui riemerge il passato, e il passato fagocita il presente. È il caso di un uomo, Ergo Sum, che durante la guerra, per evitare la morte, aveva mangiato carne umana, e che poi, a conflitto terminato, era tornato a condurre una vita normale, diventando professore liceale. Ma un giorno, all’improvviso, una frase di Platone gli riporta alla memoria quello che era accaduto e che credeva di aver superato. Legge infatti nella Repubblica: «Colui che ha gustato viscere umane si trasforma inevitabilmente in lupo». E da quell’istante, attraverso il ritorno del ricordo, il passato si materializza e invade il presente, il tempo diventa un uroboro che si fagocita da solo. Così, Ergo Sum non è più in grado di restare immune all’effetto del passato e si trasforma a tutti gli effetti in lupo.

Non è chiaro dove lo squarcio conduca; certo lascia emergere perlopiù presagi di morte, e dal momento in cui lo si incontra diventa impossibile vedere e accettare il mondo com’era prima.
Come nel caso di Lui e Lei, una coppia che ormai quasi non si parla più e che non ha potuto avere figli. Lei ha un tumore all’utero, è sola, il marito è via per lavoro. A farle compagnia è uno strano giovane, Agni, comparso dal nulla. Non si sa dove vada, da dove venga, ma torna sempre quando il marito non c’è e lei ha bisogno di affetto. Di giorno vanga il suo terreno, di notte si unisce a lei. Poi di nuovo scompare, come se sapesse quando andare e quando venire.
Giunge poi il giorno dell’operazione, le esportano l’utero; Lei si sente vuota come una caverna. Il marito resta solo a casa, e a fargli compagnia arriva una ragazza, di nome Agni, giovane e bella. Compare e scompare all’improvviso, gli fa compagnia, gli si concede. Lui arriva a sperare che la moglie muoia, così da poter stare sempre con lei.
Ma chi sono i due Agni? Da dove vengono? Forse nient’altro che inquietudini e paure, speranze e illusioni materializzate in persone fisiche – non angeli, non demoni – che pure non appartengono alla realtà. O forse la proiezione stessa dell’altro coniuge: una dissociazione di corpo e anima in anima e corpo nuovi, fisici, perché l’un l’altro restino vicino alla persona amata e le diano quel che non può avere. La fisica e la logica non contano più.

Quel che è certo è che l’umanità di Olga Tokarczuk è sola, preda della malinconia, dell’angoscia, della desolazione. Un’umanità devota a Dio ma abbandonata da Dio. Gli uomini sono in balia delle intemperie, del ciclo delle stagioni, di quello che la terra ha da offrire o delle ghiacciate che distruggono il raccolto. E questa è la dimensione ctonia, terrena. Al tempo stesso, come tra martello e incudine, l’umanità è schiacciata da quel che accade nel cosmo.

Lo dimostra il caso di Lew, che predice la fine del mondo rivolgendo lo sguardo al cielo, leggendo le traiettorie degli astri e il movimento dei pianeti, e riportando tutto nelle sue effemeridi. Arriva la data prevista e il mondo finisce, ma soltanto ai suoi occhi. Nessun altro se ne accorge. Il mondo stesso è ignaro d’essere finito, e per questo, incurante, continua ad andare avanti come aveva sempre fatto. Lew, in una solitudine cosmica, totale, straziante, resta l’unico a saperlo. E deve sostenere da solo il peso di aver visto il mondo esaurirsi e persistere soltanto come inerzia e illusione.

Come dimostra la storia di Lew e come avevano imparato i lettori di Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, nella visione cosmologica, teologica e teleologica di Tokarczuk sono infatti i pianeti a muovere i destini. Non un Dio, non un disegno divino, ma l’arbitrio degli astri e dell’universo a decidere le sorti delle donne e degli uomini. «Qui l’acqua non può arrivare altro che dal cielo. Come tutto il resto» (p.165, corsivo mio). E forse i sogni sono qui così centrali proprio perché non sono altro che il modo con cui il cosmo cerca di comunicare con la Terra. «[I sogni] hanno sempre un senso, non si sbagliano mai, è il mondo reale a non essere all’altezza dell’ordine del sogno» (p.45). E l’astrologia, lo studio delle effemeridi, la divinazione attraverso l’osservazione del cielo rappresentano una liturgia, una preghiera, l’esegesi di una scrittura sacra: gli unici modi in possesso degli uomini per interpretare questa volontà, per provare a comprendere il proprio futuro.

Non c’è un’intelligenza superiore a muovere a sua volta i pianeti e le costellazioni: essi seguono solo le leggi del cosmo, i moti di rotazione e di rivoluzione. Dal grande al piccolo: una gerarchia geometrica e celestiale. «Se è così, se ogni cosa, anche la più piccola, fa parte di una cosa più grande, e le cose più grandi sono elemento di processi vasti, enormi, allora ogni inezia deve avere un significato inserito nel senso generale» (p.305). Se tutto ha un senso, allora tutto, anche la vita dei funghi, ha un ruolo nel disegno di un universo sterminato e ingombro dell’assenza di Dio.
E il lettore, dinnanzi all’universo letterario di Tokarczuk, resta fissato nello stupore e nella meraviglia; incredulo di come anche la letteratura coi suoi poteri possa diventare qualcosa che sfugge alla nostra stessa comprensione.

Giuseppe Rizzi


Immagine in anteprima: (cc) Braden Tavelli // Unsplash

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