L’umanità variegata e attuale del Vicolo del mortaio

Come si stabilisce cos’è un classico e cosa non lo è? È una domanda che mi pongo spesso, sopratutto leggendo le opere del Novecento, e ultimamente sono giunta alla provvisoria conclusione che il più grande potere di un romanzo che diventerà un classico è trascendere i limiti della propria epoca e raccontarla a prescindere dalle opinioni e dalla volontà dell’autore.

È esattamente questa la sensazione che si prova leggendo Vicolo del mortaio, una delle opere più note di Nagib Mahfouz, l’unico scrittore egiziano ad esser stato insignito del Premio Nobel per la letteratura, a lui assegnato nel 1988. Continua a leggere

L’Australia interiore di Gerald Murnane

Le pianure – Gerald Murnane
(Safarà, 2019 – trad. di R. Serrai)

downloadGerald Murnane ha le guance rosse da vecchio di buon cuore. Vive a Goroke, un paese di circa seicento abitanti, in Australia, e non ha mai preso un aereo in tutta la sua vita. Soffre di anosmia, l’incapacità di percepire gli odori, e gli piacciono le corse di cavalli. Lavora in un bar, per arrotondare tiene corsi di scrittura nel golf club locale. Pochissimi dalle nostre parti hanno sentito parlare di lui, quasi nessuno. Ma Gerald Murnane è uno che ha scritto tredici romanzi: secondo chi li ha letti sarebbero talmente eccezionali da renderlo meritevole del premio Nobel. Continua a leggere

“Mattino e sera”, o: della vita pensata

Mattino e sera, Jon Fosse
(La nave di Teseo, 2019 – Trad. di M.P. Heir)

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Jon Fosse è uno scrittore norvegese. È un uomo di mezza età con questa lunga coda di cavallo bianca, gli occhiali e lo sguardo da artista scalognato. Ogni anno si fa il suo nome per il Nobel. Ogni anno non lo vince. Da noi non lo conosce nessuno: fatta eccezione per un paio di romanzi usciti anni fa per Fandango e qualche libro di teatro pubblicato da piccoli editori indipendenti, non lo troverete in nessun catalogo, certamente non in quelli dei marchi editoriali più grandi. C’è una ragione. Una ragione c’è sempre.

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Il discorso di Grazia Deledda al conferimento del Nobel

Ricordare Grazia Deledda è un atto dovuto. Troppo spesso non lo fanno i libri di testo né i programmi scolastici né i più attenti professori di lettere nei licei. Ricordo che in cinque anni di liceo classico, mai uno dei miei professori ha parlato di Grazia Deledda. Del primo Novecento italiano si è trovato tempo e occasioni per spiegare Emilio Cecchi, Sergio Corazzini, Emilio Praga, Camillo Sbarbaro, eppure mai una parola per la scrittrice sarda.

Gli stessi editori ancora oggi trascurano la sua opera. Continua a leggere

Nobel alla letteratura: domani vincerà Claudio Magris?

E se domani vincesse Claudio Magris? E se a vent’anni esatti dall’ultima volta, il Nobel tornasse (finalmente!) in Italia? Ho questa sensazione, chissà. Ed è anche una eventualità che mi renderebbe estremamente felice.
Ma perché? Ci sono basi reali e sostanziali che possono rendere plausibile la mia sensazione? La risposta è sì. E anzi, vi dirò sette validissimi motivi perché secondo me può accadere davvero.

    1. Il momento di premiare l’Italia è scattato già da tempo

Carducci, 1906; Deledda, 1926; Pirandello, 1934; Quasimodo, 1959; Montale, 1975; Fo, 1997. In media 18 anni separano la vittoria di un Nobel italiano da un’altra e dal 1997 a oggi sono già 20 anni.
Anche allora, alla fine del millennio, era atteso il ritorno del Nobel in Italia, a 22 anni da Montale, tuttavia non era Fo il favorito, tutti si attendevano che, qualora fosse stata premiata l’Italia, a essere insignito sarebbe stato Mario Luzi. Al nome di Fo la società italiana si spaccò: Rita Levi Montalcini asserì di non conoscerlo, per Carlo Bo la scelta era incomprensibile, per Albertazzi il teatro non è letteratura e per lo stesso Luzi la sua vittoria era uno schiaffo alla cultura italiana.
Beh, sono passati vent’anni, e oggi, come allora, ci attendiamo che finalmente il momento sia giunto. I tempi ormai sono maturi, e anzi, stando alla statistica, siamo anche in ritardo di due anni.

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Sinclair Lewis, il Nobel che nel 1935 ha profetizzato Donald Trump

Sinclair Lewis è stato il primo statunitense a vincere il premio Nobel, nel 1930.
“Per la sua arte descrittiva vigorosa e grafica e per la sua abilità nel creare, con arguzia e spirito, nuove tipologie di personaggi” recita la motivazione.
Da queste parole s’intuiscono solamente le originali peculiarità della sua opera: lo straordinario genio di Lewis ne risulta addirittura minimizzato. Continua a leggere